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Aggiornato: 12 min 59 sec fa

Videomessaggio del Santo Padre in occasione dell'“Ankawa Youth Meeting” [Erbil, Iraq, 8-11 luglio 2026] (8 luglio 2026)

Mer, 08/07/2026 - 17:15

Cari giovani amici,

è un piacere per me salutare tutti voi che state partecipando all’Ankawa Youth Meeting nell’Arcieparchia di Erbil. Siete venuti da diverse parti dell’Iraq per riunirvi in un clima di fede e di comunione, e prego perché questa sia per tutti voi un’occasione per crescere nell’amicizia con Gesù e tra di voi. La gioventù è un periodo della vita caratterizzato dal desiderio di compiere grandi cose e di fare una differenza nel mondo. A tale riguardo, sono lieto di apprendere che il tema scelto per il vostro incontro di quest’anno sia la missione. La Chiesa ha la missione fondamentale di servire il mondo diffondendo la luce di Cristo (cfr. Gv 8, 12) e portando gli uomini e le donne in comunione con Dio. Voi partecipate a questa missione e conto su di voi perché aiutiate a plasmare la Chiesa — e il mondo — negli anni a venire. Come ho già detto in passato, i giovani non sono solo il futuro della Chiesa, ma anche il suo presente.

Non è sempre facile essere una luce nel mondo (cfr. Mt 5, 13). Di fatto, al presente siete chiamati a irradiare questa luce in una situazione spesso segnata da guerra e instabilità. Il Signore ha riposto grande fiducia in voi affidandovi questa missione, e anch’io confido molto in tutti voi. Dovete essere la luce di Cristo in mezzo a un’oscurità che, talvolta, può apparire soverchiante. Non abbiate paura! E non pensate di essere soli in questo compito. Io sono con voi; la Chiesa è con voi. Riponete la vostra fiducia in Gesù; ascoltateLo nella preghiera e attraverso la guida di altri, e permetteteGli di guidarvi.

La luce è essenziale per la vita in molti modi, e vorrei menzionarne tre che possono aiutare a guidarvi in questa missione. Anzitutto, la luce è necessaria per vedere, il che ci ricorda il dono della fede. La fede in Dio non è un meccanismo per affrontare le difficoltà della vita. Piuttosto, è riconoscere la realtà e vivere nella verità, imparando a vedere il mondo, gli altri e noi stessi come fa Dio. Esige che percorriamo la vita con i cuori e gli occhi fissi sulla nostra vera patria (cfr. Eb 11, 14), sapendo che Dio è con noi anche se non possiamo vederlo. Il modo in cui vivete deve inoltre dare testimonianza della vostra fede, così che gli altri possano vedere in voi la verità e il significato che anche loro desiderano e arrivare così a partecipare della stessa luce.

La seconda caratteristica della luce è di dare calore, che simboleggia l’amore. Per essere luce per il mondo, prima dobbiamo partecipare della luce e della vita di Cristo. Per partecipare alla missione, prima dobbiamo scoprire una relazione viva con Dio. Dobbiamo imparare a conoscerlo. Aprendoci al suo amore trasformativo, riceviamo la grazia necessaria per seguire Gesù e abbracciare la vita che ci chiama a vivere. Per questo è così importante trascorrere ogni giorno del tempo in preghiera e avvicinarsi a Dio attraverso i sacramenti, specialmente la Confessione e l’Eucaristia. Radicate i vostri cuori nel solido fondamento dell’amore di Dio per voi; scoprite il cuore di Cristo e non abbiate paura di costruire la vostra vita su di Lui (cfr. 1 Gv 4, 16). Così facendo, non solo potrete realizzarvi come desiderate, ma riuscirete anche a condividere il calore dell’amore di Dio e il potere riconciliante della sua grazia con le persone intorno a voi.

Infine, la luce è necessaria alla crescita e alla nuova vita ed è un’immagine di speranza. Radicati nella carità, siete chiamati in modo particolare a essere operatori di pace, a unire le persone intorno a voi e a istillare negli altri la speranza di un futuro caratterizzato da pace duratura. Forse non riuscirete a controllare la vostra situazione o le sfide che sarete chiamati ad affrontare, ma potrete sempre scegliere di permettere alla pace di Cristo di regnare nei vostri cuori (cfr. Col 3, 15). La virtù della speranza ci ispira a guardare verso il cielo. Questo non significa dimenticare il mondo, ma avere la fiducia per condividere con esso la pace e la vita che viene da Cristo, la cui luce illumina la Nuova Gerusalemme (cfr. Ap 21, 23).

Cari giovani, non dubitate mai della bontà di Dio, e non abbiate paura del disegno che il Signore ha per ognuna delle vostre vite. Anche il profeta Geremia ha dovuto affrontare momenti difficili, e lui testimonia che i progetti del Signore sono “di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza” (Ger 29, 11). Affidando ognuno di voi alla protezione materna e alla guida di Maria, Madre della Chiesa, prego perché in questi giorni di rinnovamento spirituale possiate scoprire in Lei il vero modello di una vita interamente affidata alla grazia di Dio.

E vi benedica Dio Onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo. Amen.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 154, giovedì 9 luglio 2026, p. 2.

Messaggio del Santo Padre, a firma del Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, in occasione dell'AI for Good Global Summit 2026 [Ginevra, 7-10 luglio 2026] (8 luglio 2026)

Mer, 08/07/2026 - 12:00

Sua Santità Papa Leone XIV porge cordiali saluti a tutti i partecipanti al AI for Good Global Summit 2026, organizzato dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU) in collaborazione con altre agenzie delle Nazioni Unite e co-ospitato dal Governo svizzero. Mentre vi riunite per riflettere sull’intelligenza artificiale, che solleva alcune delle più importanti domande del nostro tempo relative al futuro dell’umanità, il Santo Padre desidera assicurarvi della presenza della Santa Sede e della sua apertura al dialogo, specialmente in questo punto di svolta epocale.

Nella sua recente Lettera Enciclica Magnifica humanitas, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Papa Leone ha espresso il suo desiderio di impegnarsi in un dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, al fine di «individuare […] nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti». Magnifica humanitas è nata dopo avere ascoltato «scienziati e ingegneri che lavorano con sincero entusiasmo su tecnologie capaci di alleviare immense sofferenze; leader politici e funzionari pubblici che hanno cercato con tenacia norme eque; genitori e insegnanti profondamente preoccupati del futuro delle generazioni più giovani». Tuttavia, al tempo stesso, è stata indotta anche da racconti molto preoccupanti sui potenziali abusi degli algoritmi e sulla perdita dell’agire umano in ambiti critici.

Augurandovi di svolgere dibattiti costruttivi e arricchenti, il Santo Padre vi assicura volentieri delle sue preghiere nei vostri sforzi «di servire l’umanità». [1]

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[1] Leone XIV,  Discorso alla presentazione della Lettera Enciclica “Magnifica humanitas”, Vaticano, 25 maggio 2026

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 153, mercoledì 8 luglio 2026, p. 4.

Videomessaggio del Santo Padre in occasione della conclusione del "Pellegrinaggio Eucaristico Nazionale" (Stati Uniti d'America, 5 luglio 2026)

Dom, 05/07/2026 - 17:10

Cari fratelli e sorelle in Cristo,

sono lieto di salutarvi al termine del Pellegrinaggio Eucaristico Nazionale. Come sapete, i pellegrinaggi sono profondamente radicati nella tradizione giudeo-cristiana e vengono spesso compiuti per celebrare importanti anniversari, poiché la comunità si unisce in preghiera. In quest’ottica, è stato particolarmente opportuno commemorare il 250° anniversario degli Stati Uniti d’America con un pellegrinaggio incentrato su nostro Signore. Attraversando molte delle tredici colonie originali, avete pregato per l’unità, il rinnovamento e la guarigione per il Paese, con il motto “Un’unica nazione sotto Dio”. Queste intenzioni stanno a cuore anche a me. Perciò esprimo sincera gratitudine alla Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti e a tutti coloro che hanno contribuito all’organizzazione di questo evento, come anche a tutti coloro che vi hanno partecipato di persona o in modo virtuale.

Questa nazione, unita “sotto Dio”, è stata intrisa di un senso di fede che riconosce la sovranità di Dio ancor prima della sua istituzione formale. Il vostro pellegrinaggio è iniziato a Saint Augustine, in Florida, dove l’8 settembre 1583, nella solennità della Natività della Beata Vergine Maria, gli esploratori e i coloni spagnoli al loro arrivo celebrarono la Messa di rendimento di grazie, seguita da un banchetto al quale partecipò la locale tribù di Seloy. Questo evento storico, insieme a molti altri, testimonia la forte, sebbene largamente sconosciuta, eredità eucaristica degli Stati Uniti d’America. Tale eredità, lungi dall’essere stata dimenticata, deve continuare a servire come fonte sia di rinnovamento sia di unità.

Con la benedizione di Dio Onnipotente, questa eredità ha continuato a dare frutto guidando nuove generazioni di cattolici americani verso Gesù Cristo. Il Signore ha anche ispirato alcuni uomini e donne a dare testimonianza del Vangelo in un modo radicale. Penso ad esempio ai martiri di New York e della Georgia, santa Kateri Tekakwitha, santa Elizabeth Ann Seton, santa Katharine Drexel, san John Neumann e il venerabile Fulton Sheen, che verrà presto beatificato. Il cammino che avete percorso porta il nome di un’altra santa, Francesca Saverio Cabrini, la fondatrice di una congregazione religiosa, la cui missione era l’attenzione ai bisogni spirituali e materiali dei migranti poveri. L’intensa attività apostolica di questi uomini e donne santi, e di altri come loro, non sarebbe stata possibile senza la forza che attingevano quotidianamente a momenti di preghiera silenziosa dinanzi al tabernacolo.

Fratelli e sorelle, partecipando a questo Pellegrinaggio Eucaristico, voi portate avanti questa grande eredità di fede. Lungo il vostro cammino, la celebrazione della Messa, le processioni eucaristiche e l’adorazione del Santissimo Sacramento non sono mancate, dandovi la forza e il nutrimento necessari per continuare il vostro percorso. Forse avete addirittura sperimentato voi stessi una fame per «il pane vivo, disceso dal cielo» (Gv 6, 51). Di fatto, il vero corpo e sangue di Nostro Signore Gesù Cristo è la vita della Chiesa pellegrina sulla terra. San Giovanni Paolo II lo ha espresso meravigliosamente nella sua Lettera Enciclica Ecclesia de Eucharistia: «L’Eucaristia, presenza salvifica di Gesù nella comunità dei fedeli e suo nutrimento spirituale, è quanto di più prezioso la Chiesa possa avere nel suo cammino nella storia» (n. 9). Mentre il Paese celebra l’anniversario della fondazione della sua patria terrena, è mia speranza che questa esperienza di pellegrini vi aiuti anche a fissare lo sguardo su quella celeste (cfr. Eb 11, 16), e che al tempo stesso serva a ricordare che l’Eucaristia è un dono prezioso, il nostro nutrimento indispensabile. È proprio riconoscendo e accogliendo questo dono che la Chiesa negli Stati Uniti troverà la forza di proseguire il suo servizio caritativo alla società più in generale, specialmente negli ambiti dell’educazione, dell’assistenza sanitaria e dei servizi sociali di base, continuando al contempo la sua missione di evangelizzare.

Mentre questo pellegrinaggio giunge al termine, vi incoraggio a affidare le vostre vite all’amorevole provvidenza di Dio quando ritornerete alle vostre case, come anche a coltivare una forte vita eucaristica tra le vostre famiglie, i vostri amici e le vostre comunità. Fiducioso che il Pellegrinaggio Eucaristico darà abbondanti frutti negli Stati Uniti d’America, affido tutti voi alla materna intercessione dell’Immacolata Vergine Maria.

E che Dio Onnipotente benedica tutti voi, Padre e Figlio e Spirito Santo. Amen.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 151, lunedì 5 luglio 2026, p. 3.

Angelus, 5 luglio 2026

Dom, 05/07/2026 - 12:00

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Il Vangelo della liturgia odierna (Mt 11,25-30) ci invita a condividere la lode che Gesù eleva al Padre, «Signore del cielo e della terra» (v. 25). Il Figlio di Dio, fatto uomo, manifesta il suo amore coinvolgendo ogni creatura in questo rendimento di grazie.

La semplicità di un gesto così spontaneo e gioioso corrisponde allo stile di Dio, che ama rivelarsi «ai piccoli», mentre resta nascosto «ai sapienti e ai dotti» (cfr v. 25). Costoro, infatti, sono talmente pieni delle proprie idee che non riconoscono la presenza di Cristo, il Messia che visita il suo popolo. L’umana sapienza diventa allora arroganza e la dottrina degrada in superbia. La vera sapienza di Dio si rivela invece nell’umiltà della carne e il suo insegnamento si rivolge a quanti fanno più fatica: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi» (v. 28), dice il Signore. Andare da Gesù significa corrispondere al suo amore e condividere la sua vita fino alla croce, come ci ha spiegato Egli stesso: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Proprio il dono di sé per amore è il “giogo” di Gesù (cfr Mt 11,29), cioè la sintesi del suo insegnamento, il cuore della sua sapienza, ardente di carità verso tutti.

Fratelli e sorelle, come può essere “leggero” e “dolce” il peso della croce (cfr v. 30)? Per una sola ragione: perché il Signore lo porta per primo e con tutti noi, senza mai lasciarci soli in ciò che ci abbatte. Da autentico maestro, Gesù si fa carico dell’umanità ferita dal male, per prendersene cura. La sapienza che Egli ci dona è allora un annuncio di salvezza e il suo giogo ci solleva da ogni caduta. Alla sequela di Cristo, il nostro cammino non è dunque un’ascesi che mortifica: è una scuola di libertà, che prende sul serio il dramma della storia e ne illumina sempre il senso, soprattutto nei momenti più oscuri. Difatti, solo nella croce di Gesù il male viene redento: solo nella sua passione la nostra stanchezza mortale trova conforto e riscatto.

Nella schiavitù, Cristo è liberazione. Sotto il flagello della guerra, Cristo è speranza. Nell’ora del peccato, Cristo è perdono. Questa è la vera sapienza, cioè la via che vogliamo percorrere insieme, uniti come discepoli nel suo nome. Gesù ce la insegna da Figlio, diventando nostro fratello: con la forza dello Spirito Santo, Egli stesso manifesta alla Chiesa la verità di Dio e dell’uomo, perché «nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (v. 27).

Carissimi, mentre ringraziamo il Signore per questa sua confidenza piena d’amore, chiediamo l’intercessione di Maria, Regina della pace, per il bene della Chiesa e del mondo intero.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

giovedì scorso, 2 luglio, nel Santuario di Tac Say in Vietnam, è stato beatificato il sacerdote Francesco Saverio Tru’o’ng Bǚu, ucciso nel 1946 in odio alla fede. In un contesto di prevaricazione e di violenza, si pose come difensore dei diritti della gente e non abbandonò i suoi parrocchiani. La sua intercessione e la sua preghiera sostengano gli operai del Vangelo che anche oggi si trovano in situazioni di persecuzione.

Saluto con affetto tutti voi presenti oggi in Piazza San Pietro!

Dou as boas-vindas aos peregrinos do Brasil y bienvenido al Coro de la Universidad de Mérida, en Venezuela. Recuerdo siempre en mis oraciones a las víctimas del terremoto y a todo el pueblo venezolano: que el Señor lo sostenga en este momento tan difícil.

Saluto alcuni gruppi polacchi: i sacerdoti novelli dei Frati Minori Cappuccini della Provincia di Cracovia; il Coro di bambini dell’Arcidiocesi di Łódź, accompagnato dal Vescovo Ausiliare, e il gruppo della Diocesi di Legnica.

Saluto i giovani di Bellagio e la Corale “Jubilaeum” di Augusta, in Sicilia, con il Sindaco e il Parroco.

A tutti auguro una buona domenica!

Visita pastorale del Santo Padre a Lampedusa: Santa Messa (4 luglio 2026)

Sab, 04/07/2026 - 10:30

Saluto in risposta al saluto del Sindaco

Signor Sindaco,
Grazie, grazie!
Signor Sindaco,
Eccellenza, distinte Autorità,
cari fratelli e sorelle!

Ringrazio il Signor Sindaco per il saluto che mi ha rivolto a nome del Comune di Lampedusa e Linosa, e ringrazio tutti voi per la vostra accoglienza!

Il fatto che abbiate voluto intitolare il Molo Favaloro a Papa Francesco è segno del legame che il mio Predecessore ha stabilito con la vostra comunità e con i fratelli e le sorelle migranti: il Papa vi è stato vicino in questo tempo per voi molto impegnativo. E oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia.

Non sono venuto per fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione. Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, più umano per tutti.

Grazie!

Visita Pastorale del Santo Padre a Lampedusa (4 luglio 2026)

Sab, 04/07/2026 - 07:15

 

ore 7,15 Partenza in auto dal Vaticano

ore 7,45 Decollo dall’aeroporto di Ciampino

ore 9,00 Atterraggio all’aeroporto di Lampedusa

sono previsti i seguenti momenti:

- sosta al Cimitero, con omaggio floreale sulle tombe

- sosta alla “Porta d’Europa”

- sosta al Molo Favaloro: benedizione della targa che intitola il Molo a Papa Francesco

saluto ad alcuni Migranti

ore 10,30  - Celebrazione della Santa Messa

sul palco è esposta l’immagine della Madonna di Portosalvo

- al termine della Messa: saluti alle Autorità, a bambini ammalati, Volontari

ore 12,30 Decollo da Lampedusa

ore 13,45 Atterraggio a Ciampino

Rientro in Vaticano

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Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 25 aprile 2026

Discorso del Santo Padre in occasione dell'accettazione della Liberty Medal of the National Constitution Center (3 luglio 2026)

Ven, 03/07/2026 - 16:45

 

Cari amici,

è per me un onore accettare la Liberty Medal del National Constitution Center in quest’anno in cui ricorre il 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti d’America con la firma della Dichiarazione d’Indipendenza il 4 luglio 1776. Alla vigilia di questa importante occasione, porgo un cordiale saluto a tutti coloro che si sono riuniti nel National Constitution Center di Philadelphia. Come figlio di questo grande Paese, fondato da uomini e donne coraggiosi che sognavano la libertà e un mondo migliore per se stessi e per i loro figli, mi unisco a voi nel chiedere le benedizioni di Dio sul futuro dell’America, affinché gli alti ideali sanciti all’inizio della Dichiarazione d’Indipendenza possano continuare a guidare la prosperità della nazione nell’unità, nella giustizia e nella pace.

Fin dalla nostra gioventù, la maggior parte di noi ha ammirato l’eloquenza di quelle parole, con il loro forte appello alla legge della natura e al Dio della natura quale base della loro affermazione che tutti gli uomini e le donne sono creati uguali e dotati dal loro Creatore di determinati diritti inalienabili, tra i quali il diritto alla vita, la libertà e la ricerca della felicità. Pur se espressa nel linguaggio dell’Illuminismo, quella affermazione in fondo è radicata in una comprensione della persona umana ispirata dalla grande visione biblica dell’uomo e della donna creati a immagine di Dio. Di fatto, è qui che scopriamo il fondamento della dignità umana; una dignità che precede l’istituzione di qualsiasi Stato e la cui custodia rappresenta il suo stesso fine.

Negli ultimi duecentocinquant’anni, per tanti popoli del mondo è stata la ferma determinazione a realizzare la nobile visione dei fondatori della nazione a rendere l’America sinonimo di libertà, mentre il Paese apriva le sue porte a ondate successive di immigranti, permettendo loro e ai loro figli di fare la loro parte nel plasmare il futuro della nazione. È stato questo stesso amore per la libertà a ispirare gli Stati Uniti, nelle ore più buie dello scorso secolo, al tempo delle due guerre mondiali, a guardare oltre e, con grande sacrificio, a sostenere la causa della libertà al di là dei propri confini.

Tuttavia, come ogni Americano sa, il percorso per costruire una società che incarnasse quegli alti ideali di libertà e di giustizia per tutti non è stato sempre facile e, sotto molti aspetti, è ancora un lavoro in corso. Di fatto, lo sforzo per realizzare questa visione deve essere ripreso in ogni generazione e dinanzi a sfide sempre nuove. Oggi, guardando al futuro, questo storico anniversario ci offre l’opportunità di riflettere ancora una volta sui principi fondanti della nazione, nella speranza che l’America rimanga sempre fedele al sogno che le ha fatto meritare il titolo di Paese degli uomini liberi e dimora degli uomini coraggiosi.

Il primo diritto sancito dai fondatori della nazione è stato il diritto alla vita, poiché nessuno che viene privato della vita può godere della libertà o perseguire la felicità. La vitalità di un Paese è profondamente legata al valore che esso attribuisce alla vita umana in ogni forma e condizione, riconoscendo la dignità di cui è dotata ogni persona umana in virtù della sua stessa esistenza. Il valore inerente di ogni vita umana ha portato i nobili cuori di generazioni a rendere lode alle meravigliose opere del Creatore (cfr. Sal 139, 14) e rimanere in riverenza dinanzi a un dono tanto prezioso. Di fatto, è proprio questa riverenza che dobbiamo continuare a coltivare, una riverenza che smuova i cuori degli individui e ispiri leggi che riconoscano e salvaguardino questo dono dal momento del concepimento fino alla morte naturale. La riverenza, inoltre, ci aiuterà a scoprire che siamo guardiani e custodi di quanti sono affidati alle nostre cure. A tale riguardo, la grandezza morale di una nazione si manifesta, soprattutto, attraverso la sua capacità di supportare, proteggere e apprezzare la vita di tutti, specialmente dei più vulnerabili e di coloro il cui valore è messo in discussione.

Dopo il diritto alla vita, era, ed è, la libertà a essere preminente tra i principi onorati dagli uomini e dalle donne che hanno cercato un nuovo inizio entro i confini di questa nazione, spesso equiparandola a una speranza prima inimmaginabile. Sebbene venga frequentemente intesa come la possibilità di agire come si vuole, la libertà autentica è molto più profonda. È fondata sulla capacità della persona umana di conoscere la verità e di aderire a ciò che è bene, anche a caro prezzo: un sacrificio ben noto a molti di coloro che si sono adoperati per plasmare questo Paese. Il desiderio di verità e di libertà, come anche la ricerca stessa della felicità, continuano a ispirare persone di tutte le generazioni a porre domande fondamentali sul significato della vita, sul nostro fine ultimo e, in fondo, su Dio, ed è proprio dei cuori magnanimi cercare di rispondere a queste domande con sincerità. Le risposte inevitabilmente determinano la direzione che cerchiamo di dare alla nostra vita, e l’America promuove da molto tempo la libertà religiosa necessaria per seguire in modo responsabile i dettami della coscienza a questo riguardo, senza paura né coercizione, come sancito nel Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti.

È questa la libertà che considera sacra la sfera intima della persona, dove si formano le convinzioni e dove la coscienza può guidare le decisioni prese nel profondo del cuore umano. Questa stessa libertà garantisce anche il diritto di ogni persona a rendere culto secondo la propria credenza, e degli individui, delle comunità e delle associazioni a esprimere pubblicamente la loro fede. Di fatto, la libertà religiosa ha dato vita alla tradizione americana di contemplare il dialogo interconfessionale e la cooperazione interreligiosa nel promuovere il bene pubblico e arricchire i dibattiti sulle grandi questioni morali ed etiche che sono state poste alla nazione e che hanno plasmato il corso della sua storia. È mia speranza che questa tradizione continui a dare frutto in un dibattito pubblico caratterizzato da moderazione, rispetto per i punti di vista altrui e da uno sforzo costante per trovare un terreno comune nel promuovere la causa della pace e della riconciliazione, in patria e all’estero.

Gli antenati di questo Paese, uomini e donne di origini, religioni e lingue diverse, sono stati capaci di trovare un terreno comune e la forza necessaria per inseguire un futuro migliore. I principi che hanno ispirato i fondatori dell’America, essendo radicati nella verità della persona umana, li hanno uniti in un’unica causa, un sogno comune. L’unità ha dato forza a quel sogno, facendo nascere, sotto Dio, gli Stati Uniti d’America. E pluribus unum: da molti, uno. Perché una nazione possa prosperare, deve essere veramente unita; unita non soltanto da obiettivi legati a imprese momentanee, ma da ideali che non svaniscono col passare del tempo. Possano i principi sui quali abbiamo riflettuto oggi — una dignità umana condivisa, l’uguaglianza e i diritti esposti nella Dichiarazione d’Indipendenza — essere sempre una fonte di questa unità e una luce di riferimento per il momento presente e per gli anni a venire.

Accettando questo premio, dunque, prego perché il 250° anniversario della fondazione di questa grande nazione sia l’occasione per rinnovare solennemente l’impegno verso questi ideali che hanno fatto dell’America un Paese che apprezza la pace e la prosperità, un Paese caratterizzato da generosità e nobiltà di cuore. Affido tutti voi, come anche il futuro della Nazione a Colui che è egli stesso fonte di vera libertà e di pace duratura, Colui il cui nome stesso è Pace.

Dio benedica l’America! Grazie!

 

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 150, sabato 4 luglio 2026, p. 5.

Lettera del Santo Padre, a firma del Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, al Vescovo di Lodi in occasione del XXVII <i>Columbanus Day</i> [Lodi, 4-5 luglio 2026] (2 luglio 2026)

Gio, 02/07/2026 - 18:00

Dal Vaticano, 2 luglio 2026

Eccellenza Reverendissima,

sono lieto di trasmettere il saluto del Santo Padre Leone XIV a Lei, agli organizzatori e ai partecipanti del Columbanus Day, che in questa XXVII edizione ritorna a Lodi, da dove è partito. Perciò Sua Santità desidera anzitutto congratularsi per la perseveranza con cui tale iniziativa è stata portata avanti negli anni, coinvolgendo sempre più le comunità ecclesiali e civili intitolate a San Colombano in Europa e promuovendo la conoscenza del grande Abate, della sua eredità spirituale e della sua attualità per la cultura europea.

Il Sommo Pontefice apprezza in particolare il fatto che, nel nome di San Colombano e quasi imparando da lui a non tenere per sé i doni di Dio ma a condividerli con tutti, le Giornate Colombaniane abbiano contribuito a far incontrare tante persone diverse per lingua e nazione, invitandole a riscoprire insieme i valori della tradizione cristiana per rispondere alle sfide del nostro tempo.

Tra queste sfide, di massima importanza è quella della pace. Al riguardo, il Santo Padre invita ad apprendere da San Colombano un atteggiamento indispensabile per qualsiasi cammino di riconciliazione, cioè l’atteggiamento penitenziale, con cui ci si pone davanti a Dio riconoscendo umilmente le proprie colpe, sia personalmente, sia collettivamente. In particolare, quando un conflitto è degenerato in guerra, con il tragico portato di morte e distruzione, invece di accusarsi reciprocamente occorre implorare pietà da Dio, Giudice misericordioso. Solo la pietà divina può infondere nei cuori la pietà umana e far sì che i nemici si tendano la mano.

Con questi pensieri, ispirati dalla luminosa figura del Santo Abate, il Sommo Pontefice augura ogni bene per il Columbanus Day in terra lodigiana, dove recentemente si è recato per rendere omaggio a Santa Francesca Saverio Cabrini, e di cuore invia a quanti vi prenderanno parte l’implorata Benedizione Apostolica.

Auspicando a mia volta il miglior successo per l’iniziativa, profitto della circostanza per confermarmi, con sensi di distinto ossequio,

dell’Eccellenza Vostra Reverendissima
dev.mo
Pietro Card. Parolin
Segretario di Stato

Videomessaggio "Prega con il Papa" - Luglio 2026: Per il rispetto della vita umana

Gio, 02/07/2026 - 15:00

LUGLIO: Per il rispetto della vita umana

 

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Signore della vita,
ci hai creati per amore e ci hai chiamati a vivere in pienezza.
Ogni persona è un dono sacro che riflette il tuo volto,
dal primo istante della sua esistenza
fino all’ultimo respiro del suo cammino sulla terra.

Oggi ti chiediamo la grazia di riconoscere e custodire
il valore unico e irripetibile di ogni essere umano.
Insegnaci ad accogliere la vita senza condizioni,
a sostenere con tenerezza la fragilità,
ad accompagnare ogni fase con rispetto
e a difendere con coraggio chi non ha voce.

Perdonaci, Signore,
quando cadiamo nell’indifferenza o nella cultura dello scarto,
quando smettiamo di vedere nell’altro un essere degno d’amore.
Donaci un cuore nuovo, capace di scegliere sempre la vita,
e mani generose che la proteggano con gesti concreti.

Fa’ della tua Chiesa una testimonianza viva del Vangelo della vita,
una casa aperta dove ogni esistenza sia celebrata,
dove nessuno si senta di troppo
e dove la dignità sia sempre rispettata e custodita.

Signore Gesù,
fa’ che amiamo la vita come Tu la ami:
con tenerezza, fedeltà e dono di sé.
Che sappiamo proclamare, con parole e gesti,
che ogni vita umana merita il dono totale di noi stessi.

Amen.

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Rete Mondiale di Preghiera del Papa  

Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli (30 giugno 2026)

Mar, 30/06/2026 - 09:00

Eminenza,
cari fratelli in Cristo,

Sono molto lieto di incontrarvi, dopo che ieri abbiamo celebrato insieme la festa degli Apostoli Pietro e Paolo, Patroni di questa Chiesa che è in Roma. La vostra presenza tra noi esprime la fraterna vicinanza della Chiesa sorella che è in Costantinopoli e del suo pastore e guida Sua Santità Bartolomeo, Patriarca Ecumenico. A lui e a tutti i membri del Santo Sinodo sono vivamente grato per aver voluto inviarvi a Roma, per continuare il tradizionale scambio di visite in occasione delle feste dei Santi Patroni delle nostre rispettive Chiese.

A tale proposito, è vivo in me il  ricordo della mia partecipazione alla celebrazione di Sant’Andrea, nella Chiesa patriarcale di San Giorgio al Phanar, lo scorso 30 novembre. Ricordo con gioia e riconoscenza gli incontri che ho avuto con Sua Santità Bartolomeo, nei quali abbiamo potuto approfondire la nostra vicendevole amicizia e condividere la visione su numerose questioni, soprattutto il comune desiderio di progredire nel cammino verso la piena unità tra tutti i cristiani.

In questa prospettiva, la commemorazione del 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea, tenutasi alla vigilia della festa di Sant’Andrea a Ìznik, su invito del Patriarca Bartolomeo e con la presenza di rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali, ha rappresentato un’eloquente testimonianza della comunione già esistente tra tutti coloro che condividono la fede in Dio, Padre di tutti gli uomini, e confessano il Signore e Figlio di Dio Gesù Cristo e lo Spirito Santo, che ci ispira e ci conduce alla pienezza della verità e dell’unità. Alla luce di quell’evento commemorativo, è apparso evidente come il Credo di Nicea debba essere la base e il criterio di riferimento di questo processo, proponendo il modello di vera unità nella legittima diversità: Unità nella Trinità, Trinità nell’Unità (cfr Lett. ap. In unitate fidei, 12). Possa il cammino verso la celebrazione del secondo millennio della Redenzione, nel 2033, essere percorso insieme tra tutte le Confessioni cristiane del mondo, riscoprendo il dono e la chiamata ad essere testimoni del Risorto.

In un’epoca caratterizzata da guerre e da una crescente polarizzazione, nonché da divisioni culturali e sociali, i cristiani, riconciliati tra loro e concordi nella professione dell’unica fede, sono chiamati ad essere segno credibile di pace, contribuendo in modo decisivo all’impegno in tal senso di tutti gli uomini e le donne di  buona volontà. Infatti, nell’attuale situazione è in gioco non solo la credibilità dell’annuncio cristiano, ma il futuro stesso dell’umanità. L’esigenza di una maggiore collaborazione tra i cristiani di fronte alle sfide odierne, quali la pace, il buon uso delle nuove tecnologie, la cura del creato, scaturisce dallo stesso Vangelo di Gesù Cristo: infatti la responsabilità nei confronti della vita e della dignità di ogni essere umano, a partire dai più piccoli e bisognosi, è il criterio che decide del nostro destino presente ed eterno (cfr Mt 25,31-46).

Eminenza, cari fratelli, vi rinnovo di cuore la mia gratitudine per questa visita, come pure per l’impegno vostro personale e del Patriarcato Ecumenico in ordine a promuovere la santa causa dell’unità dei cristiani. Vi assicuro la mia preghiera, per intercessione dei santi Apostoli Pietro e Andrea, fratelli nella carne e nella fede, e chiedo a Dio nostro Padre che ci accompagni sempre con la sua benedizione. Grazie!

Angelus, 29 giugno 2026, <i>Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo</i>

Lun, 29/06/2026 - 12:00

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Celebriamo oggi la solennità dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di Roma. Questa festa richiama il legame originario che unisce in comunione di fede e di carità la Chiesa che è in Roma con tutte le altre Chiese del mondo.

La testimonianza di questi due Apostoli è quasi un sigillo del Nuovo Testamento. Il sangue da loro versato in questa città rivela fin dove arriva l’amore di Dio che il Signore Gesù ci ha donato. Sì, è per la loro parola e il loro martirio che il Vangelo di Cristo si è, per così dire, radicato a Roma, manifestando proprio qui, nella capitale dell’impero, la sua capacità di rinnovamento: una nuova conoscenza di Dio e dell’infinita dignità di ogni essere umano, una nuova esperienza della forza, non come dominio, ma come servizio alla vita.

Anche oggi il Signore, morto e risorto per amore, si fa presente nei suoi testimoni, raggiunge i centri e le periferie, le capitali e le regioni più remote con le voci, i volti, le scelte coraggiose di chi ha risposto al suo invito: “Seguimi!”. Così, questo giorno di festa ci coinvolge nella missione di Pietro e Paolo, cioè nella missione di Gesù stesso. Dio si fida di noi, che siamo dei peccatori perdonati da Lui, di noi che non siamo perfetti, affinché brilli nelle nostre storie la sua grazia, si riveli la sua forza che cambia il male in bene.

Carissimi, forse Pietro e Paolo non avrebbero potuto essere più diversi l’uno dall’altro. Diversi per provenienza, per formazione, per carattere; non soltanto prima, ma anche dopo essere stati chiamati, e il loro unico Signore non li ha uniformati. Il Vangelo è compreso e annunciato da ognuno di loro con uno specifico accento; e lo Spirito Santo, ispirando gli autori biblici, ha voluto che non fossero nascoste le loro divergenze, che in effetti ci vengono narrate come una buona notizia. Nel collegio degli Apostoli, Pietro e Paolo non furono però avversari. Al contrario, divennero quasi il simbolo di molte altre diversità che l’unico Spirito compone in unità. Così, i Patroni della Chiesa di Roma hanno vissuto il travaglio della comunione, l’hanno conosciuta, servita e annunciata come sacramento della vita divina. La loro testimonianza ha contribuito in modo determinante a far sì che la presenza cristiana nella storia sia tesa non al dominio, ma al servizio, all’unità e alla riconciliazione.

Ci doni il Signore, per l’intercessione dei Santi Pietro e Paolo, di apprezzare sempre più la cattolicità della Chiesa, di riconoscerne il valore a servizio dell’incontro fraterno tra le persone e i popoli, di evitare ciò che logora o lede la comunione, di perseverare nel cammino ecumenico e nel dialogo attento e franco con tutti.

Maria, Regina degli Apostoli, protegga sempre il Popolo di Dio, a Roma e nel mondo intero.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Oggi si celebra la Giornata dell’Obolo di San Pietro. Ringrazio di cuore quanti con il loro dono sostengono il mio ministero di Successore di Pietro. Continuiamo a camminare insieme nella fede e nella comunione.

Nella festa dei nostri Santi Patroni, rivolgo i miei auguri ai romani e a tutti coloro che vivono in questa città. Un pensiero, accompagnato dalla preghiera, rivolgo specialmente ai malati, alle persone sole, ai carcerati. Ringrazio i parroci e tutti i sacerdoti, le religiose e i religiosi che lavorano a Roma, perché con la loro presenza e il loro servizio quotidiano mantengono vivo il suo grande cuore cristiano.

Saluto i volontari delle Pro Loco d’Italia che hanno realizzato l’Infiorata in Via della Conciliazione e Piazza Pio XII. Grazie e complimenti! Come pure ringrazio quanti organizzano la “Girandola di Castel Sant’Angelo”, che quest’anno sarà dedicata a San Francesco e al suo Cantico delle creature. Sono lieto inoltre di accogliere due Confraternite: quella spagnola di Nuestra Señora del Carmen del Camino de Zamora, e quella degli Agonizzanti, di Artena.

Saluto le persone senza fissa dimora che oggi sono in Piazza San Pietro per distribuire “L’Osservatore di strada”, supplemento de “L’Osservatore Romano”. Grazie e auguri a chi porta avanti questo giornale!

E buona festa a tutti!

Lettera del Santo Padre al Rev.do Don Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (29 giugno 2026)

Lun, 29/06/2026 - 10:00

Al Reverendo
Don Davide Pagliarani
Superiore Generale
della Fraternità Sacerdotale San Pio X

Con animo paterno desidero rivolgermi a Lei e, per mezzo Suo, ai vescovi, ai sacerdoti, ai seminaristi e ai fedeli legati alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, consapevole della responsabilità che il Signore mi ha affidato come Successore dell’Apostolo Pietro.

La Chiesa riconosce l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione che caratterizzano molte persone e comunità legate a codesta Fraternità. Ciò ha motivato l’atteggiamento di attenzione e di benevolenza che i miei Predecessori vi hanno costantemente manifestato.

Con questo spirito, e colmo di affetto cristiano, vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi! Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione.

La Chiesa è disponibile a un percorso di dialogo e di intesa che lo Spirito Santo può rendere possibile e fecondo.

Prego per voi, perché lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità. Il Signore illumini le vostre coscienze e risvegli i vostri cuori. Per l’autorità ricevuta da Cristo, con animo addolorato, ma ancora pieno di speranza, sento il dovere di chiedervi di desistere dal vostro intento e affido queste intenzioni al Cuore Immacolato di Maria, Madre del Buon Consiglio.

Dal Vaticano, 29 giugno 2026
Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo

 

 LEONE PP. XIV

Santi Pietro e Paolo, apostoli – Santa Messa con la benedizione e l’imposizione dei Palli ai nuovi Arcivescovi Metropoliti (29 giugno 2026)

Lun, 29/06/2026 - 09:30

Cari fratelli e sorelle,

oggi, in un’unica Solennità, ricordiamo i Santi Pietro e Paolo, Patroni della Città e della Diocesi di Roma: l’uno scelto da Gesù come pastore del suo gregge e l’altro eletto come apostolo delle genti. In loro veneriamo due colonne della Chiesa.

Pietro, custode del Popolo di Dio, molte volte nel Nuovo Testamento ci appare impegnato a conservare la comunione tra i fratelli. È lui che, sul lago di Galilea, dopo una notte di lavoro apparentemente inutile, dice al Maestro: «Non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5), e riprende il largo portando anche gli altri con sé. È ancora lui che, mentre molti si allontanano dal Signore dopo il duro discorso sul Pane di vita, dice al Messia: «Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68), e rimane, insieme agli altri undici. È sempre lui che a Cesarea riconosce in Gesù il Figlio di Dio e si fa voce di tutti nella professione dell’unica fede, come abbiamo sentito nel Vangelo (cfr Mt 16,13-19). Anche dopo la Risurrezione, sulle rive del lago, è il primo a raggiungere il Cristo, gettandosi in acqua e precedendo gli altri, a nuoto, per rinnovare umilmente il suo amore e ricevere la conferma della sua missione (cfr Gv 21,1-17).

E a tale missione Pietro rimane fedele, anche quando, ad esempio, a Gerusalemme, la questione dell’ammissione al Battesimo dei pagani non circoncisi rischia di spaccare la comunità. Egli riunisce i fratelli, li ascolta e alla fine, guidato dallo Spirito Santo, prende la decisione, conservando la comunione e inaugurando una stagione nuova per l’intero Popolo di Dio: «Crediamo – afferma – che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati […] come loro» (At 15,11).

Questa grandezza d’animo non vuol dire che Pietro sia perfetto. Durante la Passione rinnega il Maestro, per poi piangere sincere lacrime di pentimento (Lc 22,54-62); e Paolo stesso, in circostanze diverse, gli rimprovera l’incoerenza di alcuni suoi comportamenti (cfr Gal 2,11-14). Sa però riconoscere i propri sbagli e ravvedersi, senza scoraggiarsi e senza venir meno alla missione di annunciare il Vangelo e radunare il gregge di Cristo, fino al martirio, che subisce proprio qui, a Roma, non lontano dal luogo in cui ci troviamo.

Questa fedele e paziente sollecitudine per l’unità è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cfr Mt 16,19). Una chiave infatti non abbatte le porte, ma le apre e le chiude, ricercando al loro interno le leve giuste e accompagnandone i movimenti, perché i blocchi si sciolgano, i paletti scorrano e i battenti ruotino liberamente sui cardini, unendo gli ambienti e facendo di tante stanze isolate un’unica casa accogliente. Allo stesso modo la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita.

Potremmo leggere in questa prospettiva il compito affidato dal Signore a Pietro e ai suoi Successori, a beneficio di tutto il Popolo santo di Dio: ascoltare, con il suo aiuto, le voci di ciascuno, discernere le ispirazioni, condurre i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare, esortare e accompagnare i fratelli affinché, docili all’azione del medesimo Spirito (cfr 1Cor 12,1-11), cooperino alla salvezza gli uni degli altri e dell’intera umanità. L’esempio di Pietro, però, è un invito anche per ogni cristiano a farsi costruttore di unità, mettendo Dio al centro della propria esistenza e rendendosi vicino ai fratelli, attento alle loro vicende e ai loro bisogni (cfr Francesco, Catechesi, 9 ottobre 2024), per vivere con loro nella carità e così «portare a compimento l’annuncio del Vangelo» (cfr 2Tm 4,17).

È questo anche l’insegnamento di Paolo, l’altro grande Apostolo che oggi celebriamo, annunciatore instancabile della Buona Notizia. Anche lui ha dei simboli distintivi: il libro e la spada, strettamente uniti tra loro. Lo spiega bene l’autore della Lettera agli Ebrei, che scrive: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio», capace di penetrare «fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito» e di discernere «i sentimenti e i pensieri del cuore» (cfr Eb 4,12).

È ciò che Dio ha operato nel cuore del giovane Saulo, conquistandolo (cfr Fil 3,12) e portandolo prima a convertirsi al Vangelo, assumendo un nome nuovo, poi ad annunciarlo in tutto il mondo e infine a testimoniarlo, come Pietro, in questa stessa città, fino al dono della vita. L’Apostolo delle genti si è lasciato trasformare dalla potenza della Parola di Dio, che lo ha sottratto alla violenza per condurlo sulla via dell’amore.

Sant’Agostino, commentando la sua conversione e la sua missione, diceva: «Mentre andava [a Damasco] con il cuore fremente di minacce e di stragi, fu chiamato per nome e gettato a terra dalla voce celeste (cfr At 9,1-7), cioè dal Verbo che lo chiamava» (Sermo 299/A augm., 6). E aggiungeva: «Dio prese il persecutore della Chiesa e ne fece un messaggero di pace. Gli perdonò tutti i peccati e lo collocò in un ministero dove egli avrebbe potuto perdonare i peccati altrui» (ibid.).

Carissimi, per noi è importante, oggi, guardare a questi due Santi – Pietro e Paolo – per capire come essere a nostra volta apostoli e costruttori di unità, servitori generosi della verità nella carità. È con questo spirito che ci accingiamo a vivere il rito antico e suggestivo della consegna dei pallii agli Arcivescovi Metropoliti. Queste fasce di lana bianca ornate da croci esprimono infatti l’impegno di ogni Pastore – ma anche di ogni cristiano – a prendere sulle proprie spalle i fratelli e le sorelle che gli sono affidati, come altrettanti agnelli del gregge del Signore, e a sacrificare per loro energie, tempo, fatica, e anche la vita, perché a tutti giunga il Vangelo e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 38).

Con questi sentimenti, ho la gioia di rivolgere il mio cordiale saluto ai membri della Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Emmanuel, Metropolita di Calcedonia.

Preghiamo i Santi Pietro e Paolo, perché ci sostengano nel cammino della comunione sulle orme del Salvatore. È la strada che Lui ha tracciato, ciò per cui ha pregato il Padre nell’ultima Cena (cfr Gv 17,21-23), la meta alla quale ci ha insegnato ad anelare con fiduciosa speranza (cfr Benedetto XVI, Omelia nella Messa con imposizione del pallio ai nuovi Metropoliti, 29 giugno 2012).

Angelus, 28 giugno 2026

Dom, 28/06/2026 - 12:00

Fratelli e sorelle, buona domenica!

Anche nel Vangelo di oggi (Mt 10,37-42), ascoltiamo alcune esortazioni di Gesù per vivere la sequela ed essere testimoni del suo Regno. Non si tratta di qualche atto esteriore, ma di impegnare tutto noi stessi in una relazione d’amore con Lui. E per portare frutto, l’amore richiede almeno tre cose: il distacco, la perdita e l’accoglienza.

Anzitutto il distacco. Gesù dice: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me» (v. 37). Nel momento in cui inizia a inviare in missione i suoi apostoli, il Signore li vuole liberi da qualsiasi legame. Ma per tutti vale il fatto che anche gli affetti più importanti trovano la loro pienezza  grazie all’amore che Cristo ci dona. Pensiamo, ad esempio, alla vita matrimoniale: si può viverla pienamente solo “lasciando” la casa dei genitori (cfr Mt 19,6) per impegnarsi nella relazione coniugale. Pensiamo anche alla crescita dei figli: li si aiuta a realizzarsi e ad essere felici educandoli a “camminare con le loro gambe” e a compiere le loro scelte. Dice Sant’Agostino: «È doloroso il distacco da ciò che ami. Ma anche l’agricoltore perde temporaneamente ciò che semina» (Discorso 330, 2). Solo “perdendo” quel seme, gettato nel terreno, potrà vederlo fiorire.

In questo senso, l’amore è anche perdita. Ci riesce difficile comprenderlo, specialmente in un mondo in cui perdere sembra essere una debolezza e si è ossessionati dall’avere e dal possedere. L’amore, però, porta frutto solo nel donarsi: quando siamo disposti a perdere un po’ del nostro io per fare spazio all’altro, a perdere un po’ di tempo per ascoltare un amico, a perdere un po’ di comodità per condividere una situazione di disagio. Chi trattiene la vita solo per sé stesso – dice il Vangelo – in realtà la perde (cfr v. 39), perché essa non si apre alla gioia dell’amore e diventa sterile. Per questo Gesù ci invita ad abbracciare la Croce: Egli si è offerto, ha perduto sé stesso e, proprio così, noi abbiamo potuto ricevere la sua vita in abbondanza. Allo stesso modo, se viviamo nella logica del dono, anche noi saremo capaci di generare vita nuova nelle nostre relazioni.

Infine, l’accoglienza. L’amore, infatti, si esprime in scelte e azioni concrete, in un impegno fatto di piccoli gesti quotidiani, come quello di offrire un bicchiere d’acqua a chi ha sete (cfr v. 42). Gesù, inviando i suoi discepoli davanti a sé, chiede loro di andare senza provviste, cioè di essere bisognosi, perché in questo modo potranno suscitare accoglienza in coloro che incontreranno. E così, accogliendo chi viene nel nome di Gesù, si accoglie Lui e il Padre celeste che lo ha mandato. L’amore per il Signore passa sempre attraverso l’accoglienza dei fratelli.

Carissimi, preghiamo la Vergine Maria, che ha amato il suo Figlio sapendolo anche perdere: ci aiuti lei ad essere testimoni umili e gioiosi dell’amore di Cristo.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

deseo expresar mi cercanía a las hermanas y hermanos venezolanos afectados por los recientes terremotos que provocaron numerosas víctimas y heridos, así como ingentes daños materiales. Mientras ruego al Señor por el eterno descanso de los fallecidos, renuevo mi cercanía espiritual a sus familiares, a los lesionados y a quienes han sido golpeados por esta tragedia. Así mismo, manifiesto mi gratitud y aliento a cuantos trabajan con generosidad en las labores de búsqueda y de asistencia.

Ed ora do il benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini: vi ringrazio,  perché siete venuti con questo caldo!

Saluto i fedeli della Diocesi di Kumba in Camerun e quelli di vari altri Paesi.

Saluto i giovani religiosi Camilliani; i gruppi parrocchiali di Priolo Gargallo, Avola, Regalbuto e Bari; gli scout di Rovereto e i ragazzi di Mestrino, diocesi di Padova, che hanno ricevuto la Comunione e la Cresima.

A tutti auguro una buona domenica! Arrivederci a domani per la solennità dei Santi Pietro e Paolo.

Concistoro straordinario (27 giugno 2026)

Sab, 27/06/2026 - 17:30

Prima di entrare nella riflessione conclusiva, desidero esprimere la nostra vicinanza, mia e di tutto il Collegio Cardinalizio, alla popolazione del Venezuela, duramente colpita dal violento terremoto di questi giorni. Assicuriamo la nostra preghiera per le vittime, per le loro famiglie e per quanti soffrono le conseguenze di questa tragedia. Affidiamo al Signore anche tutti coloro che sono impegnati nei soccorsi e chiediamo che non venga meno la solidarietà delle comunità internazionali verso quella cara Nazione.

Cari Fratelli Cardinali, giungiamo adesso al termine di questi giorni con un sentimento di profonda gratitudine. Vi ringrazio per la libertà, la fraternità e il senso ecclesiale con cui avete preso parte ai nostri lavori. Porto con me non soltanto il contenuto delle vostre riflessioni, ma anche l’esperienza che le ha rese possibili. In questi giorni abbiamo cercato insieme la volontà del Signore, nella convinzione che Cristo continua a operare nella sua Chiesa: è Lui che ci precede, ci raduna, parla attraverso i fratelli e ci conduce nella missione. Tutto nasce da Lui e tutto ritorna a Lui. Per questo, vedere Cardinali provenienti da Chiese, culture e situazioni così diverse ascoltarsi reciprocamente e cercare insieme ciò che meglio serve il Vangelo è stato per me motivo di consolazione, di speranza.

Abbiamo iniziato questi giorni lasciandoci guidare dall’immagine del buon Samaritano: un uomo che si ferma davanti al fratello ferito, si lascia commuovere nelle viscere e se ne prende cura. Vorrei ora congedarci con un’altra icona evangelica: quella dei discepoli di Emmaus. Anche loro camminano segnati dalla tristezza e dalla delusione, ma il Signore si fa loro compagno di strada, ascolta le loro domande, apre le Scritture, fa ardere il loro cuore e trasforma il loro cammino. Mi piace pensare che anche quanto abbiamo vissuto in questi giorni abbia qualcosa di questa esperienza: abbiamo camminato insieme, ci siamo ascoltati reciprocamente e, se abbiamo lasciato spazio al Signore, Egli ha nuovamente acceso nei nostri cuori la speranza e ci rimanda ora alle nostre Chiese per riprendere il cammino con uno sguardo nuovo.

La riflessione conclusiva sul cammino sinodale ci ha aiutato a rileggere quanto abbiamo vissuto in questi giorni. Mi sembra che la domanda della sinodalità non sia anzitutto: “Chi ha il potere di decidere?”. La domanda è più profonda: “Come custodiamo insieme il dono che il Signore ha affidato alla sua Chiesa?”. Quando questa domanda diventa il centro del nostro discernimento, anche le questioni dell’autorità, della corresponsabilità e delle decisioni trovano il loro giusto posto, illuminate dalla missione e dalla comune fedeltà al Vangelo. Così, desidero affidarvi ancora una volta il cammino di attuazione del Sinodo. Vi chiedo di accompagnarlo con convinzione nelle Chiese che servite, favorendone una comprensione autentica e incoraggiando tutti a prendervi parte: si tratta di aiutare le nostre Chiese a crescere in uno stile sempre più evangelico.

Mi raccomando, come abbiamo sentito dal Card. Grech, la sinodalità non è un insieme di riunioni, né un metodo di lavoro. È uno stile spirituale. Nasce dall’incontro, cresce nell’ascolto e matura nel discernimento. La vera domanda non è quante conversazioni sapremo organizzare, ma quale qualità evangelica avranno i nostri incontri. Quando ci ascoltiamo con umiltà e libertà, lasciando spazio allo Spirito, le nostre conversazioni non rimangono uno scambio di idee, ma diventano un luogo di conversione, nel quale cresciamo insieme nella fedeltà al Signore.

Ripensando alle conversazioni di questi giorni, porto anzitutto con me lo sguardo con cui avete contemplato il mondo nella prima sessione. Molti di voi hanno raccontato le sofferenze provocate dalle guerre, dalle violenze, dalle povertà e dalle tante ingiustizie che segnano la vita dei popoli. Non vi siete fermati però a descriverle. Dietro questi drammi avete riconosciuto una sofferenza ancora più profonda: la solitudine, la crisi delle relazioni, la perdita della speranza, la difficoltà di riconoscersi reciprocamente come fratelli e sorelle. È uno sguardo che non distoglie gli occhi dalle ferite del mondo, ma ne cerca le radici, riconoscendo, spesso nascoste dentro di esse, una rinnovata domanda di senso, di autenticità, di spiritualità e di comunità. Molti cercano oggi speranza e relazioni vere.

Mi ha colpito, in particolare, il modo con cui avete parlato dei giovani. Nelle loro domande, ma anche nella sofferenza che talvolta li conduce fino alla disperazione – e a volte fino alla disperazione estrema di togliersi la vita – avete riconosciuto una delle ferite più profonde del nostro tempo. Ma avete saputo riconoscervi anche l’azione dello Spirito. La loro ricerca di autenticità, di relazioni vere e di senso ci ricorda che il Vangelo continua a incontrare le attese più profonde del cuore umano. Ascoltare loro e le loro famiglie con umiltà è anche una via attraverso la quale il Signore continua a convertire la Chiesa.

Molti di voi hanno ricordato anche la famiglia. Là dove essa è sostenuta e accompagnata, cresce una scuola di relazioni, di solidarietà e di speranza; là dove è ferita o isolata, tutta la società ne porta le conseguenze. A ottobre avremo un incontro con i capi delle Chiese orientali e i presidenti delle Conferenze episcopali per valutare i passi fatti dopo Amoris laetita. Parteciperanno anche alcune famiglie che condividono le esperienze. La loro presenza è essenziale, però spero che tutti coloro che verranno si preparino ascoltando da vicino e portando l’esperienza delle famiglie delle loro Chiese.

Avete così cercato di ascoltare ciò che le ferite del mondo rivelano del cuore dell’uomo. È proprio lì, nel cuore, che si decide anche la pace. Prima di manifestarsi nella storia, la guerra nasce dentro di noi, quando il sospetto prende il posto della fiducia, la paura della speranza e l’altro viene percepito come una minaccia. Ma è nello stesso cuore che Cristo continua a incontrarci, a parlare e a convertirci. Da un cuore riconciliato possono nascere parole disarmate, relazioni nuove e una pace capace di raggiungere anche i popoli.

La seconda sessione ci ha condotti a fare un passo ulteriore. Mi sembra che abbiate colto con grande chiarezza una delle intuizioni della Magnifica humanitas: la guerra non è soltanto un conflitto tra gli Stati. Nasce molto prima, da una cultura della potenza che attraversa il nostro modo di pensare, di vivere le relazioni, di esercitare il potere, di usare l’economia, la tecnologia e perfino la religione. Se questa è la radice della crisi, la risposta domanda di ricostruire una cultura della cooperazione e del dialogo, capace di dare nuova forza anche al multilateralismo, perché i popoli imparino nuovamente a cercare insieme il bene comune dell’intera famiglia umana. In questo cammino il contributo dei fedeli laici impegnati nella vita pubblica è essenziale: hanno bisogno della vicinanza e del sostegno della comunità ecclesiale per vivere la “carità politica” che avete ricordato. La stessa cultura della cooperazione cresce attraverso il dialogo ecumenico e interreligioso, che non attenua la nostra identità cristiana, ma la rende capace di servire insieme il bene comune e la pace.

Ho trovato poi particolarmente prezioso il modo con cui alcuni di voi hanno affrontato il tema della risposta nonviolenta di fronte alle molte forme di violenza. Essa è una forma profondamente evangelica di abitare la storia, frutto della contemplazione del modo di agire di Gesù. Non consiste nella rinuncia al conflitto né in un atteggiamento passivo, ma nello scegliere di affrontarlo senza riprodurne la logica. Essa non rinuncia alla verità né tace il male, ma rifiuta di difenderla con la violenza e di trasformare l’altro in un nemico: comincia disarmando se stessi. Essa rivela così la logica della Pasqua, nella quale l’amore si manifesta più forte dell’odio e il perdono spezza la spirale della vendetta. È questa la forza del Crocifisso risorto: una forza che non distrugge il nemico, ma rende possibile ritrovare un fratello.

In questa prospettiva, diversi gruppi hanno sottolineato l’opportunità di proseguire l’approfondimento del tema della legittima difesa alla luce delle profonde trasformazioni intervenute nella natura dei conflitti contemporanei. Questa riflessione merita di essere ulteriormente sviluppata con il necessario rigore teologico e pastorale.

Ho accolto con particolare interesse anche la vostra insistenza sulla Dottrina sociale della Chiesa. Avete espresso il desiderio che diventi sempre più patrimonio vivo delle nostre comunità, criterio ordinario di formazione delle coscienze e di discernimento pastorale. Essa non offre soluzioni precostituite, ma educa la Chiesa a un modo evangelico di abitare la realtà, interpretarla e orientare responsabilmente l’azione.

Mi ha colpito anche un’altra convergenza. Molti di voi hanno osservato che oggi il bene comune non è semplicemente un obiettivo da perseguire: è una realtà da riscoprire insieme. Viviamo un tempo nel quale diventa difficile perfino riconoscere ciò che è veramente bene per tutti. Per questo, radicata in Cristo, la Chiesa è chiamata a custodire luoghi di incontro, di ascolto e di dialogo nei quali possa maturare una rinnovata cultura del bene comune. Questo domanda anche un paziente lavoro educativo, che aiuti a riconoscere la dignità inviolabile di ogni persona e la responsabilità che ci lega gli uni agli altri. In questo cammino, i poveri non sono soltanto destinatari della nostra cura, ma protagonisti della speranza che Dio continua a suscitare nella storia.

Da molte delle vostre riflessioni è emersa con forza anche un’altra convinzione. Mentre ci interrogavamo sulle responsabilità della Chiesa nel mondo di oggi, avete richiamato continuamente l’importanza della testimonianza, della prossimità, della formazione delle coscienze e della costruzione di comunità fraterne e credibili. Questa testimonianza nasce dall’incontro con Cristo, dalla sua Parola e dai Sacramenti, nei quali il Signore sostiene il suo popolo e lo rende capace di servire il mondo con la forza del Vangelo. La Chiesa è chiamata a diventare sempre più ciò che proclama. È su questo fondamento che anche le necessarie riforme delle strutture, delle istituzioni, dei processi possono portare frutto.

Così, questi giorni rafforzano la mia speranza. Non soltanto per ciò che abbiamo condiviso, ma per il modo in cui lo abbiamo fatto. In un tempo segnato dalla polarizzazione, anche il modo con cui la Chiesa ascolta e dialoga diventa parte del suo annuncio. Se sapremo continuare a cercare insieme la volontà del Signore, lasciandoci guidare dallo Spirito Santo, sono certo che la nostra comunione diventerà sempre più feconda per la missione della Chiesa e per il servizio all’intera famiglia umana.

Credo che, poco alla volta, stiamo riscoprendo il significato più autentico del Concistoro: il radunarsi del Collegio dei Cardinali attorno al Successore di Pietro perché, nell’ascolto reciproco e nel discernimento comune, lo Spirito Santo aiuti il Papa a guidare la Chiesa. Non un parlamento, non un congresso nel quale prevalgono opinioni o interessi, ma un’esperienza di comunione al servizio della missione. Quello che impariamo a vivere in questi giorni non riguarda soltanto il Collegio Cardinalizio. È uno stile che siamo chiamati a promuovere in tutta la Chiesa, perché ogni battezzato, secondo la propria vocazione e responsabilità, partecipi alla costruzione della civiltà dell’amore e al servizio del bene comune. Come vi ho già anticipato, desidero proseguire questo appuntamento annuale anche a partire dal prossimo anno. Non ho ancora fissato la data: conto di comunicarvela verso la fine di questo anno.

Questo Concistoro è stato un momento prezioso, ma non deve rimanere un appuntamento isolato. In tutta la Chiesa desideriamo promuovere spazi nei quali il Popolo di Dio possa ascoltarsi, pregare, discernere e camminare insieme. È questa l’anima del percorso di attuazione del Sinodo. Sarà questo anche lo spirito del prossimo incontro dedicato ad Amoris laetitia e di molte altre iniziative che il Signore ci chiederà di vivere. Ciò che conta non è moltiplicare gli incontri, ma imparare a vivere incontri nei quali, ascoltandoci reciprocamente, impariamo insieme ad ascoltare il Signore.

Prima di concludere desidero accogliere l’appello unanime che è salito da questo Concistoro e farlo mio. Anzi, vorrei che lo facessimo insieme, attraverso queste parole. Diciamolo ai nostri confratelli Vescovi, alle Chiese affidate al nostro ministero e a tutti i popoli della terra: Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo. Per questo non dobbiamo rassegnarci alla violenza. La violenza non avrà l’ultima parola. Dio continua ad aprire nella storia cammini di riconciliazione e di pace. Abbiamo la responsabilità di percorrerli con coraggio e di aiutare il mondo a riconoscerli.

Fratelli vi ringrazio di cuore per il vostro contributo, come pure i relatori, i moderatori e tutti coloro che, con generosità e discrezione, hanno reso possibile queste giornate di lavoro e di fraternità. Grazie per avermi aiutato, ancora una volta, a riconoscere l’opera che Cristo continua a compiere in mezzo al suo popolo e nel mondo. Affidiamo i frutti di questo Concistoro all’intercessione della Vergine Maria, Madre della Chiesa. Ci insegni a custodire l’unità nella diversità e a servire il Vangelo della pace con umiltà, coraggio e speranza. Grazie!

Concistoro straordinario: Sessione di apertura (26 giugno 2026)

Ven, 26/06/2026 - 09:30

Cari Fratelli Cardinali,

vi do il benvenuto e vi ringrazio di cuore per avere accolto ancora una volta il mio invito. La vostra presenza manifesta la sollecitudine per tutta la Chiesa che condividiamo nel servizio al Popolo di Dio e alla missione affidataci dal Signore.

Nel Concistoro dello scorso gennaio avevo espresso un desiderio semplice: che questi incontri ci aiutassero a imparare sempre più a «lavorare insieme nel servizio della Chiesa» e a proseguire «una conversazione che mi aiuti nel servizio della missione di tutta la Chiesa». Non erano soltanto parole introduttive. Continuo a pensare che questa sia una delle responsabilità più importanti affidate al Collegio Cardinalizio. Anche noi, come tutta la Chiesa, impariamo camminando. La comunione non è mai un risultato acquisito una volta per tutte: rimane una conversione quotidiana, che prende forma nella preghiera, e attraverso atteggiamenti concreti, relazioni di fiducia e disponibilità ad ascoltarci reciprocamente.

In questi mesi ho avuto modo di ricordare più volte che siamo chiamati a essere costruttori della comunione di Cristo, una comunione che prende forma in una Chiesa sinodale nella quale tutti cooperano alla medesima missione, ciascuno secondo il proprio carisma e il proprio ministero.

Come dicevo alla Curia Romana, questa comunione «si costruisce, più che con le parole e i documenti, mediante gesti e atteggiamenti concreti che devono manifestarsi nel nostro quotidiano, anche nell’ambito lavorativo» (Discorso alla Curia Romana per gli auguri natalizi, 22 dicembre 2025). Non siamo custodi di interessi particolari, ma, «discepoli e testimoni del Regno di Dio, chiamati ad essere in Cristo lievito di fraternità universale» (Ivi).

Per questo motivo ho desiderato che il nostro lavoro si concentrasse su quattro temi tra loro profondamente collegati.

Anzitutto siamo invitati a contemplare il mondo nel quale la Chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo. Prima di domandarci che cosa fare, occorre sostare davanti alla realtà, guardandola con gli occhi della fede e lasciandoci interrogare dall’ascolto dei fratelli. Come ho ricordato poche settimane fa, «Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come il Signore della storia» (Omelia in “Plaza de Cibeles”, Madrid, 7 giugno 2026). E anche oggi il Signore continua a precederci nella storia, e la Chiesa è chiamata anzitutto a riconoscere la sua presenza.

Successivamente rifletteremo insieme sulla cultura della potenza e sulla civiltà dell’amore. Molti di voi provengono da terre segnate dalla guerra, dalla violenza, dalla polarizzazione sociale o religiosa. Ma nessuno di noi è estraneo alle molte forme di conflitto, di sopraffazione e di frattura che attraversano oggi le nostre società. Per questo il discernimento che siamo chiamati a compiere riguarda tutti e interpella la missione della Chiesa in ogni contesto. L’Enciclica Magnifica humanitas ci offre alcune chiavi preziose per leggere questo tempo. Mi interessa soprattutto ascoltare come queste pagine risuonano nelle vostre Chiese, quali interrogativi suscitano, quali prospettive aprono, quali passi suggeriscono. Una enciclica continua infatti il suo cammino quando viene accolta, interpretata e incarnata nella vita concreta delle Chiese.

La terza sessione approfondirà ancora la Magnifica humanitas, interrogandosi sul contributo che la Chiesa può offrire alla costruzione del bene comune. Viviamo in un tempo nel quale cresce la tentazione della frammentazione e prevalgono facilmente interessi particolari. La Dottrina sociale della Chiesa ci ricorda che il bene comune non nasce spontaneamente, ma domanda responsabilità condivise. Per la Chiesa questo assume una forma ben precisa: uno stile sinodale al servizio della missione del Regno. Lo ricorda l’Enciclica Magnifica humanitas al n. 86, aggiungendo che questo richiede attenzione al modo in cui si prendono le decisioni e si esercitano le responsabilità, nella trasparenza, nella valutazione e nella corresponsabilità.

Infine, dedicheremo una sessione al cammino di attuazione del Sinodo. Questa ultima sessione non apre un tema nuovo, ma raccoglie e mette in relazione quanto avremo condiviso nelle sessioni precedenti. Di fronte alle ferite del mondo, alla costruzione del bene comune e alla missione della Chiesa, la sinodalità indica un modo di procedere: ascoltare, discernere e assumere insieme la responsabilità delle scelte che il Signore ci affida. La sinodalità non è anzitutto un insieme di procedure; come ho avuto modo di dire più volte, la sinodalità è un atteggiamento, un’apertura, una disponibilità a comprendere. Talvolta essa è stata interpretata come una diminuzione dell’autorità. In realtà essa ci aiuta a comprendere più profondamente il significato dell’autorità stessa, che esiste per custodire la comunione, favorire la partecipazione di tutti e orientare il cammino comune della Chiesa.

Queste quattro sessioni trovano la loro unità nella prospettiva missionaria che abbiamo condiviso nell’ultimo Concistoro e che ho richiamato nella lettera dello scorso aprile. Non siamo qui anzitutto per riflettere sulla vita interna della Chiesa.

Tutti i temi che affronteremo — lo sguardo sul mondo, la pace, il bene comune, la sinodalità — convergono in un’unica domanda: come possiamo aiutare oggi le nostre Chiese ad annunciare il Vangelo con maggiore fedeltà, libertà e credibilità? La missione non è uno dei molti compiti della Chiesa. È la sua ragione di esistere e, proprio per questo, diventa anche il criterio che orienta il nostro discernimento. Quando impariamo ad ascoltarci, a portare insieme le responsabilità, a riconoscere l’azione dello Spirito nelle diverse Chiese, non stiamo soltanto migliorando il nostro modo di lavorare: stiamo diventando una Chiesa più capace di incontrare gli uomini e le donne del nostro tempo e di testimoniare loro la gioia del Vangelo.

Per questo desidero chiedervi un aiuto particolare. Il ministero che il Signore mi ha affidato non può essere vissuto da solo. Esso ha bisogno della vostra esperienza, della vostra sapienza pastorale, della vostra conoscenza delle Chiese e dei popoli che vi sono affidati. Conto su di voi perché mi aiutiate a discernere ciò che lo Spirito dice oggi alla Chiesa. Ho bisogno del vostro appoggio: forte, esplicito e pubblico. Ho bisogno di sentirmi sostenuto da voi come da fratelli.

Vi chiedo così di accompagnarmi non soltanto in questi giorni di lavoro, ma anche nel servizio quotidiano alla comunione della Chiesa universale. Aiutatemi ad ascoltare ciò che emerge nelle Chiese, a riconoscere i segni di speranza che spesso crescono nel silenzio, ma anche a non ignorare le fatiche, le incomprensioni e le resistenze che possono rallentare il cammino. Ho bisogno della vostra libertà, della vostra franchezza e della vostra lealtà. Un consiglio sincero è sempre un atto di comunione.

Vi chiedo inoltre di sostenere, ciascuno nella propria Chiesa e nel proprio ministero, questo stile di discernimento ecclesiale. So che esso richiede pazienza e talvolta suscita interrogativi. Tuttavia sono convinto che il Signore ci stia insegnando una maniera più evangelica di vivere insieme la responsabilità che ci ha affidato. Anche da questo dipende la credibilità della nostra testimonianza e la fecondità della nostra missione.

Desidero perciò incoraggiarvi a vivere con convinzione il lavoro nei gruppi. So bene che, per molti di noi, non è il modo abituale di svolgere un Concistoro. Eppure anche questo fa parte del cammino lungo il quale il Signore ci sta conducendo. Naturalmente rimarrà spazio anche per gli interventi personali e, come sempre, ciascuno potrà farmi pervenire liberamente osservazioni o riflessioni riservate. Ma vi chiedo di entrare con fiducia in questo esercizio ecclesiale. Anche noi impariamo la sinodalità praticandola, impariamo insieme a crescere nella comunione. Vi ringrazio fin d’ora per la vostra disponibilità, per la vostra libertà interiore e per il vostro amore alla Chiesa.

Affidiamo questi giorni allo Spirito Santo, perché ci renda docili alla sua voce e ci conceda la grazia di cercare insieme ciò che meglio serve il Vangelo e il bene del Popolo di Dio.

Grazie.

Concistoro straordinario: Messa con i Cardinali (26 giugno 2026)

Ven, 26/06/2026 - 07:30

Carissimi fratelli,

ci siamo radunati attorno all’altare del Signore, presso la tomba di San Pietro, per iniziare il Concistoro. Veniamo a celebrare questa Eucaristia provenendo da ogni parte del mondo: insieme alla nostra vita, offriamo dunque a Dio le comunità e i popoli che portiamo nel cuore, così come i progetti e le esperienze pastorali, liete e faticose.

Questa varietà di affetti e di pensieri ora si concentra: trova cioè quel centro luminoso, che è Cristo. Egli stesso, in persona, si rivolge a noi dicendo: «Io sono la vite vera» (Gv 15,1). Mediante Gesù, la grazia e la verità fluiscono nella nostra vita (cfr Gv 1,17), rinnovandoci intimamente: questi doni divini sono la linfa feconda anche del Concistoro che oggi inauguriamo. È il Vangelo stesso a preparare la condizione affinché sia fruttuoso: «Rimanete in me e io in voi» (Gv 15,4). Da un lato, il Maestro ci avverte così che «senza di me non potete far nulla» (v. 5), dall’altro vuole che i suoi discepoli portino «molto frutto» (v. 8). Sì, molto: la grazia di Dio non produce in chi la accoglie una crescita stentata, ma uno sviluppo rigoglioso. Il Verbo eterno, infatti, si è fatto uomo perché tutti «abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Iniziata nella fede, questa vita viene persino rafforzata dalla prova della potatura, perché coltivata dalla premura del Padre.

Mentre dunque chiediamo a Dio di concederci forza e sapienza, è significativo che il nostro Concistoro avvenga alla vigilia della solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo. Sostiamo insieme in questa memoria, che ricorda le colonne della Chiesa cattolica e romana, i due missionari martiri la cui predicazione fece tutt’uno con la loro vita, al punto da diventare parte delle Sacre Scritture.

Ascoltando oggi le parole di san Paolo ai Corinzi, possiamo notare la felice consonanza con quelle del Vangelo. I diversi carismi, infatti, i ministeri e le attività ecclesiali sono come i tralci dell’unica vite, cioè del solo Signore (cf 1Cor 12,4-6) che infonde lo Spirito Santo nella sua Chiesa. A questa organica unità corrisponde il criterio che fa buoni e gustosi tutti quei servizi ecclesiali: il criterio del bene comune (cfr v. 7).

Carissimi, dalla Parola di Dio che abbiamo ascoltato vorrei trarre alcune indicazioni per il nostro discernimento di questi giorni.

In primo luogo, l’esempio dei santi Pietro e Paolo ci incoraggia a condividere nella fede la vera libertà. Difatti, proprio la relazione con il Signore Gesù ci libera dal peccato e dalla paura: mentre chiama a seguirlo, Egli stesso ci invia nel mondo come successori degli Apostoli. Annunciare il Vangelo, celebrare i Sacramenti e dedicarci al gregge del Signore si attua e porta frutto nella misura del nostro credere in Lui, Pastore buono. La fede è quella virtù, mai scontata, che dà vita alla Chiesa, perché corrisponde alla grazia che nutre i tralci dell’unica vite. La Chiesa viva è la Chiesa che crede, per il dono dello Spirito Santo riversato nei nostri cuori: questa Chiesa porta molto frutto. Come dunque la grazia divina precede la libertà umana, così la fede della Chiesa precede la nostra e chiede di essere testimoniata con ardore. Questa missione ha Cristo per principio e fine: con le parole del salmista, «annunciate di giorno in giorno la sua salvezza. In mezzo alle genti narrate la sua gloria» (Sal 96, 2-3).

In secondo luogo, chiediamo il dono della pace nell’unità. Mentre invitiamo tutti i popoli alla fede, nella quale siamo davvero liberi, tensioni internazionali e conflitti feriscono gravemente la famiglia umana. Tuttavia, non mancano, anzi, si moltiplicano nella Chiesa e nel mondo iniziative ed esperienze che richiamano al rispetto della dignità umana, della giustizia, del diritto, semplicemente dell’umano. Questo è motivo di speranza, perché attesta la bellezza dell’opera di Dio, il quale ci ha creati a sua immagine e somiglianza, come segno della sua gloria nel mondo. Quando questo segno viene ferito, tutti siamo feriti. Quando è corrotto, tutti ne soffriamo. Quando è ucciso, tutti ci sentiamo lacerati. Perciò la guerra non è mai degna dell’uomo, e non è mai benedetta da Dio, perché il Creatore ci ha dotati di intelligenza e volontà per risolvere i conflitti da esseri umani e non da bestie, magari dotate di armi iper-tecnologiche. L’unità della famiglia umana precede i singoli popoli e Stati. Non si tratta solo di un dato biologico: è un principio etico. La pace è un dovere di giustizia perché siamo un’unica famiglia umana, una magnifica humanitas che trova in Cristo il proprio Capo e Redentore.

Riflettendo sull’Enciclica che ho promulgato il 15 maggio scorso, occorre perciò proseguire nel cammino tracciato da San Paolo VI: quando egli «introdusse l’espressione “civiltà dell’amore”, il mondo era segnato dalla Guerra fredda, dalla corsa agli armamenti e da forti squilibri economici. In quel contesto, la Chiesa indicava una via alternativa all’opposizione ideologica tra sistemi, immaginando un ordine sociale in cui giustizia e carità si intrecciano» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 186. Cfr S. Paolo VI, Regina Caeli, 17 maggio 1970). È così, infatti, che la testimonianza cristiana diventa profezia di un mondo nuovo, evangelizzazione e servizio, progetto culturale e sociale che promuove integralmente lo sviluppo umano. Mentre annuncia il Vangelo, tra gioie e persecuzioni, la Chiesa non è mai di parte: è per tutti, e a ciascuno rivolge l’identica parola di conversione e di salvezza.

In terzo luogo, gustiamo oggi e sempre la concordia nell’obbedienza, cioè nell’ascolto che riconosce il dono del Verbo, fatto carne per noi. Attraverso questo esercizio, lo Spirito Santo ci orienta, indicando Egli stesso problemi e opportunità pastorali, purificando le intenzioni e correggendo ciò che devia dal cammino comune. L’attuazione del Sinodo, per la quale ci stiamo impegnando, invita tutti a procedere nell’unità della fede, nella promozione della pace, nell’obbedienza alla Parola vivente, che è Gesù. In questa luce «gli enormi e rapidi cambiamenti culturali richiedono che prestiamo una costante attenzione per cercare di esprimere le verità di sempre in un linguaggio che consenta di riconoscere la sua permanente novità» (Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, 41). L’unico Verbo, fatto uomo, si esprime difatti in tutte le lingue: il Cristo morto e risorto è la vite vera, che porta frutto mediante tutte le culture che i cristiani trasformano dall’interno. Così, mentre appassiscono le ideologie del mondo, lo Spirito Santo fa fiorire nella Chiesa l’intesa fraterna, la carità, lo slancio missionario.

Lavorando insieme, la nostra collegialità fa sintesi della sinodalità alla quale tutti i battezzati partecipano, nell’unità del popolo di Dio. Sinodalità e collegialità sono infatti forme della fraternità cristiana, che ci lega come battezzati e come vescovi. Perciò l’aiuto che potrete darmi, nell’esercizio del ministero petrino, trova in me chi chiede, non chi comanda. L’autorità del primato, infatti, è propria di chi ascolta e solo perciò guida, di chi apprende e solo perciò insegna, sempre alla sequela dell’unico Maestro. L’intercessione dei Santi Apostoli Pietro e Paolo ci accompagni in questo appassionante cammino.

Chirografo del Santo Padre con il quale si approva il nuovo Statuto dell’Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria (ASIF) (25 giugno 2026)

Gio, 25/06/2026 - 12:00

La trasparenza, l’integrità e la responsabilità nell’ambito delle attività economiche e finanziarie costituiscono degli elementi imprescindibili della buona amministrazione e del servizio al bene comune che devono caratterizzare le Istituzioni della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano. Proprio per questo, la Santa Sede si è impegnata, con continuità e determinazione, al progressivo rafforzamento del proprio assetto normativo e istituzionale, sviluppando un sistema organico di prevenzione, vigilanza e controllo fondato sui principi di legalità, trasparenza, proporzionalità e cooperazione con le controparti internazionali.

Tale impegno si è tradotto, nel corso degli anni, nell’adozione di una disciplina sempre più articolata per la prevenzione e il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose, del finanziamento del terrorismo e della proliferazione delle armi di distruzione di massa, nonché nel costante perfezionamento dei meccanismi di vigilanza delle entità che svolgono attività di natura finanziaria. Parimenti, è stata sviluppata una normativa sempre più strutturata per assicurare la sostenibilità, nonché la sana e prudente gestione, degli enti che svolgono professionalmente attività di natura finanziaria, nel rispetto sia dell’unicità della missione ad essi affidata sia dei più rigorosi parametri internazionali di riferimento.

La Santa Sede intende proseguire con convinzione su questo cammino, promuovendo un ordinamento che, in armonia con i più elevati parametri internazionali e nel rispetto delle proprie peculiarità istituzionali, possa contribuire attivamente all’integrità e alla sicurezza del sistema finanziario internazionale.

In tale contesto, l’Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria (ASIF) riveste un ruolo di primaria importanza quale Autorità competente, a norma dell’ordinamento vigente, per la vigilanza, la regolamentazione e supervisione, informazione finanziaria.

Con Chirografo del 5 dicembre 2020, il mio venerato Predecessore ha approvato il vigente Statuto dell’ASIF, consolidando il percorso di sviluppo istituzionale già avviato negli anni precedenti. Successivamente, la Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium, del 19 marzo 2022, ha confermato il ruolo strategico dell’Autorità nell’ambito del sistema economico e finanziario della Santa Sede. In seguito, la Legge n. DCXIV, del 7 novembre 2023, ha rafforzato ulteriormente il quadro giuridico in materia aggiornando la Legge n. XVIII dell’8 ottobre 2013 in materia di trasparenza, vigilanza e informazione finanziaria. Da ultimo, il Regolamento del Personale della Curia Romana del 23 novembre 2025 ha introdotto una nuova disciplina concernente il personale degli Organismi della Curia Romana e delle Istituzioni collegate con la Santa Sede, rendendo opportuno l’adeguamento delle disposizioni statutarie relative all’organizzazione interna dell’Autorità.

Alla luce di questi sviluppi normativi, nonché dell’esperienza maturata dall’Autorità nell’esercizio delle proprie attribuzioni e della costante evoluzione dei parametri internazionali di riferimento, appare opportuno procedere all’aggiornamento dello Statuto dell’ASIF, affinché essa possa continuare a svolgere le funzioni ad essa affidate con la massima efficacia e contribuire, con rinnovato vigore, alla trasparenza, integrità, stabilità e sicurezza del sistema economico-finanziario della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano.

Pertanto, ordino che il presente Chirografo e l’annesso Statuto siano promulgati mediante pubblicazione su L’Osservatore Romano ed entrino in vigore il giorno stesso della loro pubblicazione, per essere successivamente inseriti negli Acta Apostolicae Sedis.

Quanto stabilito con il presente Chirografo abbia immediato, pieno e stabile vigore, nonostante qualsiasi disposizione contraria, anche se degna di speciale menzione.

Dal Vaticano, 25 giugno 2026, secondo del Pontificato.

 

LEONE PP. XIV

______________________________________

    
STATUTO
DELL’AUTORITÀ DI SUPERVISIONE E INFORMAZIONE FINANZIARIA

 

TITOLO I

Articolo 1 - Natura e sede

1. L’Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria (“Autorità”) è una Istituzione collegata con la Santa Sede.

2. L’Autorità è dotata di personalità giuridica canonica pubblica e personalità giuridica civile.

3. L’Autorità ha sede nello Stato della Città del Vaticano.

 

Articolo 2 - Funzioni

1. L’Autorità, cui è assicurata piena autonomia ed indipendenza per l’adempimento delle proprie funzioni istituzionali, ha competenza esclusiva per:

(a) la vigilanza e regolamentazione ai fini della prevenzione e del contrasto del riciclaggio, del finanziamento del terrorismo e del finanziamento della proliferazione delle armi di distruzione di massa;

(b) l’informazione finanziaria, comprese la ricezione delle segnalazioni di attività sospetta, l’analisi operativa, l’analisi strategica, la collaborazione interna ed internazionale, la disseminazione spontanea e su richiesta;

(c) la vigilanza e regolamentazione prudenziale degli enti che svolgono professionalmente attività di natura finanziaria.

2. Nell’attuare le proprie competenze di natura regolamentare, l’Autorità adotta regolamenti, istruzioni e linee guida.

3. L’Autorità fornisce supporto alle altre Autorità Pubbliche della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano nell’ambito della prevenzione e del contrasto del riciclaggio, del finanziamento del terrorismo e finanziamento della proliferazione delle armi di distruzione di massa, nonché dei relativi reati presupposti.

4. L’Autorità può servire da sistema di risoluzione alternativa delle controversie che possono sorgere tra gli utenti e gli enti che svolgono professionalmente attività di natura finanziaria in materia di operazioni e servizi di natura finanziaria.

5. Nei casi stabiliti dall’ordinamento, l’Autorità irroga, o propone al Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano l’irrogazione di, sanzioni amministrative.

 

Articolo 3 - Obblighi di rendicontazione

1. L’Autorità trasmette un rapporto annuale sulle proprie attività al Consiglio per l’Economia, con copia al Presidente del Comitato di Sicurezza Finanziaria.

2. Il Consiglio per l’Economia può richiedere all’Autorità delle relazioni periodiche sulle attività da essa svolte, nel rispetto della sua autonomia operativa e dei parametri internazionali sulla riservatezza nell’ambito della vigilanza e dell’informazione finanziaria.

3. L’Autorità, in conformità alle regole di contabilità vigenti, sottopone il proprio bilancio preventivo e consuntivo direttamente all’approvazione del Consiglio per l’Economia.

4. L’Autorità pubblica un rapporto annuale sul proprio sito istituzionale.

 

Articolo 4 - Risorse finanziarie

1. L’Autorità è dotata di risorse adeguate alle sue funzioni istituzionali, nei limiti stabiliti dal bilancio preventivo.

2. L’Autorità riceve la propria dotazione annuale di funzionamento dall’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, dal Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e dagli enti che svolgono professionalmente attività di natura finanziaria. Il Consiglio per l’Economia determina il contributo di ciascuno.

3. Le risorse finanziarie annualmente attribuite all’Autorità sono utilizzate in autonomia, secondo criteri di sana gestione finanziaria, senza necessità di ulteriore autorizzazione.

4. L’Autorità può rivolgersi all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica o al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano per l’acquisto, in conformità alla normativa vigente, di beni e servizi.

 

TITOLO II

Articolo 5 - Struttura

1. L’Autorità è retta e rappresentata da un Direttore, con funzioni di indirizzo e di coordinamento. Il Direttore è coadiuvato da un Vice Direttore.

2. L’Autorità è suddivisa in Uffici che svolgono le attività ad essi attribuite in modo autonomo ed operativamente indipendente.

3. A supporto delle attività dell’Autorità operano il Responsabile degli Affari Legali, i servizi amministrativi e i servizi informatici.

4.  Le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità del Direttore, del Vice Direttore, degli Uffici, del Responsabile degli Affari Legali e degli Officiali addetti ai servizi a supporto delle attività dell’Autorità, così come le procedure e le misure volte a garantire l’indipendenza e la separazione operativa fra le funzioni, sono disciplinate nel Regolamento interno.

 

Articolo 6 - Il Direttore

1. Il Direttore è nominato dal Sommo Pontefice ad quinquennium tra persone di provata onorabilità, senza conflitti di interesse e con una riconosciuta competenza nei campi giuridico, economico e finanziario e negli ambiti oggetto delle funzioni dell’Autorità.

2. Il Direttore è legale rappresentante dell’Autorità.

3. Il Direttore:

(a) è responsabile per l’operato dell’Autorità; ne programma, dirige e controlla le attività, garantendone l’efficacia, l’efficienza e il corretto svolgimento;

(b) garantisce la separazione delle funzioni dell’Autorità, nonché i requisiti di riservatezza e sicurezza;

(c) emana regolamenti, istruzioni e linee guida nei casi stabiliti dall’ordinamento.

4. Durante la Sede vacante, il Direttore cessa dall’esercizio dell’ufficio.

5. Il Vice Direttore è nominato dal Sommo Pontefice ad quinquennium, su proposta formulata dal Direttore, tra persone di provata onorabilità, senza conflitti di interessi e con una riconosciuta competenza nelle materie giuridiche, economiche e finanziarie e negli ambiti oggetto delle funzioni dell’Autorità.

6. Il Vice Direttore sostituisce il Direttore in caso di assenza. Durante la Sede vacante, il disbrigo degli affari ordinari o di quelli indilazionabili è affidato al Vice Direttore.

7. Per il rapporto di lavoro del Direttore e del Vice Direttore si attuano i principi e le norme stabiliti nel Regolamento per il personale dirigente laico della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano del 22 ottobre 2012, come eventualmente integrato e modificato.

 

Articolo 7 - Gli Uffici

1. L’Autorità è composta da tre Uffici:

(a) Ufficio per la vigilanza e la regolamentazione in materia di prevenzione e contrasto del riciclaggio, del finanziamento del terrorismo e del finanziamento della proliferazione delle armi di distruzione di massa;

(b) Ufficio per l’informazione finanziaria;

(c) Ufficio per la vigilanza e la regolamentazione in materia prudenziale.

2. Gli Uffici sono operativamente autonomi e indipendenti nello svolgimento delle proprie attività.

 

Articolo 8 Il Responsabile degli Affari Legali

1. Il Responsabile degli Affari Legali supporta il Direttore e gli Uffici nei rispettivi adempimenti, rappresenta in giudizio l’Autorità, gestisce tutte le attività di contenzioso, cura i profili legali connessi all’esercizio del potere sanzionatorio.

2. Il Responsabile degli Affari Legali cura l’effettivo svolgimento della funzione di sistema di risoluzione alternativa delle controversie connesse alla prestazione dei servizi di natura finanziaria.

3. Il Responsabile degli Affari Legali è responsabile dei diritti fondamentali nell’ambito dell’attività di informazione finanziaria.

 

Articolo 9 - Personale

1. L’Autorità è dotata di risorse umane adeguate alle sue funzioni istituzionali, nei limiti stabiliti dalla Tabella organica.

2. I Capi Ufficio, i Responsabili degli Uffici, il Responsabile degli Affari Legali e gli Officiali sono scelti tra persone di provata onorabilità, senza conflitti di interessi e con un significativo livello di preparazione nei campi giuridico, economico e finanziario e negli ambiti oggetto delle funzioni dell’Autorità. L’individuazione e la scelta degli stessi deve rispecchiare, il più possibile, l’universalità della Chiesa Cattolica.

3. L’assunzione e la gestione del personale dell’Autorità è di competenza del Direttore, che può avvalersi della Direzione per le Risorse Umane della Santa Sede.

 

Articolo 10 - Consultori

1. L’Autorità si può avvalere della collaborazione di Consultori, selezionati tra coloro che si distinguono per scienza, comprovata capacità e prudenza. L’individuazione e la scelta degli stessi deve rispecchiare, il più possibile, l’universalità della Chiesa Cattolica.

2. I Consultori sono nominati ad quinquennium dal Sommo Pontefice su proposta del Direttore, per il tramite della Segreteria di Stato.

3. I Consultori, che normalmente collaborano a titolo gratuito e ai quali possono essere assegnate questioni che esigono uno studio particolare, offrono la propria collaborazione alle attività dell’Autorità dando in merito, solitamente per iscritto, il proprio parere. Quando sia ritenuto necessario i Consultori – tutti o parte di loro, attese le specifiche competenze – possono essere convocati collegialmente per esaminare particolari questioni e dare il loro parere.  

 

TITOLO III

Articolo 11 - Protezione dei documenti, dati ed informazioni

1. I documenti, i dati e le informazioni posseduti dall’Autorità sono:

(a) utilizzati esclusivamente ai fini stabiliti dall’ordinamento;

(b) protetti al fine di garantire la loro sicurezza, integrità e riservatezza;

(c) coperti dal segreto d’ufficio.

2. I documenti, i dati e le informazioni relativi alle funzioni dell’Autorità, con particolare riguardo per quelli inerenti alla funzione di informazione finanziaria, possono essere visionati ed utilizzati esclusivamente dal personale specificamente individuato e abilitato a norma del Regolamento interno.

3. Il Regolamento interno individua i livelli di accesso alle informazioni, le relative misure di sicurezza, le modalità per la condivisione e la trasmissione, nei casi previsti dalla legge, attraverso canali protetti.

4. L’Autorità è responsabile della conservazione del proprio archivio, cartaceo e digitale, che deve essere custodito in un luogo sicuro e protetto.

 

Articolo 12 - Norma finale

Per quanto non previsto dal presente Statuto e dal Regolamento interno, si fa riferimento alle disposizioni del diritto canonico e alla normativa vigente nell’ordinamento giuridico della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano, per quanto applicabili.

Membri della Federazione Italiana Nuoto (25 giugno 2026)

Gio, 25/06/2026 - 12:00

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La pace sia con voi!

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

È con gioia che incontro tutti voi, Dirigenti della Federazione Italiana Nuoto, atleti e membri delle delegazioni partecipanti agli Internazionali di Nuoto – 62° Trofeo Sette Colli.

Lo sport, quando ben vissuto, è medicina per il corpo e per lo spirito. Integra le diverse componenti della persona e le indirizza a valori molto importanti, come l’impegno, la solidarietà, l’onestà. Nell’attività sportiva, specialmente quella svolta a livelli agonistici, l’essere umano esercita la forza di volontà, ma lo fa nella misura in cui è motivato. E qui si distingue la qualità dello sportivo: dalla qualità delle sue motivazioni.

Lo sport è anche un’opportunità di crescita spirituale. E il nuoto, in questo, ha qualcosa di speciale. Infatti si pratica immersi in un elemento, l’acqua, che avvolge la persona. Questo richiama simbolicamente un aspetto che ci costituisce, fin dal grembo di nostra madre: vivere significa imparare a muoversi in armonia con gli altri e con l’ambiente che ci circonda. Per noi cristiani, poi, l’acqua è simbolo del Battesimo e della vita nuova in Cristo.

C’è, però, un altro motivo per cui mi rallegro della vostra presenza. Tutti voi, infatti, provenienti da Paesi diversi, vi siete riuniti qui, animati dalla stessa passione e dagli stessi valori, al di là di ogni differenza di lingua, di nazionalità, di cultura. Questo fatto, tipico delle manifestazioni sportive internazionali, offre un segno di speranza, un segno del mondo che vogliamo; offre un apporto all’incontro pacifico tra i popoli e alla fraternità.

Perciò vi incoraggio a continuare a praticare e diffondere i valori dello sport. Perché l’età dell’agonismo passa, ma quei valori restano! Vi affido all’intercessione di San Pier Giorgio Frassati – un giovane sportivo, che amava tanto la montagna – e di cuore benedico tutti voi e i vostri cari. Grazie!

Membri della "Association of Jesuit Colleges and Universities" (25 giugno 2026)

Gio, 25/06/2026 - 11:30

Nel nome del Padre,
del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.

Cari fratelli e sorelle,

 sono lieto di dare il benvenuto, qui questa mattina, a tutti voi, Presidenti e rappresentanti dei College e delle Università dei Gesuiti del Nord America, e vi ringrazio per la vostra presenza. Sono certo che la vostra visita a Roma e al Vaticano servirà a rafforzare i vostri vincoli sia con il Successore di Pietro, sia con la leadership della Compagnia di Gesù, che da secoli è impegnata nel campo dell’educazione.

 Mentre possiamo guardare al passato con gratitudine per tutto ciò che è stato realizzato nella storia di ognuno dei vostri istituti educativi, siamo anche ben consapevoli della moltitudine di sfide che l’umanità deve affrontare oggi. Di fatto, il nostro è stato definito un tempo di cambiamenti epocali. Le società stanno diventando sempre più secolarizzate, con molti che cercano di eliminare ogni menzione di Dio dalla sfera pubblica e dalla cultura popolare. I sistemi politici spesso non rispondono al grido dei poveri, dei migranti e di coloro che il mondo considera emarginati. Molte volte i giovani sono lasciati senza speranza in un mondo che sembra privo della promessa di un futuro migliore, e l’ambiente naturale continua a essere degradato da coloro che vorrebbero sfruttare le risorse del pianeta per i propri interessi invece che per il bene comune. Il nostro mondo è anche sempre più consapevole del crescente impatto dell’intelligenza artificiale e degli effetti a più ampio raggio che può avere sull’umanità.

 A tale riguardo, le quattro Preferenze Apostoliche Universali della Compagnia di Gesù, che sono state confermate dal mio predecessore nel 2019, propongono cammini che potrebbero aiutare ad affrontare tali sfide al livello dell’educazione superiore. Vorrei riflettere con voi su queste quattro Preferenze. La prima, indicare il cammino verso Dio mediante gli Esercizi Spirituali e il discernimento, integra in modo naturale le vostre attività accademiche. Chi conduce ricerche, chi si dedica agli studi e chi cerca la verità, in definitiva sta cercando Dio, che se ne renda conto o meno (cfr. Visita pastorale all’Università “Sapienza” di Roma, 14 maggio 2026). È pertanto essenziale fornire modi perché i membri delle vostre comunità accademiche imparino a conoscere Colui che è Verità. Di fatto, nel nostro tempo, come ho osservato durante la recente visita in Spagna, “[n]umerosi giovani e adulti stanno riscoprendo la fede cristiana, magari dopo un periodo della vita in cui si erano un po’ allontanati da Dio” (Veglia di preghiera, 9 giugno 2026). Alla luce di questa tangibile e crescente fame di Dio tra i giovani, vorrei quindi incoraggiarvi a continuare a mettere a disposizione nei vostri campus opportunità di partecipazione agli Esercizi. In tal modo, i membri delle vostre comunità accademiche potrebbero riuscire ad avere un incontro personale con nostro Signore e cercare liberamente di servirlo nella loro vita quotidiana. In modo analogo, i principi degli Esercizi riguardanti il discernimento possono essere strumenti utili per voi, perché siate aperti ai suggerimenti dello Spirito Santo nelle decisioni che prendete quotidianamente.

 La seconda preferenza della Compagnia, camminare insieme ai poveri e agli esclusi del mondo, è particolarmente importante in un tempo in cui un numero record di nostri fratelli e sorelle sta vivendo in povertà. Molti alla fine sono costretti a lasciare le proprie case per diverse ragioni, come la guerra, la persecuzione religiosa o politica, la fame e gli effetti del cambiamento climatico. I vostri istituti sono chiamati non solo a far conoscere agli studenti le ingiustizie subite da quanti sono ai margini della società, ma anche di essere canali potenti per promuovere il cambiamento sistemico attraverso la proposta di nuovi modelli radicati nella solidarietà e nel bene comune (cfr. Discorso ai Superiori Maggiori della Compagnia di Gesù, 24 ottobre 2025). È anche importante offrire agli immigrati, ai rifugiati e a quanti hanno uno status socioeconomico più basso opportunità per beneficiare di un percorso di studi avanzato. In tal modo, riusciranno a integrarsi più pienamente nelle società nelle quali vivono oltre che ad arricchire la comunità degli studenti nel suo complesso con le loro esperienze e prospettive diverse.

 I vostri college e le vostre università sono anche luoghi naturali per accompagnare i giovani nella creazione di un futuro di speranza, che è la terza preferenza. Gli studenti di solito iniziano il loro percorso accademico pieni di idealismo e di energia, spesso cercando di servire i bisogni degli altri. Gli studi svolti nei vostri campus, le amicizie che vi nascono in modo naturale e l’opportunità d’incontro con il pensiero e la ricerca di grandi studiosi, passati e presenti, per tutti nelle vostre comunità accademiche, possono portare un senso di speranza e la promessa di ciò che potrebbe cambiare in meglio (cfr. Discorso ai docenti e agli studenti, Università “Sapienza” , 14 maggio 2026). Vi invito a continuare a promuovere quel senso di speranza tra i membri delle vostre comunità attraverso opportunità di dialogo, servizio e preghiera, ricordando sempre che la risurrezione di Cristo è la fonte ultima della nostra speranza (cfr. 1 Pt  1, 3) e che con lui tutto è possibile (cfr. Mt 19, 26).

 La quarta preferenza riguarda un altro dovere urgente, ovvero collaborare nella cura del creato. Si tratta di un compito particolarmente importante alla luce delle realtà che viviamo quotidianamente, quali gli effetti del cambiamento climatico e lo sfruttamento delle risorse da parte di pochi a scapito del bene comune. A tale riguardo, vi incoraggio a perseverare nei vostri sforzi di sensibilizzare le comunità dei vostri campus riguardo ai pericoli attuali, ma anche a lasciare “che le vostre comunità siano esempi di sostenibilità ecologica, semplicità e gratitudine per i doni di Dio” (Discorso ai Superiori Maggiori della Compagnia di Gesù, 24 ottobre 2025). In tal modo, i vostri istituti potranno insegnare con l’esempio, e non solo con la teoria.

 Infine, il nostro è un tempo che sta subendo sempre più l’impatto dell’intelligenza artificiale, con la quale altre “nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere” (Lettera Enciclica Magnifica humanitas, 15 maggio 2026, n. 4). È importante iniziare adesso ad affrontare le conseguenze, sia positive sia negative, derivanti da questi progressi. I college e le università hanno un ruolo speciale da svolgere a questo riguardo, specialmente dando ai principi della Dottrina Sociale della Chiesa nuovo slancio “in modo aderente all’oggi ed efficace nel fronteggiare la rivoluzione digitale” (Ibidem, n. 47).

 Miei cari amici, con queste riflessioni esprimo gratitudine per tutto ciò che fate nelle vostre importanti attività educative. Con l’aiuto delle preghiere di sant’Ignazio di Loyola, possiate continuare la tradizione gesuita di formare quanti sono affidati alle vostre cure a essere “uomini e donne per gli altri”. Imparto con piacere a ciascuno di voi la mia Benedizione Apostolica, che estendo volentieri ai vostri cari e alle comunità degli istituti che rappresentate. Grazie.

 

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 143, giovedì 25 giugno 2026, p. 2.

 

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