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Partecipanti all'Incontro promosso dal Centro Studi Internazionale Papa Leone XIV (18 settembre 2026)

Ven, 18/09/2026 - 09:00

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!

Buongiorno a tutti e benvenuti! Questo è un po’ un incontro familiare.


Cari fratelli e sorelle, 

sono lieto di incontrarvi e di accompagnare anche così i primi passi dell’iniziativa dell’Ordine Agostiniano di promuovere un Centro Studi Internazionale che porta il mio nome. Ne sono particolarmente grato, a motivo dell’importanza dell’attitudine alla riflessione e al pensiero critico nella costruzione di una civiltà dell’amore, a servizio della quale la Dottrina Sociale della Chiesa ha molto da offrire.

Ho apprezzato, fin dall’inizio, la volontà del Centro di dialogare a tutto campo con università, istituzioni accademiche, enti pubblici, organizzazioni della società civile, realtà ecclesiali e reti associative, promuovendo relazioni di collaborazione e confronto a livello nazionale e internazionale. Di tale propensione è segno la collaborazione con la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale e con il Pontificio Istituto Patristico Augustinianum, richiamata anche nel decreto di erezione del Centro. Il segreto è nel camminare insieme, sempre, senza precludersi l’incontro anche con chi è diverso e sembra pensare, parlare o agire diversamente.

La scelta di Firenze come sede di questa nuova realtà è molto evocativa: è un invito, infatti, a lasciarsi ispirare dai valori dell’Umanesimo, una visione aperta al Creatore e per ciò stesso costruttrice di relazioni fraterne. Non le guerre, ma la tessitura della pace e di giusti equilibri produce civiltà, con l’attiva partecipazione di tutte le componenti sociali e culturali di una società aperta.

Anche «il contributo della Dottrina Sociale della Chiesa ha in sé questa radice popolare da non dimenticare: sarebbe inimmaginabile la sua rilettura della Rivelazione cristiana entro le moderne circostanze sociali, lavorative, economiche e culturali senza i laici cristiani alle prese con le sfide del loro tempo. Al loro fianco operarono religiose e religiosi testimoni di una Chiesa in uscita dalle vie già percorse. Il cambiamento d’epoca che stiamo affrontando rende oggi ancora più necessaria la continua interazione tra battezzati e Magistero, tra cittadini ed esperti, tra popolo e istituzioni» (Esort. Ap. Dilexi te, 82). Possa il vostro Centro Studi favorire tale esercizio, che necessita di pionieri e di facilitatori, specialmente quando rischiano di prevalere forme di sfiducia e di rassegnazione.

A costo di avanzare controcorrente, la vostra missione di speranza consista nel promuovere, in Italia e nel mondo, una formazione alla vita pubblica e politica intesa come servizio al bene comune, responsabilità verso la comunità e costruzione di relazioni fondate sulla solidarietà, sulla giustizia e sulla pace. Dunque, il contrario della rassegnazione! D’altra parte, come Papa Francesco volle sottolineare parlando proprio a Firenze, «non esiste umanesimo autentico che non contempli l’amore come vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica o intellettuale» (Discorso al V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana, 10 novembre 2015). La riflessione agostiniana, alla base della vostra iniziativa, ha in tal senso molto da offrire nell’odierno orizzonte internazionale, per una comprensione dell’amore come principio di rinnovamento della vita personale, economica e politica. L’amore lega per liberare, unisce per generare, impegna per costruire.

Carissimi, «noi guardiamo la storia alla luce del Crocifisso Risorto […]. Non interpretiamo il presente come un destino chiuso, ma come un campo aperto alla conversione personale e collettiva. E crediamo nella forza del Regno, che si sviluppa dalla piccolezza di un granello di senape […]. Con le parole del profeta: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19)» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 210). Sì, siate esperti delle novità di Dio: non quelle che abbagliano per velocità ed efficienza, ma quelle che Egli opera silenziosamente, liberando il mondo vecchio dai suoi vicoli ciechi e inaugurando sentieri sui quali avanzare insieme, verso la sua città.

Il Signore ricompensi di abbondanti frutti il vostro impegno, e vi accompagni la Benedizione apostolica che imparto di cuore a tutti voi. Grazie.

Udienza Generale del 16 settembre 2026 - I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 1-10). 3. <i>La comunità umana</i> (GS, 23-32)

Mer, 16/09/2026 - 10:00

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 1-10). 3. La comunità umana (GS, 23-32)


 

Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!   

Dedicando il secondo capitolo alla “comunità umana”, la Costituzione Gaudium et spes (GS) invita a considerare il «moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini» come «uno degli aspetti più importanti del mondo d’oggi» (n. 23). Questa realtà necessita però di trovare il suo compimento «più profondamente nella comunità delle persone», per la quale è indispensabile «un reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale» (ibid.).

Sono affermazioni che, ai nostri giorni, vedono accresciuta la loro urgenza. Da una parte, infatti, lo sviluppo tecnologico, la diffusione dei mass media e dei social media, il sempre crescente ricorso all’intelligenza artificiale aprono nuove possibilità, abbattendo barriere e distanze; dall’altra, le relazioni tendono a diventare sempre meno personali, più virtuali, e si rischia di abituarsi a delegare agli algoritmi decisioni che spettano solo alla coscienza umana. Fare in modo che i rapporti sociali abbiano spessore reale e profondità personale è, a tale riguardo, il contributo che la comunità cristiana si propone di offrire.

Il Concilio invita ad attingere criteri e forza dal progetto creatore di Dio, il quale ha voluto che «tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli»; per questo «l’amore di Dio e del prossimo è il primo e più grande comandamento», che in Cristo ha avuto la sua piena rivelazione e la sua compiuta attuazione (cfr GS, 24).

Il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della società vanno considerati tra loro come strettamente interdipendenti: contrapporli o separarli significherebbe vanificarli. La storia, anche più recente, conferma questa verità in maniera chiara e, perciò, non bisogna stancarsi di ribadire con i Padri del Vaticano II che «la persona umana, che di natura sua ha assolutamente bisogno d’una vita sociale, è e deve essere principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali» (GS, 25).

In questa prospettiva, Gaudium et spes afferma che la diversità delle persone e dei popoli nel mondo non va considerata come un pericolo o una minaccia, ma come potenzialità di arricchimento e di crescita. La contrapposizione, che a volte degenera in violenza, è un frutto del potere del peccato e di come esso condiziona le mentalità e le azioni, a tutti i livelli, causando distruzione e morte. Occorre aprirsi sempre più alla logica della reciprocità, della condivisione e della cura, come accade anche tra le diverse membra del corpo umano (cfr 1Cor 12,21-25).

In questo punto, la Costituzione pastorale offre anche una sintetica definizione di “bene comune”, ricordando che esso consiste nell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente» (GS, 26).  Nello stesso tempo, riconoscendo l’interdipendenza fra i popoli, essa afferma che «ogni gruppo deve tener conto dei bisogni e delle legittime aspirazioni degli altri gruppi, anzi del bene comune dell’intera famiglia umana» (GS, 26).

A partire da questa impostazione, i Padri conciliari indicano poi alcune «conseguenze pratiche di maggiore urgenza» (GS, 27). Anzitutto, il rispetto della persona umana. Dice Gaudium et spes: «Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili: tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose» (ibid.).

Seconda conseguenza: il rispetto e l’amore anche per gli avversari o per quanti hanno modi di pensare e di agire diversi dai propri (cfr GS, 28).

In terzo luogo: la fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini che esige giustizia sociale. Dice il Documento: «Ogni genere di discriminazione circa i diritti fondamentali della persona, sia in campo sociale che culturale, in ragione del sesso, della razza, del colore, della condizione sociale, della lingua o religione, deve essere superato ed eliminato, come contrario al disegno di Dio» (GS, 29).

Infine, i Padri conciliari esortano a superare la mentalità individualistica e ad assumere un atteggiamento di responsabilità e partecipazione (cfr GS, 30-31).

Cari fratelli e sorelle, questa visione dell’umanità come “comunità di persone” è una consegna preziosa che il Concilio Vaticano II ci ha lasciato. Essa aiuta tutti noi a compiere un discernimento personale e comunitario, per valutare con responsabilità i progetti sociali e politici di oggi, in base ai criteri della dignità della persona umana, della giustizia sociale e della libera partecipazione alla costruzione del bene comune. Perché il futuro dell’umanità dipende dall’impegno di ciascuno per collaborare con Dio e con i fratelli a costruire un mondo più umano (cfr GS, 30).

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Saluti

Je salue tous les pèlerins de langue française et plus particulièrement le groupe de pèlerins de Paris. « L’amour de Dieu et du prochain est le premier et le plus grand des commandements » : soyez des acteurs de la relation et la fraternité. Que Dieu vous bénisse !

[Saluto tutti i pellegrini di lingua francese, in particolare il gruppo di pellegrini provenienti da Parigi. «L'amore per Dio e per il prossimo è il primo e il più grande dei comandamenti»: siate protagonisti della relazione e della fratellanza. Dio vi benedica!]

I extend a warm welcome to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those from England, Scotland, Norway, Ghana, South Africa, Uganda, Australia, India, Israel, the Philippines, Vietnam, Canada and the United States of America. Upon each of you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ. God bless you all!

Einen herzlichen Gruß richte ich an die deutschsprachigen Pilger. Wenn wir in diesen Tagen die „Schöpfungszeit“ begehen, sind wir eingeladen, die Schöpfung bewusst wahrzunehmen, den Schöpfer zu preisen und anzubeten sowie den wunderbaren Plan Gottes und unsere Verantwortung für den Schutz unserer Erde immer besser zu verstehen.

[Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua tedesca. Celebrando in questi giorni il “Tempo del Creato” siamo invitati ad alzare lo sguardo per contemplare il creato, lodando ed adorando il Creatore, e per comprendere sempre meglio il meraviglioso piano di Dio e la nostra responsabilità per la custodia della nostra Terra.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. En estos días, muchos países latinoamericanos celebran su fiesta nacional. Pidamos al Señor que, valorando la identidad de nuestra patria, el Evangelio nos abra la mente y el corazón para reconocer que somos parte de un proyecto divino más grande, que somos parte de la familia humana creada por Dios. Que el Señor los bendiga. Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,愿和平与慰藉人心的天主,以祂的恩宠充满你们的心。我衷心地降福你们!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, il Dio della pace e della consolazione riempia i vostri cuori della sua grazia. Vi benedico di cuore.]

Uma cordial saudação aos peregrinos de língua portuguesa, de modo especial, aos grupos vindos do Brasil e de Portugal. Queridos irmãos e irmãs, que nas vossas comunidades o “Mandamento Novo” de Jesus se transforme em gestos concretos de acolhimento, compaixão e unidade, para ser o reflexo deste amor no mundo. Deus vos abençoe!

[Un cordiale saluto ai pellegrini di lingua portoghese, in modo speciale, ai gruppi venuti dal Brasile e dal Portogallo. Cari fratelli e sorelle, che nelle vostre comunità il “Comandamento Nuovo” di Gesù si trasformi in gesti concreti di accoglienza, compassione e unità, per essere il riflesso di questo amore nel mondo. Dio vi benedica!]

أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة، وخاصَّةً القادِمِينَ مِن رَعِيَّةِ البِشارَةِ في النَّاصِرَة. نَحنُ مَدعُوُّونَ إِلى أنْ نَحتَرِمَ كُلَّ إنسان، وإِلى أنْ نَهتَمَّ بَعضُنا بِبَعضٍ مِن أجلِ بِناءِ عالَمٍ فِيهِ مَزيدٌ مِن الإنسانِيَّة. بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba, in particolare quelli provenienti dalla Parrocchia dell’Annunciazione a Nazaret. Siamo chiamati a rispettare ogni persona, e a prenderci cura gli uni degli altri, per costruire un mondo più umano. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male.]

Serdecznie pozdrawiam Polaków, szczególnie pielgrzymów i seminarzystów Diecezji Płockiej z ich biskupem, którzy przeszli drogą św. Stanisława Kostki z Wiednia przez Dylingę do Rzymu. W roku trzechsetnej rocznicy jego kanonizacji wraz z Alojzym Gonzagą nie ustawajmy w modlitwie za młodych, by przez wstawiennictwo tych świętych patronów nie lękali się podejmować odważnych decyzji życiowych, służąc Bogu i bliźniemu. Wszystkim wam błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi, in particolare i pellegrini e i Seminaristi della Diocesi di Płock, insieme al loro Vescovo, che hanno ripercorso le orme di San Stanislao Kostka da Vienna, passando per Dillingen, fino a Roma. Nell’anno del Terzo centenario della sua Canonizzazione insieme a Luigi Gonzaga, non cessiamo di pregare per i giovani, affinché, per intercessione di questi santi Patroni, non abbiano paura di fare scelte coraggiose nella loro vita, mettendosi al servizio di Dio e del prossimo. A tutti la mia benedizione!]

Srdečne pozdravujem účastníkov XX. národnej púte Ordinariátu ozbrojených síl a ozbrojených zborov Slovenskej republiky na čele s vojenským ordinárom a so zástupcami slovenských verejných inštitúcií, spolu s ich rodinnými príslušníkmi. Včera ste na Slovensku slávili slávnosť Sedembolestnej Panny Márie, vašej hlavnej patrónky. Neustále si obnovujte svoju vieru úctou k Ježišovej Matke. S dôverou ju pokorne proste o pomoc, aby ste v každodennom živote vydávali svedectvo o kresťanských hodnotách, a vzývajte jej materinský príhovor, aby vo svete zavládla spravodlivosť, bratstvo a pokoj. Zo srdca vás žehnám. Pochválený buď Ježiš Kristus!

[Saluto cordialmente il XX pellegrinaggio nazionale dell’Ordinariato delle Forze armate della Repubblica Slovacca, guidato all’Ordinario militare e dai Rappresentanti delle Pubbliche istituzioni slovacche, con i rispettivi familiari. Ieri avete celebrato in Slovacchia la festa della Dolorosa, che è la vostra Patrona principale. Rinnovate sempre la vostra fede mediante la venerazione alla Madre di Gesù. Supplicate con fiducia il suo aiuto per testimoniare nella vita di ogni giorno i valori cristiani e invocate la sua materna intercessione per l’avvento di un mondo di giustizia, di fraternità e di pace. Vi benedico di cuore. Sia lodato Gesù Cristo!]

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, specialmente ai sacerdoti del Pontificio Collegio Messicano e ai Seminaristi del Pontificio Collegio Urbano “de Propaganda Fide”: nel formulare i migliori auguri per i vostri studi, vi assicuro il ricordo nella preghiera. Saluto, poi, i Religiosi dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, incoraggiandoli nella sequela di Cristo e nel servizio alle persone più fragili; i fedeli della Parrocchia Santissima Annunziata in Buonabitacolo, venuti per far benedire la Statua della Madonna del Carmine, auspicando per ciascuno una rinnovata devozione verso la Madre di Dio; i partecipanti al Corso per l’assistenza farmaceutica, esortando a integrare competenza scientifica, prossimità e visione integrale della persona umana.  

Accolgo con affetto i Cappellani delle carceri italiane, accompagnati dal direttore generale don Raffaele Grimaldi. Carissimi, vi esprimo la mia viva riconoscenza per il vostro importante apostolato in questi luoghi di umana sofferenza: siate sempre presenza viva del Vangelo e della speranza cristiana. In particolare, sono grato all’Ispettorato Generale dei Cappellani e a tutti voi, per la preziosa collaborazione, che rendete a me e alla Segreteria di Stato, nel soccorrere spiritualmente le esistenze travagliate di tanti fratelli e sorelle detenuti che scrivono al Papa per raccontare i loro drammi e le loro ferite.   

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Nei giorni scorsi, la liturgia ci ha fatto meditare sul mistero della Croce e sui dolori della Madre del Signore. La croce di Cristo e l’esempio della Vergine Addolorata, illuminino la vostra esistenza, cari giovani; vi sostengano nelle prove quotidiane, cari ammalati; e siano di stimolo per voi, cari sposi novelli, ad un’esistenza familiare coerente con i principi evangelici.  

A tutti la mia Benedizione.

Partecipanti al Convegno di Studi promosso dal Dicastero delle Cause dei Santi (16 settembre 2026)

Mer, 16/09/2026 - 09:00

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!

Eminenza,
cari fratelli e sorelle!

Sono lieto di accogliervi al termine del Convegno Il XXI secolo: un nuovo tempo di martiri?, organizzato dal Dicastero delle Cause dei Santi e dalla Commissione Nuovi Martiri – Testimoni della Fede. Questa denominazione vuole indicare una categoria più ampia, distinta dai martiri dei quali è in corso la causa di beatificazione e da coloro che sono ufficialmente iscritti nel catalogo dei Beati e dei Santi. La Commissione, istituita da Papa Francesco nel 2023, ha infatti lo scopo di raccogliere le testimonianze su quanti hanno perso la vita per Cristo, indipendentemente dall’iter canonico, affinché il loro esempio non vada perduto.

Si tratta di fratelli e sorelle che, in diversi contesti geografici, storici e politici, hanno donato la vita per il Vangelo. Essi ci ricordano le parole del Risorto nella sua ultima apparizione prima di salire al cielo: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8). La loro testimonianza ci dice che anche il nostro tempo, dominato dalla cultura della potenza, della forza senza limiti e dallo sviluppo incessante dei sistemi armati (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, cap. V), è un tempo che vede l’eroismo di coloro che amiamo definire “nuovi testimoni della fede”.

Molti di essi vengono uccisi per abuso di potere o da organizzazioni criminali perché, come cristiani, ne contrastano le ingiustizie in nome del Vangelo. Il concetto di “testimone della fede” è stato formulato proprio per accogliere e onorare situazioni storiche complesse in cui la motivazione dei carnefici non è riconducibile esplicitamente all’“odio della fede”. In questa prospettiva, il lavoro della Commissione Nuovi Martiri – Testimoni della Fede, supportato dal Dicastero delle Cause dei Santi, è di carattere storiografico e divulgativo, non giuridico, ponendo l’attenzione piuttosto alle disposizioni d’animo della vittima che alle motivazioni del persecutore. Si guarda, cioè, al fatto che la vittima è rimasta fedele a Cristo nell’adempimento del proprio impegno evangelico e lo ha fatto fino alla morte.

Lo aveva preannunciato Gesù stesso durante l’Ultima Cena: «Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33). In questi testimoni della fede appare evidente che la perseveranza nel bene e la fedeltà fino al dono supremo di sé nell’amore hanno tratto forza dalla vittoria dell’Agnello immolato sul male, l’unica certezza capace di offrire una pace profonda a chi crede in Lui.

In essi si manifesta eroicamente lo stile del cristiano, che mai cerca la contrapposizione, ma piuttosto la disinnesca con l’efficacia della mitezza. Come ha scritto Papa Francesco, «il discepolo sa offrire la vita intera e giocarla fino al martirio come testimonianza di Gesù Cristo, però il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 24).

La forza evangelizzatrice dei nuovi testimoni della fede rappresenta una delle maggiori risorse della Chiesa per annunciare il Vangelo nel mondo di oggi, secondo la celebre affermazione di San Paolo VI nell’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, […] o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (n. 41).

I testimoni della fede non propongono un’ideologia, ma mostrano una fede vissuta nella quotidianità. La loro credibilità nasce dalla coerenza tra le parole e le azioni, coerenza spesso portata fino al sacrificio supremo. In contesti culturali indifferenti, la “santità della porta accanto” e l'eroismo silenzioso diventano argomenti significativi, capaci di interpellare tutti, anche i più diffidenti.

Carissimi, noi ammiriamo questi nostri fratelli e sorelle come stelle che brillano nel buio dell’egoismo e della sopraffazione. Essi aiutano la Chiesa a riflettere più pienamente la luce di Cristo Signore, per indicare all’umanità contemporanea la strada che conduce alla civiltà dell’amore. Tutti siamo chiamati a dare il nostro apporto «a questo orizzonte di impegno, a questo cantiere di speranza» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 185). I testimoni della fede, donando la vita per la giustizia, la verità, la pace, la libertà hanno contribuito efficacemente all’avvento dei cieli nuovi e della terra nuova, che attendiamo fiduciosi dalla misericordia di Dio.

Vi ringrazio per l’impegno con cui portate avanti questo prezioso servizio, e auguro che siano fruttuose le vostre giornate di studio e di confronto. Ve l’ottenga l’intercessione di Maria Santissima Regina dei Martiri, e vi accompagni la Benedizione apostolica che imparto di cuore a tutti voi.

Chirografo del Sommo Pontefice Leone XIV sui nuovi spazi da adibire all'Archivio Apostolico Vaticano e alla Biblioteca Apostolica Vaticana (14 settembre 2026)

Lun, 14/09/2026 - 12:00

Il notevole incremento, avvenuto negli ultimi decenni, del patrimonio bibliografico della Santa Sede, così come della produzione documentaria da parte delle sue Istituzioni, ha reso insufficienti gli spazi a disposizione dell’Archivio Apostolico Vaticano e della Biblioteca Apostolica Vaticana.

Per dare un’adeguata risposta all’esigenza di nuovi spazi di conservazione, il mio predecessore Papa Francesco individuò presso l’area extraterritoriale del Laterano un luogo adatto allo scopo.

Negli ultimi mesi, tuttavia, si sono presentate inedite opportunità per realizzare nuovi spazi all’interno del territorio dello Stato della Città del Vaticano, che sono senz’altro preferibili per molteplici ragioni alla soluzione già individuata.

Pertanto, con l’intento di testimoniare la secolare cura dei miei predecessori verso le istituzioni che preservano e custodiscono la memoria amministrativa e culturale della Sede Apostolica, acquisite le opportune informazioni e i competenti pareri, con il presente Chirografo

 

DISPONGO

che venga destinata all’Archivio Apostolico Vaticano e alla Biblioteca Apostolica Vaticana l’area della cosiddetta “Fontana dell’Autoparco” con le sue adiacenze, secondo le delimitazioni indicate nella planimetria allegata,

e che si proceda secondo i più moderni principi architettonici e tecnologici, nel rispetto della normativa vigente, alla costruzione di un nuovo edificio da destinare principalmente alle esigenze dell’Archivio Apostolico Vaticano e della Biblioteca Apostolica Vaticana, distribuendo gli spazi in maniera equa tra le due Istituzioni, riservandone una parte ad altri servizi dello Stato della Città del Vaticano.

Per l’esecuzione dell’opera, il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano agirà in pieno accordo con l’Archivio Apostolico Vaticano e la Biblioteca Apostolica Vaticana, sostenendo la spesa per gli spazi destinati ai servizi dello Stato, eccettuati il ricollocamento dell’autoparco e il nuovo parcheggio, a carico dell’Archivio e della Biblioteca Apostolici.

Inoltre, al fine di reperire le risorse finanziarie necessarie alla costruzione degli spazi destinati all’Archivio e alla Biblioteca e per un’efficace gestione di tali risorse

 

STABILISCO

che l’Archivio Apostolico Vaticano e la Biblioteca Apostolica Vaticana, in qualità di Enti fondatori e promotori, costituiscano una fondazione strumentale vaticana. Essa dovrà reggersi secondo le norme giuridiche e operative disciplinate dalla Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio «sulle persone giuridiche strumentali della Curia Romana», del 5 dicembre 2022.

In attesa della costruzione del nuovo edificio, la Biblioteca Apostolica Vaticana continuerà a usufruire degli spazi di deposito che attualmente occupa presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore.

Dispongo che il presente Chirografo abbia immediato, pieno e stabile vigore, nonostante qualsiasi disposizione contraria, anche se degna di speciale menzione e sia pubblicato su L’Osservatore Romano.

Dal Vaticano, il 14 settembre 2026, secondo del Pontificato.

LEONE PP. XIV

Inaugurazione della Mostra “AQVA. Catastrofe e meraviglia” (14 settembre 2026)

Lun, 14/09/2026 - 11:00

Eccellenza,
Eccellenze,
cari fratelli e sorelle,
Signori e Signore,

prima di salutarvi formalmente con un breve discorso che ho preparato, vorrei solo dire che Dio nella sua Provvidenza, e qualche volta con un certo umorismo, ci fa ricordare sempre che Lui è con noi. Molti di voi forse non sapete che mia madre era bibliotecaria, e oggi mi trovo qui per il compleanno proprio per salutare tutti voi.

Ringrazio l’Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, Mons. Pagazzi; saluto i Prefetti e i Vice Prefetti della Biblioteca Apostolica e dell’Archivio Apostolico, con i dirigenti e tutti coloro che vi lavorano; la Presidente del Governatorato e alcuni amici e benefattori, ai quali esprimo viva riconoscenza.

Per la prima volta da Pontefice visito la Biblioteca Vaticana, sulla scia dei miei Predecessori. Questo vorrebbe essere un segno della vicinanza e dell’apprezzamento del Papa per la missione dell’Archivio Apostolico e della Biblioteca Apostolica, al servizio dello sviluppo e della divulgazione della cultura, a favore della Chiesa e dell’umanità intera. In particolare – come afferma la Costituzione apostolica Praedicate evangelium – per la «custodia e [la] valorizzazione degli atti e dei documenti che riguardano il governo della Chiesa universale» e il loro studio (n. 242), e per «raccogliere e conservare un patrimonio ricchissimo di scienza e di arte e […] metterlo a disposizione degli studiosi che ricercano la verità» (n. 243).

Pensando ad una biblioteca, la si immagina un ambiente pacato, tranquillo. Infatti, i libri sono silenziosi e chiedono silenzio. In realtà, se da una parte un libro pacifica, dall’altra accende inquietudine, alimenta il desiderio e il coraggio della ricerca. Sant’Agostino è un emblema di questa dinamica. Pieno di vita e di tormento a motivo di forze potenti che si scontravano in lui – come scrive – da anni “lanciava grida disperate” (Confessiones, VIII,12,28), fino a che gli giunse una voce di bimbo che canticchiava: «Prendi e leggi, prendi e leggi». Subito prese un libro dalle mani di un amico, la Lettera ai Romani di San Paolo, lesse e “una luce quasi di certezza penetrò nel suo cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono” (cfr Confessiones, VIII,12,29). Si spense il dubbio, ma non il desiderio che anzi divenne più forte, spingendolo a percorrere tutta l’estensione e la profondità delle Sacre Scritture. Egli stesso ne parla più volte, quando dice di aver studiato attentamente, piegato come un punto di domanda, manoscritti diversi dei libri biblici per ricavarne il testo migliore (cfr In Hep. loc. 3, 6, 14 e 3, 6, 17; Enarr. Ps. 36, III, 6; Enarr. Ps. 138,20). Il libro delle Scritture che raggiunse Agostino è il medesimo che gli spalancò lo spirito. Carissimi, tutti voi, custodendo, studiando e mettendo a disposizione degli studiosi i libri del successore di Pietro, aiutate la Chiesa e l’umanità a stare all’altezza della profondità del desiderio. Senza di esso, tutto si allontana dal Dio vivente, sorgente della verità e dell’amore.

Come descrivere la Biblioteca del Papa? Ricorro a una metafora: la Biblioteca Apostolica è un cuore. Il palpito del cuore è il simbolo della vita, e risulta da due movimenti contrari, la sistole e la diastole: una concentrazione e una distensione, un moto verso il centro e uno verso la periferia. Anche la Biblioteca Apostolica rimane viva nella misura in cui assicura la propria sistole e la propria diastole.

La sistole: la Biblioteca Apostolica continui ad essere un luogo ricco di riservatezza, quiete, rispetto e cura. Tra le mura vaticane, l’ambiente quasi monastico della Biblioteca Apostolica ricordi ogni giorno il comando del Salvatore: “Se devi costruire, se devi combattere, prima siediti e studia” (cfr Lc 14,28-32). L’interiorità della Biblioteca Apostolica dipende anche dall’unico, inestimabile tesoro che conserva. Se da una parte è doveroso facilitarne lo studio, anche attraverso la digitalizzazione e la condivisione offerta dall’ambiente digitale, dall’altra è necessario mantenere e incoraggiare l’antico gesto di muoversi fisicamente verso la Biblioteca. Essa infatti non è solo un serbatoio di libri a cui attingere comodamente dal computer di casa, ma un’atmosfera composta di legami, confronto, scambi di idee.

Il cuore però vive anche di diastole e così la nostra Biblioteca. Ci troviamo nella Sala Leonina, dedicata a Papa Leone XIII. Egli fu pastore capace di cogliere le questioni più drammatiche dell’epoca, come i cambiamenti dovuti alla rivoluzione industriale. Fu anche il Pontefice di grandi passaggi culturali, come l’apertura dell’Archivio Vaticano agli studiosi di tutto il mondo e l’incremento dell’accesso alla Biblioteca, tanto che trasformò un antico deposito d’armi in questa bella sala di consultazione. L’apertura, la larghezza d’animo di questa Biblioteca è evidente fin dalla sua origine umanistica: non solo opere di teologia, ma anche di letteratura, filosofia, astronomia, fisica, matematica, geografia, botanica, zoologia, medicina, storia, diritto, arte, economia. Non solo libri europei e cristiani, ma anche volumi scritti in altri contesti religiosi, provenienti da ogni angolo del mondo. E ciò molti secoli prima che questo diventasse una sensibilità universalmente condivisa. Con questo stile la Biblioteca Apostolica testimonia l’antica e nuova apertura culturale della Chiesa. Anche il ciclo di mostre iniziato oggi lo conferma. Segno di questa cordialità culturale è pure la gentile diplomazia che trova tra i documenti e i libri dell’Archivio e della Biblioteca Vaticani una via aperta, uno dei «varchi di riconciliazione» di cui parla l’Enciclica Magnifica humanitas (n. 211). E allora, avanti! Fedeli al passato e fedeli al futuro, con i linguaggi e i mezzi che vi sono propri, trovate nuovi varchi di riconciliazione.

Vi saluto, richiamando un’urgenza che accomuna la Biblioteca Apostolica e l’Archivio Apostolico: la necessità di nuovi spazi. Proprio oggi ho dato disposizioni al riguardo e auspico che contribuiranno a rispondere a tale esigenza. Intendo proseguire nella via tracciata dai miei Predecessori i quali, nel corso dei secoli, hanno dimostrato la cura della Sede Apostolica verso le istituzioni che ne custodiscono e promuovono la memoria culturale e amministrativa.

Carissimi, grazie a tutti e buon lavoro! Di cuore vi benedico e prego per voi.

Grazie.

Angelus, 13 settembre 2026

Dom, 13/09/2026 - 13:53

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi il Vangelo (cfr Mt 18,21-35) ci parla di un valore fondamentale della vita cristiana: il perdono. Gesù lo ha insegnato e testimoniato fin sulla croce, dove ha pregato il Padre per i suoi persecutori con le parole che tutti conosciamo: «Perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).

Nel brano odierno, Pietro interroga il Maestro proprio su questo tema: «Signore – gli chiede –, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?» (Mt 18,21). Le sue parole mostrano un cuore generoso: il numero sette, infatti, nella Bibbia simboleggia la pienezza, e “perdonare sette volte” vuol dire perdonare con grande larghezza. La risposta di Gesù, però, va oltre: «Non ti dico fino a sette volte – afferma –, ma fino a settanta volte sette» (v. 22), cioè oltre ogni limite, senza misura.

E per chiarire meglio il suo pensiero, il Salvatore racconta la parabola di un servo che aveva, nei confronti del suo padrone, un debito così grande da essere praticamente insolvibile. Ottenutone il condono per pura misericordia, non aveva però mostrato la stessa pietà nei confronti di un suo compagno, e per questo era stato rimproverato e punito severamente (vv. 23-30).

Con queste parole Gesù ci ricorda che dono e perdono sono alla base della nostra esistenza. Tutto ci è dato da Dio per puro amore, e nessuno di noi può dirsi perfetto nel rispondere a tanta bontà. Per questo la gratuità, che è fonte della nostra stessa vita, è anche la regola migliore per il nostro stare insieme. Lo sperimentiamo ogni giorno. Il perdono è indispensabile e se manca non si può vivere in pace: prima o poi, nel cuore e tra le persone, nascono conflitti, accuse, rancori, vendette che distruggono i rapporti, dividono le famiglie, scatenano le guerre.

Solo il perdono libera e riporta la luce, anche là dove la povertà materiale e morale dell’uomo, per un momento, ha reso cupo l’orizzonte e incerto il cammino. Il perdono, come un buon vento, spazza via anche le nubi più fitte, fino a far rivedere il sole. San Pietro stesso l’ha sperimentato più volte nella sua vita; in particolare quando, dopo aver rinnegato e abbandonato Gesù durante la Passione, incontrandolo risorto, sulla riva del lago, si sentirà rivolgere una sola domanda: «Simone […], mi ami?» (Gv 21,15), unita a un invito: «Seguimi!» (v. 19). Proprio come all’inizio, nel giorno del loro primo incontro, quasi nulla fosse successo. E questa carità, che dimentica e guarisce, segnerà per il primo degli Apostoli la conferma della sua missione.

Chiediamo allora alla Vergine Maria, Madre di Misericordia, che ci aiuti a perdonare, sempre, anche quando è difficile fare il primo passo, e a diffondere, con coraggio e costanza, la luce serena e risanante dell’amore che vince l’odio e disarma ogni rancore.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Two days ago marked the twenty-fifth anniversary of the September 11th terrorist attacks in the United States of America.  I renew my prayers for those who lost their lives and for those who continue to bear the wounds of that tragic day.  At a time when conflict and violence afflict so many of our brothers and sisters, I invite everyone to pray that the Lord will bestow his gift of peace upon the world.

Il ricordo del tragico avvenimento di venticinque anni fa ci spinge a rinnovare il nostro impegno per la pace, anzitutto con la preghiera, che affidiamo all’intercessione della Vergine Maria.

Ed ora saluto con affetto tutti voi, romani e pellegrini!

Do il benvenuto ai gruppi venuti da San Paolo del Brasile e a quelli di diversi altri Paesi.

Saluto i membri dell’Associazione Religiosa Jesus Nazareno Cautivo residenti a Roma, il gruppo dell’Oratorio Salesiano di Chieri, i fedeli di Dolianova, in Sardegna, e i pellegrini venuti da Assisi sulla Via di San Francesco.

Saluto la “Famiglia Bellunese” con la Scuola di Erechim, in Brasile; come pure i motociclisti radunati per manifestare per la pace e la vita.

A tutti auguro una buona domenica.

Partecipanti al Simposio della "Communio Internationalis Benedictinarum" (12 settembre 2026)

Sab, 12/09/2026 - 11:30

Nel nome del Padre, del Figlio
e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.

Mie care sorelle, e anche alcuni fratelli sparsi qua e là,

sono molto lieto di incontrarvi in occasione del Simposio della Communio Internationalis Benedictinarum , che riunisce i rappresentanti del mondo monastico di tutto il mondo.

 Salutando il Moderatore, forse proprio lei, i miei pensieri vanno in modo particolare all’Abate Primate, che non ha potuto essere presente a causa di alcuni obblighi derivanti dalle sue responsabilità primaziali.

 Il vostro è un lavoro prezioso, che da venticinque anni porta avanti il cammino di comunione e di coordinamento avviato e promosso da Papa Leone XIII per la Confederazione Benedettina, e in seguito incoraggiato dal concilio Vaticano II nel Decreto Perfectae caritatis  (cfr. nn. 22-23)

 Questo percorso comune è tanto più importante in quanto mira a vivere e a promuovere il carisma benedettino in tutto il mondo attraverso una sinodalità spirituale speciale che rende l’unicità di ogni persona una ricchezza per tutti.

 Parlando di san Benedetto, Papa Francesco ha sottolineato l’importanza di, cito, un “cuore dilatato dall’indicibile sovranità dell’amore” (Discorso ai partecipanti al V Congresso Mondiale degli Oblati Benedettini, 15 settembre 2023). Il cuore, ha detto, è foriero di grazia, perché le sue radici sono così salde che l’albero cresce bene, resistendo alle intemperie del tempo e portando i ricchi frutti del Vangelo (cfr. Ibidem).

 Anch’io di recente ho visitato, ho voluto visitare e di fatto ho visitato come pellegrino, i monasteri di Subiaco e di Montecassino, e pregare in quei luoghi che hanno un significato tanto profondo per tutto il popolo di Dio e per la nostra storia. Riflettendo sul silenzio e sulla pace di quei santuari e vedendovi qui oggi, non posso fare a meno di rallegrarmi nell’osservare che — come dice il Vangelo — da un piccolo seme è nato un grande albero (cfr. Mt  13,  31-32). Di fatto, una vigna si è diffusa e “ha riempito la terra” (Sal  80, 10), e ha dato molti frutti perché, come amava dire il mio venerabile predecessore, è profondamente radicata nel Signore (cfr. Gv  15, 1-8).

Pertanto, come [monaci e] suore di così tanti Paesi diversi, gli sforzi che state compiendo per essere sempre più profondamente radicati in Cristo e per essere suoi testimoni vivi e oranti in tutto il mondo, sono un grande segno e un dono profetico. Ciò è particolarmente necessario nel nostro tempo, che è caratterizzato da una sete di vita autentica, di comunione e di pace.

A tale riguardo, san Paolo VI ha indicato san Benedetto e i suoi discepoli come coloro che, attraverso la preghiera, lo studio e il lavoro, “con la croce, con il libro e con l’aratro” hanno diffuso “civiltà e […] valori spirituali” (Lettera Apostolica Pacis nuntius, 24 ottobre 1964). Così hanno costruito tra diversi popoli e nazioni un’“unità che, come afferma sant’Agostino, è ‘esemplare e tipo di bellezza assoluta’” (Ibidem).

In tal senso, dunque, è davvero lodevole che siate [impegnati] impegnate in un progetto — a Roma e altrove attraverso strumenti digitali — per offrire nuove opportunità di formazione dedicate in modo specifico alle monache benedettine.

 Miei cari sorelle e fratelli, vi ringrazio per chi siete e per tutto ciò che fate. Grazie per la vostra preghiera, per la vostra umile e silenziosa presenza, per l’offerta quotidiana e nascosta delle vostre vite e per la guida spirituale, la riflessione teologica e i valori comunitari che vivete e irradiate. Vi incoraggio a proseguire nel vostro impegno consacrato alla comunione e imparto a tutti voi la mia sentita benedizione.

Preghiamo insieme. [Padre nostro…]

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 208, sabato 12 settembre 2026, p. 3.

Partecipanti all'Incontro "Fratelli tutti: Dialogo socio-ambientale Nord-Sud" (12 settembre 2026)

Sab, 12/09/2026 - 11:00

[In spagnolo]
Nel nome del Padre,
del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
La pace sia con voi.

Vi saluto cordialmente Eminenze, Eccellenze, autorità ecclesiastiche del Consiglio Episcopale Latinoamericano e dei Caraibi, della Conferenza Ecclesiale Amazzonica e della Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti. Apprezzo la costanza con cui, insieme alla Pontificia Commissione per l’America Latina, avete portato avanti per cinque anni questo cammino di dialogo socio-ambientale Nord-Sud.

Ringrazio inoltre, per la presenza e per l’accompagnamento, i rappresentanti di organismi internazionali, delle banche regionali di cooperazione, del mondo imprenditoriale e delle fondazioni che hanno voluto unirsi a questo cammino.

Do il benvenuto anche ai presidenti, ai vicepresidenti e ai segretari generali di centrali sindacali e delle associazioni dei datori di lavoro delle Americhe, come pure ai responsabili delle reti ecclesiali dell’America Latina e dei Caraibi, delle Comunità Organizzate del Nordamerica e delle reti universitarie di entrambi gli emisferi. La vostra presenza esprime la volontà di proseguire un dialogo che possa tradursi in un cammino verso modelli di sviluppo più umani, sostenibili e solidali, capaci di tutelare la dignità di ogni persona e di prestare un’attenzione particolare a quanti corrono il rischio di rimanere ai margini.

Questo incontro riveste particolare interesse per l’ampiezza dei settori rappresentati e per la responsabilità che molti dei suoi partecipanti esercitano in ambiti decisivi per la vita sociale, economica e culturale.  Proprio per questo, tale spazio di dialogo può aiutare ad affrontare con maggiore realismo sfide che riguardano il futuro comune.

All’inizio del mio pontificato, incontrando il Collegio Cardinalizio, ho ricordato alcuni aspetti fondamentali del cammino che la Chiesa universale sta percorrendo, da decenni, sulle orme del Concilio Vaticano II. Tra questi ho segnalato la necessità di un «dialogo coraggioso e fiducioso con il mondo contemporaneo nelle sue varie componenti e realtà» (Discorso al Collegio Cardinalizio, 10 maggio 2025).

Tale dialogo appartiene alla missione stessa della Chiesa, che ha ricevuto da Gesù Cristo il mandato di annunciare il Vangelo a tutti i popoli e di portare la sua luce nelle realtà concrete di ogni tempo. La sua indole pastorale fa parte della sua stessa natura e la impegna a guardare in faccia la realtà degli uomini e delle donne ai quali è inviata. L’imperativo del Vangelo di prendersi cura dei poveri esige, inoltre, che tale sguardo sia rivolto in modo particolare a quanti subiscono più duramente le conseguenze dei cambiamenti sociali, economici e tecnologici.

Pochi giorni fa ho ricordato che la Chiesa è chiamata «a farsi carico della realtà e anche a smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo», tra cui quelle che possono accompagnare un progresso scientifico e tecnologico che apre possibilità inedite (Catechesi, 2 settembre 2026).

Un impegno così affonda le sue radici nel mistero stesso della fede cristiana. Dio è entrato nella nostra storia. In Gesù Cristo ha assunto la nostra umanità e ha affidato alla Chiesa la missione di annunciare il Vangelo nelle circostanze reali in cui vivono i popoli. Dalle Scritture ai grandi Padri della Chiesa, come sant’Ambrogio e sant’Agostino, la tradizione cristiana ha imparato a discernere, all’interno della storia, ciò che serve veramente all’uomo e ciò che finisce col ritorcerglisi contro.

Le novità del nostro tempo ci pongono così dinanzi a una responsabilità comune. In Magnifica humanitas  ho voluto esprimerlo con un’immagine biblica: siamo di fronte alla possibilità di «innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme» (n. 1). Perciò, di fronte allo sviluppo tecnologico, la domanda decisiva non è semplicemente se accettiamo o rifiutiamo determinati strumenti, ma quale umanità vogliamo costruire e quale posto avrà in essa ogni persona. Una responsabilità di tale portata supera le possibilità di qualsiasi singola istituzione. Per questo è necessario recuperare con nuova forza la logica della sussidiarietà (cfr. n. 13), riconoscendo la responsabilità propria di ogni attore e, al tempo stesso, la necessità di lavorare insieme.

Sono lieto che la Chiesa nelle Americhe abbia promosso questo spazio di incontro e di cooperazione per dare impulso all’Agenda di Responsabilità Condivisa Nord-Sud di Cooperazione Multisettoriale. Quando istituzioni pubbliche, imprese, lavoratori, università, comunità e organizzazioni sociali condividono le loro conoscenze, le loro capacità e le loro risorse al servizio del bene comune, assume forma concreta una convinzione maturata nella Dottrina Sociale della Chiesa e che i miei predecessori hanno sviluppato in diversi modi: le grandi sfide sociali richiedono responsabilità condivisa, partecipazione e collaborazione tra i diversi corpi della società. Papa Francesco ha espresso questa stessa convinzione parlando di «amicizia sociale» (cfr. Fratelli tutti, n. 154).

Un’agenda di responsabilità condivisa può contribuire proprio a far sì che le differenze legittime non si trasformino in frammentazione. Nella mia prima Enciclica ho voluto sottolineare che il pluralismo ha bisogno di un principio di unità e che gli consenta di orientarsi verso fondamenti comuni e verso il fine ultimo della persona (cfr. MH, n. 10). L’esperienza sinodale della Chiesa può offrire qui un insegnamento: ascoltare veramente le differenze non significa diluirle, ma imparare a discernerle e a cercare a partire da esse, ciò che può servire al bene di tutti. Questo esercizio risulta particolarmente necessario in un tempo in cui le narrative polarizzate trovano un’amplificazione immediata e in cui lo scontro può trasformarsi facilmente in strumento di potere (cfr. MH, n. 190). Dinanzi a questa dinamica, il fatto stesso che persone e istituzioni tanto diverse abbiano deciso di sedersi a uno stesso tavolo contiene già una responsabilità. Il dialogo vero esige qualcosa di più della cordialità: obbliga a restare nella conversazione quando emergono interessi contrapposti e quando le decisioni richiedono rinunce concrete.

Per i credenti, inoltre, la fraternità trova il suo fondamento ultimo in una verità che precede qualsiasi accordo: abbiamo uno stesso Padre. Come ricordava Fratelli tutti , «senza un’apertura al Padre di tutti», non ci possono «essere ragioni solide e stabili per l’appello alla fraternità» (n. 272).

[In inglese]

Le res novae  del nostro tempo hanno messo in moto un vero movimento «di riflessione e di azione» (MH, n. 174), che va governato «con lungimiranza: da istituzioni capaci di regolare senza soffocare e di proteggere senza sostituirsi; da imprese che riconoscano nel lavoro e nella dignità un criterio di successo; da corpi intermedi e comunità educative che ricostruiscano fiducia e legami; da cittadini che coltivino responsabilità, sobrietà, discernimento e senso del vero» (MH, n. 181).

«Non abbiate paura» è un’esortazione che i miei predecessori hanno ripetuto in momenti importanti nella vita della Chiesa. Oggi vorrei farla anche mia, poiché «[l]e tensioni e le differenze non devono intimorire: possono diventare energie creative quando sono orientate da una responsabilità condivisa» (MH, n. 13).

La Dottrina Sociale della Chiesa offre un aiuto prezioso a tale riguardo. Molte delle organizzazioni qui presenti la conoscono, la stanno studiando e stanno aiutando a diffonderla. Essa è «non un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario» (MH, n. 27). I suoi principi non sostituiscono le decisioni che voi dovete prendere; piuttosto offrono criteri per giudicare se queste decisioni davvero rispettano la dignità umana e servono il bene comune.

Per questa ragione, il valore di qualunque punto di consenso si possa raggiungere non si misurerà solo in base al numero delle persone che lo appoggiano. Sarà riconosciuto dagli interessi che riuscirà a tutelare e, in particolare, dall’impatto che avrà sulle vite di coloro che hanno meno potere di difendersi.

I principi di giustizia sociale qui offrono un criterio decisivo. Un ordine sociale, economico e politico può essere definito veramente umano quando permette a tutti — «in particolare ai più fragili — di vivere in modo davvero umano, senza che nessuno sia lasciato indietro» (MH, n. 77).

Alla fine di Magnifica humanitas  ho riflettuto sulla figura del profeta Neemia. Dinanzi a una Gerusalemme in rovine, ha ascoltato la sofferenza del suo popolo, l’ha portata dinanzi a Dio, ha individuato che cosa andava fatto, ha cercato le risorse necessarie e ha organizzato un progetto che poteva essere realizzato solo con la partecipazione di tante persone (cfr. MH, n. 241).

Vorrei proporvi questa stessa immagine per il lavoro che state svolgendo. Allo stesso modo, nel nostro tempo grandi edifici crollano ovunque il progresso cessa di servire la persona, dove il lavoro perde la sua dignità, dove intere comunità vengono messe da parte o dove la tecnologia finisce col rendere più profonde le divisioni che dovrebbe aiutare a superare.

Come Neemia, dovete entrare «nei cantieri della storia — laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali — per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto» (MH, n. 241). Inoltre, vi invito a lasciarvi sfidare dai segni dei tempi e abbracciare i contributi delle scienze, delle culture e delle esperienze umane per discernere possibili cammini per andare avanti.

La negoziazione è parte di questo lavoro ed è parte di una «migliore politica» capace di cercare il bene comune al di sopra degli interessi particolari (cfr. FT, n. 154). Pertanto, vi incoraggio a coltivare una sana «cultura del negoziato» (MH, n. 221) capace di aprire cammini laddove le differenze sembrano precludere ogni possibilità d’incontro. In tal modo, potrete anche contribuire alla diplomazia di pace di cui il nostro mondo ha bisogno.

Neemia non ha ricostruito Gerusalemme da solo. Ha fatto appello al suo popolo, e ogni persona ha lavorato alla sezione della cui costruzione era responsabile. Ora spetta a voi riconoscere quale parte di questo lavoro condiviso vi è stata affidata. Possa il progresso del nostro tempo non lasciare nuove rovine nella sua scia, e possa qualunque cosa noi costruiamo essere davvero una casa e un rifugio per tutti, a cominciare da quanti hanno più bisogno.

Grazie.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 208, sabato 12 settembre 2026, p. 2.

Partecipanti al Corso di Formazione per i nuovi Vescovi (10 settembre 2026)

Gio, 10/09/2026 - 10:00

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. 

La pace sia con voi! 

In questo momento, prima di entrare nel tema della giornata, possiamo fare una preghiera per il riposo eterno del padre del Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, Cardinale Tagle, e per la consolazione di tutta la famiglia. 

[recita Ave Maria]

Sono sinceramente molto contento di incontrarvi alla conclusione di questi giorni di formazione destinati ai nuovi Vescovi e ringrazio per la preparazione i Dicasteri per i Vescovi, per le Chiese Orientali e per l’Evangelizzazione – Sezione Prima Evangelizzazione e Nuove Chiese Particolari. Alcuni di quelli che hanno lavorato nell’organizzazione sono qui e li ringrazio, avendo conosciuto un po’ ciò che significa organizzare questo programma.

Avete vissuto un’esperienza singolare di fraternità: insieme avete ascoltato, pregato, celebrato l’Eucaristia e condiviso le speranze e i sogni che portate nel cuore per le Chiese che il Signore ha appena affidato alla vostra cura di pastori. Tutto questo vi aiuterà a ricordare una cosa molto semplice e preziosa: nessun Vescovo cammina da solo.

Carissimi, sappiate che siete nella mia preghiera, e con voi le vostre Chiese: i sacerdoti, i diaconi, i consacrati e le consacrate, i seminaristi, le famiglie, i giovani, gli anziani, i poveri, quanti soffrono e quanti ancora attendono di incontrare la gioia del Vangelo. Tutti devono trovare un posto nel cuore del Vescovo, perché tutti hanno già un posto nel cuore di Cristo. Per questo, vorrei ora condividere con voi alcune riflessioni sul tema: «Vescovi, servitori della comunione nella Chiesa e nel mondo di oggi».

Prima di tutto, rimanere con Gesù. Tra le molte cose che sarete chiamati a fare come Vescovi, questa è la più importante. Siamo Vescovi, ma siamo anzitutto discepoli. Per parlare di Lui, abbiamo bisogno di stare con Lui; per guidare il suo popolo, dobbiamo lasciarci ogni giorno, ogni giorno, guidare da Lui. «Ne costituì Dodici– ci dice il Vangelo di San Marco –, che chiamò apostoli, perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,14). È questo l’ordine del Vangelo: stare con Lui e, da Lui, essere mandati. Non dimentichiamolo mai. Abbiate perciò sempre a cuore il vostro tempo con il Signore: l’Eucaristia, la Parola di Dio, la preghiera e quei momenti nei quali potete stare alla sua presenza con il cuore semplice del discepolo che si lascia amare dal suo Signore. Il nostro ministero nasce da lì. E quando il cuore rimane vicino a Lui, anche il servizio diventa più sereno, più libero, più fecondo.

Un secondo aspetto: avere il cuore di Gesù buon Pastore, un cuore completamente rivolto al Padre e, proprio per questo, totalmente donato ai fratelli. Gesù dice: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Ecco il nostro modello. Il Vescovo è un uomo che impara ogni giorno di più ad amare il suo popolo: a conoscere le gioie e i dolori della sua gente, a condividerne i sogni, a rallegrarsi nel vedere crescere le comunità. Ordinerete sacerdoti e diaconi, incontrerete giovani pieni di entusiasmo, vedrete la generosità silenziosa di tanti religiosi, religiose, missionari, catechisti e famiglie, e scoprirete sempre più quanto è bello il Popolo di Dio. Amate la gente che il Signore vi ha affidato. Imparate i loro nomi, ascoltate le loro storie, entrate, quando potete, nelle loro case, pregate con loro. Specialmente nelle giovani Chiese, tante volte la presenza del Vescovo dice moltissimo, prima ancora delle sue parole. Una visita, una benedizione, il tempo dato a un sacerdote, l’ascolto di una famiglia, il dialogo con un giovane: questi sono piccoli gesti, ma possono rimanere nell’animo di una persona per tutta la vita.

Un’altra caratteristica del Vescovo è quella che la tradizione chiama sollicitudo pastoralis, la sollecitudine pastorale. Non significa semplicemente avere molte responsabilità. È qualcosa di più profondo: è portare il proprio popolo nel cuore. San Paolo chiamava suo «assillo quotidiano» (2Cor 11,28) la preoccupazione per tutte le Chiese. Così la Chiesa alla quale siete stati inviati diventa sempre più parte della vostra vita, quasi parte di voi stessi. Questo è proprio della paternità episcopale: avere un animo grande, abbastanza grande da fare spazio a tutti, portando in sé i propri figli e presentandoli ogni giorno al Signore nella preghiera. Papa Francesco ricordava che «la vicinanza è uno dei tratti di Dio con il suo popolo» (Omelia nel centenario della nascita di San Giovanni Paolo II, 18 maggio 2020). E proprio parlando ai Vescovi del Corso di formazione, il 12 settembre 2019, diceva: «Noi esistiamo per rendere palpabile questa vicinanza». Che parole preziose per noi! Che la gente possa sentire, attraverso la nostra presenza, qualcosa della tenerezza e della paternità di Dio! E questo vale in modo speciale per i sacerdoti.

In proposito, cari fratelli, vi raccomando di amare i vostri sacerdoti. Trovino in ognuno di voi un padre e un fratello. Ascoltateli, incoraggiateli, pregate per loro, gioite del bene che fanno e accompagnateli con fiducia nel loro ministero. Abbiate un’attenzione particolare per quelli anziani e ammalati. Fate sentire loro che sono preziosi, che la Chiesa è loro grata e che il Vescovo non li dimentica. A volte basta una telefonata, una visita, una parola affettuosa da parte vostra.

Un ulteriore tratto del nostro ministero che vorrei ricordare è, secondo l’espressione bellissima di Sant’Agostino, quello di essere un «amoris officium» (In Iohannis Evangelium, 123, 5): un servizio d’amore. La nostra predicazione è un atto d’amore, così come l’ascolto, la preghiera, il discernimento, il tempo dato alle persone, la presenza. È la carità pastorale, che permette a Cristo Pastore di giungere al popolo che Egli ama attraverso la nostra povera persona.

Viviamo in un’epoca di cambiamenti rapidi. Gli sviluppi delle tecnologie della comunicazione e dell’intelligenza artificiale hanno aperto possibilità che, fino a pochi anni fa, non avremmo neppure immaginato. Ma certamente non possono liberare l’umanità dal peccato e dalle sue conseguenze: lo dimostrano tragicamente le crisi che sta attraversando. In uno scenario complesso e, per certi versi, inquietante come l’attuale, la Chiesa ha celebrato lo scorso anno il Giubileo della speranza. Forse perché vive fuori dal mondo? Al contrario, perché da Cristo morto e risorto è inviata ad annunciare a tutti il Vangelo della salvezza. E noi Vescovi siamo i primi destinatari di questo mandato. Con l’Enciclica Magnifica humanitas ritengo di aver offerto, in primis ai Pastori delle Chiese, una visione e un metodo per affrontare la grande sfida della custodia dell’umano nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Vi incoraggio a promuovere nelle vostre diocesi percorsi di riflessione e dialogo, per formare e sostenere quanti vogliono impegnarsi al servizio della civiltà dell’amore. 

Molti di voi vengono da Chiese giovani. Conoscete la bellezza e anche la fatica della missione, di una Chiesa che forse possiede poco, ma che è ricca di una fede grande. Per questo vi invito a conservare un cuore missionario. È un dono prezioso che il Signore ha posto nelle vostre mani e che può diventare ancora più grande nel vostro ministero episcopale. Il Vescovo missionario ha un cuore aperto a tutti: non soltanto a coloro che frequentano le nostre parrocchie, ma anche ai cristiani di altre confessioni, ai credenti di altre religioni, alle persone che non professano una fede, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Tutti ascolta e rispetta, a tutti si fa vicino e sa riconoscere il bene presente nel cuore di ogni persona. 

Sant’Agostino, parlando al suo popolo, diceva: «Vobis enim sum episcopus, vobiscum sum christianus» - lo conoscete tutti, penso -, «per voi […] sono vescovo, con voi sono cristiano» (Sermo 340, 1). Camminiamo con il nostro popolo: preghiamo con loro, ascoltiamo con loro la Parola, celebriamo con loro l’Eucaristia. Cerchiamo con loro ogni giorno il volto del Signore.

Fratelli carissimi, mentre tornate alle vostre Chiese, portate con voi questa certezza: il Signore, che vi ha chiamati, è fedele. Vi precederà sulla strada, vi accompagnerà nel cammino e, con il dono del suo Spirito Santo, vi darà luce ogni giorno. E Maria, Madre della Chiesa, custodisca sempre voi e il popolo che vi è affidato. Grazie.

Udienza Generale del 9 settembre 2026 - I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 12-22) 2. La dignità umana: dono e responsabilità

Mer, 09/09/2026 - 10:00

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 12-22) 2. La dignità umana: dono e responsabilità

 

Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

La Costituzione conciliare Gaudium et spes (GS), dedicando il primo capitolo alla dignità della persona umana, sottolinea che essa è base e condizione di quei «valori che oggi sono più stimati», ma necessitano di non perdere il rapporto con «la loro divina sorgente», per sottrarsi alle possibili distorsioni dovute alla «corruzione del cuore umano» (GS, 11).

Il cammino che ha permesso di evidenziare i tratti e i diritti fondamentali della dignità della persona rappresenta certamente una delle pagine più significative della storia umana. Tuttavia, il percorso da compiere non è terminato e deve affrontare le contraddizioni, vecchie e nuove, che ne impediscono una piena attuazione.

La Chiesa offre con chiarezza il suo contributo, ricordando che la dignità umana scaturisce dall’essere stesso della persona. Ho avuto modo di ribadirlo anche nella recente Enciclica Magnifica humanitas: «Ogni persona è pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con il creato. La sua dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno» (n. 50). L’infinita dignità dell’essere umano, dunque, si radica nella sua identità di creatura fatta «“ad immagine di Dio” capace di conoscere e di amare il suo Creatore», progetto e dono di amore che trascende le altre realtà create, le quali sono affidate alla sua cura «per governarle e servirsene a gloria di Dio» (GS, 12).

Nella fede possiamo comprendere il fondamento ultimo della dignità della persona, in quanto il Figlio «rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a sé stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» (n. 22).

La persona dice sempre relazione, comunione, partecipazione rispetto a Dio e agli altri, dunque un rapporto filiale con Dio Padre e un rapporto fraterno con Cristo e con tutti gli uomini. Esclude chiusure autoreferenziali. Essere persona significa percepire sé stessi come dono da condividere, crescendo e maturando nell’accoglienza, nella reciprocità, nel servizio.

Tale dignità è affidata alla responsabilità di ciascuno: allo stesso tempo, essa esige anche solidarietà e cura reciproca, superando le numerose falsificazioni e manipolazioni che tuttora ne deturpano la percezione e ne ostacolano la realizzazione. Infatti, per le scelte contro la sua dignità operate lungo la storia, ancora oggi «l’uomo si trova diviso in sé stesso» e «tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre». Questa condizione fragile e limitata, però, può essere guardata con speranza, perché «il Signore stesso è venuto a liberare l’uomo e a dargli forza, rinnovandolo nell’intimo e scacciando fuori “il prìncipe di questo mondo” (Gv 12,31), che lo teneva schiavo del peccato» (GS, 13).

La Costituzione Gaudium et spes, inoltre, afferma che la dignità umana riguarda la totalità della persona e, perciò, vanno superate le visioni dualistiche: l’essere umano è «unità di anima e di corpo». La riduzione del corpo a “oggetto”, di cui disporre arbitrariamente, è sempre negazione della dignità della persona: «non è lecito […] disprezzare la vita corporale dell’uomo», e occorre «considerare buono e degno di onore il proprio corpo, appunto perché creato da Dio e destinato alla risurrezione nell’ultimo giorno», vigilando che esso non «si renda schiavo delle perverse inclinazioni del cuore» (GS, 14) dal momento che tutti noi siamo feriti dal peccato.

Infine, tre sono le espressioni più significative della dignità della persona che la Gaudium et spes richiama: l’intelligenza, che rende l’essere umano cercatore insaziabile della verità (n. 15); la coscienza, per mezzo della quale egli dà unità e senso alla propria vita (n. 16); la libertà, che lo rende protagonista responsabile delle proprie decisioni (n. 17). Sono dimensioni strettamente connesse tra loro: è nella coscienza che la verità viene riconosciuta come tale e la libertà può sperimentarla come suo fondamento e possibilità. Lo Spirito Santo, che dà vita in Cristo, ci rende liberi e ci assicura costantemente della nostra dignità di figli di Dio, affrancandoci dalla paura e guidandoci verso la meta ultima, quella vita in pienezza oltre la morte che il Cristo ci ha promesso: solo in Lui trova vera luce il mistero dell’uomo, da Lui riceviamo luce sull’enigma del dolore e della morte e con Lui andiamo incontro alla risurrezione.

Cari fratelli e sorelle, creati a immagine di Dio, per mezzo di Cristo e in vista di Lui, abbiamo ricevuto una dignità unica e indelebile. Impegniamoci a promuoverla e difenderla sempre, con la luce e la forza del Vangelo.

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Saluti

Je salue cordialement les pèlerins de langue française que j’invite à s’émerveiller devant la dignité humaine reçue du Créateur. Celle-ci regarde la totalité de la personne car l’être humain est unité de corps et d’âme. C’est en prenant conscience de sa grandeur que vous trouverez la force nécessaire pour la défendre et la promouvoir dans vos cadres de vie respectifs.
Je vous bénis de tout cœur !

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese che invito a meravigliarsi davanti alla dignità umana ricevuta dal Creatore. Essa riguarda la totalità della persona, poiché l’essere umano è un’unità di corpo e anima. Prendendo coscienza della sua grandezza, troverete la forza necessaria per difenderla e promuoverla nei vostri rispettivi ambiti di vita. 
Vi benedico di cuore!
]

I extend a warm welcome to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those from Scotland, Wales, Ireland, Denmark, Norway, South Africa, Australia, China, Japan, Lebanon, the Philippines, and the United States of America.  In a particular way, I gladly renew my welcome to the members of the Steering Committee of the Interreligious Platform for Dialogue and Cooperation in the Arab World, who are present today.  I thank you for your cooperation with the King Abdullah bin Abdulaziz International Centre for Interreligious and Intercultural Dialogue, and pray that your efforts to promote peaceful coexistence in the Arab region will indeed bear much fruit.  Upon each of you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ.  God bless you all!

Liebe Brüder und Schwestern, einen herzlichen Gruß richte ich an die Pilger deutscher Sprache, besonders an die zahlreichen Teilnehmer der Wallfahrt der Kirchenchöre aus dem Bistum Würzburg in Begleitung ihres Bischofs. Erinnern wir uns daran, dass Gott zu loben und zu preisen unsere höchste Berufung ist. Sein Lob sei immer in eurem Mund (vgl. Ps 34,29)!

[Cari fratelli e sorelle, rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua tedesca, in particolare ai numerosi partecipanti al pellegrinaggio dei cori della Diocesi di Würzburg, accompagnati dal loro Vescovo. Ricordiamoci che rendere lode e gloria a Dio è la nostra vocazione più alta. La sua lode sia sempre sulla vostra bocca (cfr. Sal 34,2)!]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Los invito a revalorizar y a promover, en ustedes mismos y en los demás, la dignidad única e indeleble que han recibido como seres creados a imagen de Dios y, más aún, al haber sido redimidos por Cristo. Que el Señor los bendiga. Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,圣神使我们变得自由,且引领我们迈向最终的目标,即耶稣借着复活向我们应许了那超越死亡的圆满生命。我衷心地降福你们!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, lo Spirito Santo ci rende liberi e ci guida verso la meta ultima, quella vita in pienezza oltre la morte che il Cristo ci ha promesso nella risurrezione. Vi benedico di cuore.]

Saúdo com alegria todos os peregrinos de língua portuguesa! Queridos irmãos e irmãs, o nosso mundo exige de nós, de forma especial, que valorizemos a dignidade da pessoa. É sobretudo o pecado que desfigura a imagem de Deus no homem. Peçamos ao Espírito Santo que nos ajude a promover e a salvaguardar a dignidade de cada ser humano. Que o Senhor vos abençoe!

[Saluto con gioia tutti i pellegrini di lingua portoghese! Cari fratelli e sorelle, il nostro mondo ci impegna in modo speciale alla valorizzazione della dignità della persona. É soprattutto il peccato a sfigurare l’immagine di Dio nell’uomo. Chiediamo allo Spirito Santo che ci aiuti a promuovere e custodire la dignità di ogni essere umano. Il Signore vi benedica!]

أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة، وخاصَّةً أعضاءَ جَماعَةِ ”الفَرَح في الرُّوح القُدُس“، القادِمينَ مِن لبنان. خَلَقَنا اللهُ علَى صُورَتِه، ومَنَحَنا كَرامَةً فَرِيدَةً لا تُمحَى. لِذَلِك، لِنَلتَزِمْ دائِمًا بِتَعزِيزِ هَذِهِ الكَرامَةِ وَلْنُدافِعْ عَنها، في نُورِ الإنجِيل. بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba, in particolare i membri della comunità “Gioia nello Spirito Santo”, provenienti dal Libano. Dio ci ha creati a sua immagine e ci ha donato una dignità unica e indelebile. Perciò, impegniamoci a promuoverla e difenderla sempre, con la luce del Vangelo. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Radosno pozdravljam hrvatske hodočasnike, osobito vjernike Vojnog ordinarijata u Republici Hrvatskoj u pratnji biskupa Vojnog ordinarija, Mons. Jure Bogdana i svećenika. Dragi prijatelji, slaveći godišnjicu osnutka Vojnog ordinarijata, u ovom hodočašću na grobove apostola Petra i Pavla zahvaljujte Gospodinu na svim darovima koje ste primili. Kao velika obitelj vjernika, svojom vjerom i djelima pokazujte svijetu i društvu u kojemu živite lice živoga Krista, koji izlazi u susret svakomu tko ga traži iskrena srca. Neka vas na vašem putu uvijek prati zagovor Blažene Djevice Marije. Od srca vas sve blagoslivljam. Hvaljen Isus i Marija.

[Saluto con gioia i pellegrini croati, in particolare i fedeli dell’Ordinariato militare in Croazia, accompagnati dal Vescovo Ordinario militare, S.E. Mons. Jure Bogdan, assieme ai sacerdoti. Cari amici, mentre celebrate il giubileo della fondazione dell’Ordinariato militare, con questo pellegrinaggio alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo ringraziate il Signore per tutti i doni che avete ricevuto. Come una grande famiglia di credenti, attraverso la vostra fede e le vostre opere mostrate al mondo e alla società in cui vivete il volto di Cristo vivo, che va incontro ad ognuno che lo cerca con cuore sincero. L’intercessione della Beata Vergine Maria vi accompagni sempre nel vostro cammino. Di cuore vi benedico tutti. Siano lodati Gesù e Maria!]

Serdecznie pozdrawiam Polaków. W tych dniach podczas dożynek, dziękując za plony ziemi, z Psalmistą chwalimy Stwórcę: „Ziemia wydała swój owoc; Bóg, nasz Bóg, nam pobłogosławił” (Ps 67, 7). Powierzajmy Panu pracę rolników, dzięki której nie brakuje nam codziennego chleba. Niech Maryja, najpiękniejszy z kwiatów ziemi, strzeże waszych rodzin i pól! Wszystkim wam błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi. In questi giorni, durante la festa del raccolto, rendendo grazie per i frutti della terra, con il Salmista lodiamo il Creatore: «La terra ha dato il suo frutto. Ci benedica Dio, il nostro Dio» (Sal 67, 7). Affidiamo al Signore il lavoro degli agricoltori, grazie al quale non ci manca il pane quotidiano. Maria, il più bello tra i fiori della terra, custodisca le vostre famiglie e i vostri campi! A tutti la mia benedizione!]

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

In particolare, saluto i cresimati della Diocesi di Forlì-Bertinoro, accompagnati dal Vescovo S.E. Mons. Livio Corazza, assieme ai loro sacerdoti e ai catechisti.

Accolgo con affetto i fedeli dell’unità pastorale delle Parrocchie della Diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, come pure gli Assistenti ecclesiastici della Fondazione “Aiuto alla Chiesa che Soffre”.

Cari fratelli e sorelle, siamo stati creati a immagine di Dio: impegniamoci a promuovere e difendere la dignità di figli di Dio, con la luce e la forza del Vangelo.

Il mio pensiero va, infine, agli anziani, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Ieri abbiamo celebrato la Festa liturgica della Natività della Beata Vergine Maria; il suo esempio e la sua materna intercessione ispirino e accompagnino la vostra vita.

A tutti la mia benedizione!

Vescovi amici del Movimento dei Focolari (9 settembre 2026)

Mer, 09/09/2026 - 09:00

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La pace sia con voi!

Buongiorno a tutti, e benvenuti!

Vi saluto di cuore, amici del Movimento dei Focolari, riuniti per il vostro incontro spirituale. Sono grato per la vostra visita odierna, che esprime il vostro affetto collegiale, e vi ringrazio per le vostre costanti preghiere. Mi rallegra vedere così tanti di voi, provenienti da Paesi, origini e situazioni sociali diversi, riuniti in un solo spirito sotto l’Opera di Maria. Vengono in mente quelle parole rassicuranti di nostro Signore: «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18, 20).

Di fatto, il tema scelto per il vostro congresso, “Dare testimonianza di unità”, è uno degli elementi essenziali del movimento fondato da Chiara Lubich, e mi sta particolarmente a cuore. In un tempo tristemente segnato da una crescente polarizzazione, nostro Signore le ha dato di testimoniare sia il senso sia il servizio dell’unità, diventando così un segno per la sua generazione e per quelle future (cfr. Papa Francesco, Discorso ai Vescovi amici del Movimento dei Focolari, 25 settembre 2021).

Se ciò era il compito di Chiara quarant’anni fa, lo è con maggiore urgenza anche per noi oggi. Penso alle difficili situazioni sociali, alle circostanze, alle divisioni che alcuni di voi, fratelli miei, sopportano nei propri Paesi, situazioni come il pregiudizio, il razzismo, l’intolleranza religiosa, persino la violenza.

Penso anche alla situazione qui in Occidente, ora fin troppo caratterizzata dagli effetti dell’individualismo, dove le reti un tempo stabili della famiglia, dell’amicizia e della comunità stanno cedendo il passo a una maggiore frammentazione, e dove la libertà viene sempre più presentata come autonomia assoluta, come la capacità di perseguire la felicità senza alcun limite morale, naturale o persino umano (cfr. Lettera enciclica Magnifica humanitas, n. 118).

E nondimeno osserviamo un paradosso. Nonostante tutta l’enfasi posta sulla libertà individuale, oggi spesso le persone si sentono meno libere di essere veramente sé stesse o di seguire i loro ideali più alti, a causa del timore nascosto di essere giudicate o di non essere adeguate. Inoltre, questa perdita di apertura agli altri, che acuisce un senso di disunità, alla fine ci priva della felicità per la quale siamo stati creati, poiché siamo fatti a immagine del Dio Uno e Trino, che è lui stesso una comunione di persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Rivelando il cuore del Padre, Cristo ci mostra il senso più profondo della nostra esistenza, delle nostre relazioni, e il cammino per la felicità. Attraverso il dono dello Spirito siamo diventati figli di Dio, compartecipanti della vita divina, e da questa comunione con Dio scaturisce la nostra comunione gli uni con gli altri come fratelli e sorelle in Cristo. La Chiesa è questo, un mistero di comunione (cfr. Dicastero per la Dottrina della Fede, Communionis notio, n. 3), segno e lievito di unità per il nostro mondo.

Come partecipanti dell’eredità spirituale di Chiara Lubich, e come ministri della Chiesa di Cristo in un mondo frammentato, siete chiamati a dare testimonianza di questa anelata unità della famiglia umana. La risposta alle tristi divisioni che affliggono il nostro mondo non consiste nel formare più comitati o lanciare più progetti, ma nel ritornare alla fonte della nostra unità nella Santissima Trinità. Di fatto, dobbiamo diventare contemplativi!

Con tali riflessioni, vi incoraggio ad approfittare di questi giorni insieme per vivere quella fraternità che ricorda e conferma la nostra parentela in Cristo. Questi sono giorni di grazia, trascorsi con i propri fratelli nell’episcopato. Sappiamo quanto ci faccia bene. Pertanto, sono lieto che nell’Opera di Maria abbiate trovato questo sostegno spirituale. Possa aiutarvi a vivere la comunione e la fraternità anche nelle vostre rispettive Conferenze episcopali.

Soprattutto, spero che approfittiate dell’occasione di nutrire la vostra vita interiore: con la preghiera generosa e prolungata dinanzi a nostro Signore nel Tabernacolo, con la celebrazione calma e attenta dell’Ufficio e della Santa Messa e, infine, con la contemplazione frequente della presenza delle Persone della Trinità nel profondo del nostro essere. In tal modo sarete testimoni, gli uni per gli altri e per coloro che servite, di quell’unità che costruisce pace duratura.

Concludendo, affido voi e l’Opera di Maria all’amorevole intercessione di nostra Signora, Madre della Chiesa, e imparto volentieri a tutti voi la mia Benedizione Apostolica come pegno di gioia e di pace in Cristo nostro Signore. Grazie.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 205, mercoledì 9 settembre 2026, p. 4.

Videomessaggio del Santo Padre in occasione della 1a Giornata della Gioventù dell’Africa Occidentale [7 – 12 settembre 2026] (8 settembre 2026)

Mar, 08/09/2026 - 14:00

Cari giovani,
la pace sia con voi!

[In inglese]

Sono lieto di unirmi a voi in questa gioiosa occasione della prima Giornata della Gioventù dell’Africa Occidentale. Mi compiaccio di questa bella iniziativa delle Conferenze episcopali dei vostri Paesi, che hanno posto i giovani al centro delle loro priorità pastorali. Sono convinto che questi momenti forti trascorsi insieme vi aiuteranno a crescere nella fede e a essere sempre più profondamente arricchiti da valori come l’incontro e l’apertura verso gli altri.

In un tempo in cui così tante crisi sembrano oscurare il vostro orizzonte, desidero incoraggiarvi ad andare avanti senza perdere la speranza. So quanto il peso del dubbio, l’incertezza e talvolta l’insicurezza possano gravare fortemente sulle vostre spalle e sconvolgere i vostri piani per il futuro.

[In francese]

Tuttavia, non siete una gioventù sacrificata come molti possono pensare.  Nella Chiesa-Famiglia di Dio, voi siete l’oggi di Dio, l’oggi della Chiesa! Come diceva Papa Benedetto XVI, “voi siete ricchi di qualità, di energie, di sogni, di speranze: risorse che possedete in abbondanza! La stessa vostra età costituisce una grande ricchezza non soltanto per voi, ma anche per gli altri, per la Chiesa e per il mondo” (Messaggio per la XXV Giornata Mondiale della Gioventù, 22 febbraio 2010).

[In inglese]

Una delle sfide che affrontate è quella di camminare insieme per aiutare a realizzare un cambiamento positivo nelle vostre società. Camminare insieme significa assicurare che nessuno venga emarginato, isolato, escluso o rifiutato. Siate costruttori di ponti tra popoli, culture e religioni. Dobbiamo impegnarci a vivere come ha vissuto Gesù, nostro Maestro e Signore, che non ha escluso nessuno dal suo cammino. Egli ha riconosciuto la presenza di Dio in quanti vivevano ai margini della società, perfino in coloro che non appartenevano al suo popolo.

[In francese]

 Cari giovani, conto su di voi e ho fiducia in voi, la Chiesa ha fiducia in voi. Con le vostre parole e le vostre azioni, date un messaggio forte al nostro mondo attraversato da guerre e conflitti di ogni sorta. Siate i testimoni dell’amore, della giustizia, della pace. Non sacrificate la vostra giovinezza così preziosa sull’altare dei piaceri fittizi e della superficialità. In effetti, “le nostre domande più profonde non trovano né ascolto né risposta nello scorrere infinito dei nostri cellulari, che catturano la nostra attenzione lasciando le nostre menti stanche e i nostri cuori vuoti. Non ci porteranno lontano se le teniamo rinchiuse dentro di noi o in cerchie troppo ristrette. La realizzazione dei nostri desideri autentici richiede sempre di andare oltre noi stessi.” (Messaggio per la XL Giornata Mondiale della Gioventù, 7 ottobre 2025).

[In inglese]

 Vi affido alla Vergine Maria, Regina della Pace, pensando in modo particolare a quei vostri Paesi che, talvolta, affrontano crisi complesse. Possa intercedere presso suo Figlio, Gesù Cristo, per lo sviluppo umano integrale delle vostre care nazioni. Su di voi, sul clero e su tutti coloro che lavorano con i giovani, invoco un’abbondanza di grazie divine.

[In francese]

E ora vi imparto di tutto cuore la Benedizione:

[In inglese]

 Che il Signore vi conservi sempre nel suo amore.

 Il Signore sia con voi. Vi benedica Dio Onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo. Amen.

Lettera del Santo Padre ai Vescovi dell'America Latina e dei Caraibi in occasione del III centenario della canonizzazione di San Toribio di Mogrovejo (8 settembre 2026)

Mar, 08/09/2026 - 12:00

Cari fratelli nell’Episcopato,

accogliendo la richiesta dell’Episcopato peruviano e in occasione del terzo centenario della canonizzazione di San Toribio de Mogrovejo, patrono dei Vescovi dell’America Latina, vi saluto con affetto nel Signore e vi ringrazio per il servizio che prestate ogni giorno. Nel rivolgervi queste parole, sono profondamente grato per il privilegio di aver esercitato il ministero episcopale in Perú. Lì ho conosciuto da vicino la fede di un popolo dal quale ho ricevuto molto e ho compreso meglio cosa significhi essere pastore. Quell’esperienza mi ha avvicinato in modo particolare a San Toribio, che anch’egli giunse da lontano in una terra che divenne la sua grazie alla carità pastorale.

I miei predecessori si sono soffermati ampiamente sulla figura dell’«illustre Metropolita di Lima» [1] , ricordando il suo zelo evangelizzatore [2], il suo impegno per l’edificazione e il rinnovamento della vita ecclesiale [3] e la sua vicinanza ai più poveri e vulnerabili. [4]. Senza tornare ora sulla biografia, desidererei riflettere sul suo ministero alla luce di un segno che ci rimanda all’origine stessa della nostra missione: l’accoglienza del Vescovo nella sua chiesa cattedrale [5]. Un rito simile è previsto per la visita pastorale a una comunità [6], come se la Chiesa volesse ricondurre il prelato, più e più volte, al significato di quel primo ingresso. Ciò che la liturgia esprime in pochi gesti, l’Apostolo delle Ande lo ha fatto diventare vita nel corso degli anni da pastore. Il modo migliore per onorare la sua memoria sarà lasciarci interpellare da come ha vissuto il ministero che anche noi abbiamo ricevuto, e imitarlo.

Il rito ha inizio sulla soglia della cattedrale. Lì il nuovo Vescovo viene accolto dalla Chiesa alla quale è stato inviato. Giunge in una comunità che lo precede, che ha percorso un cammino di fede e nella quale lo Spirito Santo stava già operando. Varcando quella soglia, entra in una storia che non inizia con lui e rimane legato, attraverso il suo ministero, a un popolo concreto. Il Santo Arcivescovo giunse in una terra di cui conosceva a malapena i popoli e le culture. Per guidarla doveva addentrarsi in quella realtà, e per questo la percorse in lungo e in largo. Le visite pastorali e la preoccupazione affinché il Vangelo potesse essere annunciato nelle lingue locali rafforzarono sempre più il suo legame con quella terra e la sua gente. Ci sono realtà di una Diocesi che difficilmente giungono fino a una scrivania. Per questo, cerchiamo di fare in modo che la visita pastorale conservi tutta la sua forza: andiamo personalmente incontro alle nostre comunità, ascoltiamo il nostro gregge e cerchiamo coloro che raramente hanno l’occasione di avvicinarsi al Vescovo. Il ministero di un successore degli Apostoli esige di vivere con il cuore in cielo e i piedi a terra.

Ancora sulla soglia, il Vescovo riceve un crocifisso e lo bacia. La Chiesa gli pone davanti Colui che ha amato i suoi fino alla fine. Quel gesto racchiude una promessa di dedizione. Il ministero potrà condurlo su sentieri che non aveva previsto e chiedergli rinunce che forse non avrebbe mai immaginato. La croce gli ricorda che deve rimanere accanto al gregge quando arriveranno i momenti difficili e che la protezione delle pecore può avere un prezzo per il pastore stesso. Toribio prolungò quel bacio alla carne sofferente del Signore nei suoi viaggi e nelle sue fatiche, difendendo gli indigeni, correggendo gli abusi e rimanendo vicino ai poveri e a coloro che soffrivano. Cari fratelli, abbiamo bisogno di tornare spesso alla scuola della croce. L’abbandono del gregge può iniziare molto prima di una fuga visibile, quando la comodità, la paura o i propri interessi pesano più del bene dei fedeli. Il mercenario calcola ciò che può perdere; il pastore sa che dovrà donare qualcosa di sé per rimanere fedele (cfr. Gv 10, 12-13).

Successivamente, il Vescovo riceve l’acqua benedetta, si asperge e asperge i presenti. Questo gesto lo riconduce alla fonte comune del Battesimo. Prima di essere pastore, è discepolo; prima di presiedere il Popolo di Dio, si annovera tra i battezzati, resi figli in Cristo. La santità del pastore non può essere data per scontata (cfr. 1 Tm 4, 16). San Toribio ha potuto chiedere una vita ecclesiale più fedele al Vangelo perché ha iniziato a misurarsi proprio con quella stessa esigenza. Chi ha ricevuto la missione di santificare ha ancora bisogno di essere santificato; chi annuncia la misericordia vive anche di essa. Curiamo, dunque, la nostra vita interiore e conserviamo la consapevolezza di essere discepoli bisognosi di conversione.

Il rito conduce poi il Vescovo davanti al Santissimo Sacramento, dove si inginocchia e lo adora. Prima di iniziare il proprio ministero, si ferma in silenzio davanti al Santissimo. I Vescovi passano; Cristo rimane (cfr. Eb 13, 8). I pastori cambiano, sorgono nuove urgenze e si susseguono i progetti, ma la Chiesa vive del Signore. Per questo vorrei invitarvi a fare dell’adorazione eucaristica una priorità pastorale. L’amore di Toribio per l’Eucaristia si manifestò nella sua sollecitudine di avvicinare tutti a Gesù. Offriamo ai nostri fedeli tempo e spazi per rimanere davanti a Lui e incoraggiamo l’adorazione prolungata. Sono convinto che la santa presenza del Signore, accolta e adorata con fedeltà, sostiene ciò che le nostre forze non riescono a raggiungere e apre strade che nessuna pianificazione potrebbe prevedere. Sarà il Suo amore a trasformare le nostre Diocesi.

Dopo essersi vestito, il Vescovo si avvicina all’altare e lo bacia. È lo stesso Signore, davanti al quale si è appena inginocchiato, ora contemplato come Colui che riunisce la sua Chiesa attorno a sé e la rende un unico corpo (cfr. 1 Cor 10, 17). Il Santo prelato ha servito una Chiesa immensa e plurale, impegnandosi a mantenerla unita. Anche a noi spetta vegliare affinché la diversità delle nostre Diocesi trovi in Cristo la propria unità. L’altare ci ricorda che la comunione appartiene al cuore stesso della nostra missione.

Successivamente si reca alla cattedra e vengono lette le Lettere apostoliche, la Bolla con cui il Romano Pontefice lo ha nominato pastore di quella Chiesa particolare. Il Vescovo non si è attribuito da solo tale missione, ma l’ha ricevuta e la esercita nella comunione della Chiesa, unito al Successore di Pietro e al Collegio Episcopale. L’insegnamento che offre dalla cattedra non nasce da una parola propria che debba imporre. Ha ricevuto la fede della Chiesa ed è chiamato a «custodire il buon deposito», ad approfondirlo e a renderlo comprensibile a coloro che sono affidati alle sue cure (cfr. 2 Tm 1, 13-14). San Toribio comprese bene questa responsabilità. L’adesione al Concilio di Trento, i concili provinciali, i sinodi diocesani e la sua opera catechetica testimoniano il desiderio di trasmettere integralmente la fede e di renderla accessibile a coloro che aveva davanti. In un’epoca in cui tante voci rivendicano autorità sulla coscienza dei fedeli, spetta al Vescovo offrire un insegnamento chiaro, paziente e radicato in quella comunione, per aiutare il suo popolo a riconoscere la voce dell’unico Pastore.

A seguire, il clero e i fedeli si avvicinano per «manifestare obbedienza e riverenza» [7]. La riverenza ricevuta si trasforma per il Vescovo in una responsabilità, e l’obbedienza offerta richiede la sua paternità. Ciò si manifesta in modo particolare nel rapporto con i presbiteri, uniti a lui in modo singolare nell’unico sacerdozio e nella missione affidata alla Chiesa particolare. Toribio si occupò della loro formazione, fu esigente nell’ammissione agli ordini, visitò i sacerdoti e sostenne la disciplina ecclesiastica, consapevole che la vita del clero si riflette su quella del popolo. Cari fratelli, restiamo vicini ai nostri sacerdoti. Prendiamoci cura in modo particolare del seminario e dei primi anni di ministero, favoriamo una vera fraternità e facciamo in modo che nessun sacerdote senta di potersi avvicinare al proprio Vescovo solo quando c’è un problema da risolvere. La paternità episcopale si riconosce spesso quando un sacerdote sa di poter bussare con fiducia alla porta della casa vescovile.

Dopo il Vangelo, il Vescovo si rivolge per la prima volta al suo popolo. Fino a quel momento, la liturgia lo ha posto in un atteggiamento di accoglienza e di ascolto, e lo ha condotto al silenzio dell’adorazione. Solo allora prende la parola. Questo semplice ordine racchiude un insegnamento che è bene tenere sempre presente. Tra le tante responsabilità che occupano la nostra giornata, siamo stati inviati ad annunciare la Buona Novella. Come gli Apostoli, siamo chiamati a perseverare «nella preghiera e nel ministero della Parola» (At 6, 4). San Toribio fece della sua vita una predicazione continua, e il suo annuncio risultava credibile perché aveva permesso al Vangelo di plasmare prima di tutto la sua esistenza. Che nessuna urgenza né alcun compito pastorale, per quanto necessario, releghi la preghiera come preludio alla predicazione. Riserviamo sempre il tempo necessario per ascoltare la Parola e preparare con cura il modo in cui offrirla al nostro popolo.

Terminati i riti dell’accoglienza e celebrata la liturgia della Parola, giunge il momento di presentare l’offerta. In quell’offertorio possiamo intravedere in anticipo tutto ciò che il Vescovo dovrà deporre, giorno dopo giorno, nelle mani del Signore: il suo lavoro, i progetti che intraprenderà, le decisioni che dovrà prendere, le persone che gli sono state affidate, le preoccupazioni e le speranze. Ci saranno momenti in cui vedrà chiaramente la strada da seguire e altri in cui sperimenterà la propria piccolezza: tutto questo trova posto sulla patena. Al Vescovo spetta donarsi con fedeltà; il frutto, in ultima analisi, appartiene a Dio (cfr. 1 Cor 3, 6-7).

La celebrazione stessa mostra da dove scaturisce tale fecondità. Nella Santa Messa si attualizza sacramentalmente l’unico sacrificio di Cristo per la salvezza del mondo, mentre il suo Popolo è associato all’offerta del proprio Signore. Da questo Santo Sacrificio sgorga la grazia di cui vive la Chiesa e grazie alla quale Cristo continua a riunirla e a santificarla nel corso della storia. Il Vescovo, come ogni sacerdote, presta la propria voce e le proprie mani a Cristo, Sommo ed eterno Sacerdote, che agisce attraverso il suo ministero. Ciò che celebra deve protrarsi anche nella sua stessa vita, sempre più unita all’offerta del Signore, finché tutta l’esistenza diventi, in Cristo, un’offerta al Padre.

La geografia spirituale della Chiesa in America Latina è caratterizzata da pastori che hanno reso visibile questa unione tra l’altare e la vita. La figura di San Toribio, quindi, non è isolata. Nel corso dei secoli e in diverse regioni del continente si è andata formando una vera e propria costellazione di Vescovi che la Chiesa venera come santi e beati. Accanto al grande Arcivescovo di Lima si trovano i Santi Antonio María Claret, Ezequiel Moreno, Rafael Guízar e Óscar Romero, e i Beati Juan de Palafox, Jacinto Vera, Mamerto Esquiú, Enrique Angelelli, Jesús Jaramillo ed Eduardo Pironio, tra tanti altri illustri Vescovi. Approfondiamo il ministero e gli scritti di questi pastori e facciamoli conoscere nelle nostre Chiese particolari. La loro testimonianza può aiutarci a comprendere meglio la missione del Vescovo e riveste un interesse speciale per la formazione dei seminaristi e dei sacerdoti. Le loro vite mostrano come una stessa missione possa assumere forme diverse a seconda dei tempi e delle circostanze e costituiscono una scuola di pastori nata dalla nostra storia ecclesiale. I santi continuano a formare santi (cfr. Eb 13, 7).

Affidiamo a Santa Maria di Guadalupe il nostro desiderio di vivere con rinnovata fedeltà la missione che ci è stata affidata. All’alba dell’evangelizzazione di quel caro continente, Ella volle che San Juan Diego portasse la sua richiesta al Vescovo e che fosse lui a discernere e ad accogliere ciò che il Signore stava compiendo attraverso un umile messaggero. Quell’incontro continua ad essere un invito per noi pastori: essere attenti all’azione di Dio, che spesso si manifesta per vie impreviste e si serve di coloro da cui meno ci si aspetterebbe. Per intercessione della Madre di Dio, chiediamo la grazia di conoscere, servire e amare le Chiese che ci sono state affidate, affinché, quando giungerà l’ora di rendere conto al Signore del nostro ministero, possiamo udire: «Bene, servo buono e fedele […] prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25, 21).

Con affetto fraterno, vi benedico di cuore.

Dal Vaticano, 8 settembre 2026,
Natività della Beata Vergine Maria.
 

LEONE PP. XIV

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[1] Pio XII, Radiomessaggio al V Congresso Interamericano di Educazione Cattolica, 12 gennaio 1954.

[2] Cfr. S. Giovanni Paolo II, Incontro con l’Episcopato del Perú, 2 febbraio 1985.

[3] Cfr. Benedetto XVI, Messaggio per le celebrazioni del IV centenario della morte di San Toribio di Mogrovejo, 23 marzo 2006.

[4] Cfr. Francesco, Incontro con i Vescovi a Lima, 21 gennaio 2018.

[5] Cfr. Cæremoniale Episcoporum, 1141-1144.

[6] Cfr. Ibid., 1180.

[7] Ibid., 1143.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 214, lunedì 21 settembre 2026, p. 3.

Santuario della Madre del Buon Consiglio in Genazzano: Concelebrazione eucaristica (7 settembre 2026)

Lun, 07/09/2026 - 18:00

Cari fratelli e sorelle,

come ricorderete, già «nei primi giorni del pontificato ho sentito il dovere e un profondo desiderio di avvicinarmi a Genazzano, al santuario della Madonna del Buon Consiglio, che durante tutta la mia vita mi ha accompagnato con la sua presenza materna, con la sua saggezza e l'esempio del suo amore per il Figlio, che è sempre il centro della mia fede» (Dedica nel libro delle firme del Santuario, 10 maggio 2025). Con gioia sono di nuovo qui, a celebrare con voi la Vigilia della Natività della Vergine Santissima e ad affidare a Maria Bambina ciò che in questa povera e magnifica umanità nasce ancora: fragile come un germoglio, ma segno della fedeltà di Dio. Sì, Maria è l’aurora di un giorno diverso, del nostro mondo liberato finalmente dal male. E siamo qui, presso di Lei, attorno all’Altare da cui la salvezza viene a noi e ci trasforma, figli nel Figlio. Chiediamole il suo Buon Consiglio, per accogliere la Parola divina, custodirla in noi e darla alla luce attraverso decisioni coraggiose e sagge, decisioni di autentica conversione.

Carissimi, in questo luogo di antica presenza agostiniana ritornerò sulle pagine bibliche appena proclamate con l’aiuto di San Tommaso da Villanova, un frate e Vescovo agostiniano che, dedicando la propria vita al servizio dei poveri, penetrò a fondo la verità della fede. Egli seppe vedere il paradosso della piccolezza e, per così dire, della marginalità di Maria, resa centrale nell’economia della salvezza. Chiediamoci: che cosa doveva essere al tempo di Gioacchino e Anna la nascita di una bambina? San Tommaso scava in profondità: «Ho riflettuto molte volte – scrive – e mi sono chiesto perché gli evangelisti, che hanno parlato così ampiamente di San Giovanni Battista e degli apostoli, ci raccontino in modo così succinto la storia della Vergine Maria, che supera tutti per la sua vicenda e la sua statura personale. Perché, mi chiedo, non ci è stato descritto il modo del suo concepimento, della sua nascita, della sua educazione, delle sue abitudini, delle virtù che la adornavano, quale rapporto umano intratteneva con suo figlio, come si relazionava con lui, come visse con gli apostoli dopo la sua ascensione? Tutte queste cose erano importanti e i fedeli le avrebbero lette con singolare devozione e sarebbero piaciute alla gente del popolo. Oh, evangelisti, mi rivolgo a voi! Perché ci avete privato di una gioia così grande con il vostro silenzio? Perché avete tralasciato dettagli così gioiosi, così attesi, così piacevoli?» (Opere complete VII, 266,8).

Troviamo in queste parole un suggerimento importante per la nostra fede: interrogare la Scrittura e i suoi autori, discutere col testo e dialogare coi testimoni della Rivelazione, come con degli amici. Siamo infatti «concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19) e da Maria stessa impariamo l’intelligenza che conversa con Dio, che pone domande (cfr Lc 1,34) e interpreta gli avvenimenti custodendoli e collegandoli nel cuore (cfr Lc 2,19.51). Il Vangelo secondo Matteo, tuttavia, sembra dare ragione col suo silenzio a San Tommaso da Villanova. Lo abbiamo ascoltato: di Maria riporta la presenza, ma non una parola. Eppure, il semplice esserci di Maria – e del Figlio in lei – muove la storia intera: quella di Giuseppe e di tutta la sua casa. La presenza di Maria causa come un salto nella genealogia, come una novità inattesa, capace di modificare non soltanto le aspettative, ma anche i comportamenti prevedibili di un uomo. Ciò che Giuseppe ascolta, ciò che decide e ciò che fa, in effetti, è risposta a Dio e alla presenza di Maria, alla sua assoluta differenza, che supera ogni possibile discorso e racconto. In Maria la salvezza trova casa: Dio con noi!

Scrive ancora il nostro San Tommaso: «Ebbene, riguardo a queste mie riflessioni a cui mi riferivo, sul perché non sia stato scritto un libro sulle gesta della Vergine, come invece è stato fatto per le gesta di Paolo, […] mi viene in mente solo che fu così perché così piacque allo Spirito Santo, e che per impulso gli evangelisti, su di lei, hanno taciuto, per la semplice ragione che la gloria della Vergine, come leggiamo nel salmo, era tutta in lei (cfr Sal 44,14 Volg.), e poteva essere immaginata più che descritta, e che, come sintesi della sua storia, basta ciò che è espresso nel titolo: che da lei nacque Gesù. Cos’altro vuoi sapere? Cos’altro cerchi nella Vergine? Ti basti sapere che è la Madre di Dio» (ibid.).

Cari fratelli e sorelle, proviamo come una vertigine davanti a questo Mistero: è impossibile abituarsi! Celebriamo la nascita di una bambina chiamata a diventare la Madre del suo Creatore, la Madre di Dio che salva. Eppure, nasce semplicemente una bambina, come le figlie e le nipoti che teniamo in braccio. Abbiamo oggi per lei titoli nobili e altissimi, di Signora e Regina, ma la via di Dio è stata e rimane più semplice e silenziosa, eppure non meno potente e trasformativa. È la via di Gesù stesso, «il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29). Ebbene, come Maria, anche noi siamo «predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio» (ibid.): per grazia, certo, ma desiderando e preferendo ad altre vie la sua strada, le sue scelte, il suo cammino. In Gesù Cristo, Dio ha scelto le più umili condizioni storiche e la più umile delle creature per manifestare l’originalità del suo Regno, in cui la prepotenza non ha posto e l’onnipotenza è creazione, servizio e cura della vita.

Aggiunge poi San Tommaso da Villanova: «Lascia correre la fantasia, allarga i confini della comprensione e dipingi nel profondo della tua anima una giovane purissima, prudentissima, bellissima, devotissima, umilissima, mitissima, piena di ogni grazia, ricchissima di santità, adornata di tutte le virtù, abbellita da tutti i carismi, assolutamente gradita a Dio; amplificala quanto puoi, immagina quanto sei capace» (ibid.). San Tommaso ci invita a questo meraviglioso esercizio di immaginazione. E osserva: «Lo Spirito Santo non l’ha descritta per iscritto, ma ha aspettato che tu la dipingessi interiormente» (ibid., VII, 266,9). Cari fratelli e sorelle, è proprio così: nella preghiera contemplativa prende forma ciò che il mondo non ci racconta, ma esiste già; ciò che ancora è invisibile, ma in sé ha un nuovo tipo di forza. Non si tratta di fantasia, ma di profezia. Ne abbiamo bisogno, in tempi di distruzione e di incertezza, per vedere l’opera di Dio e servirla.

Il profeta Michea nella minuscola Betlemme ha intuito il sorgere di un Re di pace, grazie al quale abitare la terra finalmente sicuri (cfr Mic 5,1-4). E oggi, nell’orazione Colletta, volgendoci alla piccola Maria, abbiamo chiesto che «la festa della sua nascita accresca in noi la pace». Sì, carissimi, vogliamo immaginare la pace – allargare i confini della comprensione e dipingercela nell’anima – per riconoscere che già esiste, per accoglierla e servirla. È il dono di Dio, il soffio del Risorto, l’opera dello Spirito Santo. Lasciamo crescere la pace in noi. Germoglierà nel mondo. E la Madre del Buon Consiglio ci accompagnerà in questa missione.

Angelus, 6 settembre 2026

Dom, 06/09/2026 - 13:41

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

La Parola di Dio proclamata nella liturgia di questa domenica ci offre alcuni criteri fondamentali di pensiero e di azione. Leggiamo dalla Lettera ai Romani che ogni comandamento «si ricapitola in questa parola: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”» (Rm 13,9). San Paolo insiste su questo punto con un’immagine molto forte, presente anche nel “Padre nostro”. Scrive, infatti: «Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole» (v. 8).

Gesù ci ha insegnato a invocare e a praticare la remissione dei debiti. C’è però un patrimonio che ci dobbiamo l’un l’altro, senza restarne imprigionati: è il debito di un amore vicendevole. Tutta l’attenzione, la cura e il bene che abbiamo ricevuto ci rendono più liberi e capaci di responsabilità.

Nel Vangelo di questa domenica, Gesù suggerisce a ogni comunità cristiana almeno due modi di esercitare l’amore vicendevole. Il primo è diventare capaci di correzione fraterna. È un’arte delicata e troppo spesso dimenticata, che chiede franchezza e gradualità. Parlarsi sinceramente – dapprima a tu per tu, poi se necessario fra due o tre persone, infine, quando occorre, con l’intera comunità – significa affrontare la realtà e trasformare problemi e conflitti in passaggi di crescita. Il lamento e la maldicenza sono più facili, ma non generano nulla e paralizzano molte situazioni. Il Vangelo, invece, ci educa alla libertà, nella carità.

C’è poi un secondo modo di amare fraternamente, che per Gesù trasforma persino la preghiera: mettersi d’accordo. Non soltanto quando c’è un conflitto, ma per chiedere a Dio qualche dono. Dice il Signore: «Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà» (Mt 18,19). Questa promessa suggerisce che possiamo avere desideri comuni, dolori comuni, speranze comuni e attraverso la preghiera crescere nell’unità. Senza fede, ognuno potrebbe sentirsi solo e sospettare degli altri, vedendoli come estranei e nemici. Per grazia, siamo invece fratelli e sorelle che possono andare d’accordo: incontrandosi, perdonandosi e ascoltandosi nel Signore.

Chiediamo a Maria, che dopo l’annuncio dell’angelo raggiunse in fretta la cugina Elisabetta, per condividere la gioia e la fatica della gravidanza, di insegnare anche a noi il debito gioioso dell’amore fraterno.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

con animo addolorato ho seguito le notizie dei violenti attacchi che hanno colpito di recente diverse città e infrastrutture civili in Ucraina, provocando la morte di persone innocenti. Il mio cuore si unisce alla sofferenza della popolazione, che da anni vive nell’angoscia e nella paura. Rivolgo un nuovo appello a mettere fine alla violenza, a fermare la distruzione, ad aprire i cuori al dialogo e alla pace! Auspico che gli sforzi intrapresi in questi giorni per riprendere i negoziati portino frutti concreti e aprano lo spazio alla diplomazia.

Eleviamo la nostra preghiera al Signore, affinché prevalga la concordia in tutti i conflitti del mondo.

Do il benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini provenienti da vari Paesi. Grazie di essere qui!

In particolare saluto la Comunità del Seminario Interdiocesano “Studienhaus Sankt Lambert” di Lantershofen in Germania.

Accolgo con gioia il pellegrinaggio della Parrocchia di Sant’Ulderico Vescovo in Musestre (Treviso); come pure il Coro diocesano della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, accompagnato dal Vescovo.

Mentre gradualmente riprendiamo le ordinarie attività dopo la pausa estiva, chiediamo al Signore di accompagnarci e di sostenerci con la sua luce.

Auguro a tutti una buona domenica!

Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento - Federazione dello Spirito Santo (5 settembre 2026)

Sab, 05/09/2026 - 11:30

Cara madre Alma Ruth dello Spirito Santo,
care suore Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento,

Sono lieto di incontrarvi in questi giorni in cui state compiendo un pellegrinaggio in Italia, seguendo le orme della Beata Maria Maddalena dell’Incarnazione, nel cinquantesimo della fondazione della Federazione dello Spirito Santo.

La vostra presenza è una luminosa testimonianza della gratuità di Dio, che semina nel cuore umano l’inquietudine di cercare e di contemplare il suo volto. È la risposta a un anelito profondo, splendidamente espresso dal salmista: «Il mio cuore sa che hai detto: “Cercate il mio volto!” Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto». (Sal 27, 8-9).

Questa ricerca costante del volto di Dio, che caratterizza in modo particolare la vita monastica, assume nella vocazione che avete ricevuto una sfumatura speciale: si traduce in una vita dedicata completamente all’adorazione continua e silenziosa di un Dio che si è fatto pane, e che invita a unirsi a Lui nel sacrificio dell’altare, per formare un solo corpo. «Come spiega Sant’Agostino ai nuovi cristiani della sua Chiesa, il pane e il vino sull’altare sono il sacramento dell’unità dei fedeli in Cristo» (Lettera enciclica Magnifica humanitas, n. 234). Per questo, occorre «una spiritualità eucaristica, cioè una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore» (Ibidem).

Care sorelle, manifestando nella Chiesa il carisma specifico che avete ricevuto dalla vostra fondatrice, siete chiamate a essere tessitrici di comunione con i fili della preghiera e del lavoro, dell’adorazione eucaristica e della condivisione fraterna nel monastero. Che questo tempo di grazia, che state vivendo come pellegrine nella Città eterna e nei luoghi dove è nato l’Ordine, vi rinnovi e vi rafforzi affinché possiate continuare a irradiare nel mondo la bellezza del volto di Cristo Sacramentato.

Che la testimonianza della beata Maria Maddalena dell’Incarnazione vi spinga a continuare a vivere la vostra consacrazione con rinnovata speranza e desiderio di santità, ricordando che la fedeltà all’antica e sempre nuova sapienza del Vangelo è il cammino migliore per quante, guidate dallo Spirito Santo, si dedicano ad amare Dio e il prossimo.

Che il Signore vi benedica e Nostra Signora di Guadalupe vi protegga con il suo manto celeste. Grazie.

 

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 202, sabato 5 settembre 2026, p. 2.

Delegazione dell’“Oriel College”, University of Oxford (4 settembre 2026)

Ven, 04/09/2026 - 11:45

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Buongiorno a tutti, e benvenuti.
Eminenza,
Cari amici,

nel vostro pellegrinaggio a Roma, sulle orme di san John Henry Newman, per commemorare il 700° anniversario del conferimento della concessione reale all’Oriel College, sono lieto di accogliere in Vaticano il Rettore, insieme ad alcuni Fellow e ad altri membri del College.

Oriel ha senza dubbio una storia lunga e illustre che, naturalmente, in un lasso di tempo così esteso, ha visto e vissuto molti cambiamenti, eventi e perfino sconvolgimenti. Però il College è rimasto saldo nella sua identità cristiana. Il vostro anniversario, pertanto, è un’occasione per celebrare le sue origini cattoliche come “College della Beata Vergine Maria”. Di fatto, questa identità è centrale a ciò che ha reso e continua a rendere Oriel non semplicemente un’istituzione accademica, bensì una vera comunità di fede di studio nel suo significato più profondo. Il College può quindi guardare con fiducia ai suoi contributi passati come solide fondamenta e guida per le sue attività future.

A tale riguardo, san John Henry Newman costituisce un fulgido esempio di studioso che ha mostrato, non solo nelle sue opere, ma, in modo più ammirevole, anche nella sua vita, come fede e ragione siano inscindibili. C’era grande concretezza nelle sue idee, poiché le sue convinzioni religiose erano radicate nella sua relazione personale con Dio, mentre la sua attività accademica era tanto sublime quanto eminentemente pratica. La grande profondità di entrambe le dimensioni della sua vita è stata riconosciuta quando è stato proclamato Dottore della Chiesa universale e compatrono della missione educativa della Chiesa. È certamente provvidenziale che il vostro pellegrinaggio per l’anniversario si svolga in prossimità di un evento così importante sia per voi sia per tutta la Chiesa cattolica.

Inoltre, nel contesto delle sfide odierne, il pensiero di Newman sull’educazione è particolarmente pertinente, poiché egli propone una formazione cristiana che abbracci l’intera persona e misuri il valore dell’educazione sull’asse della dignità umana, della giustizia e della capacità di servire il bene comune (cfr. Lettera Apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, n. 4.2, 28 ottobre 2025). Nei vostri impegni accademici personali, vi esorto similmente a ricercare con coraggio la verità e a promuovere questa visione antropologica integrale. Così il vostro lavoro potrà davvero favorire un incontro “cuore a cuore” con i vostri fratelli e le vostre sorelle, e specialmente con Nostro Signore Gesù Cristo, che è la via, la verità e la vita (cfr. Gv 14, 6).

Infine, nel suo famoso inno Guidami tu, luce gentile, Newman ha espresso la sua grande fiducia nel fatto che Dio lo avrebbe guidato malgrado le incertezze della vita. Vi esorto, quindi, ad affidare voi stessi e il futuro del College alla Luce imperitura del mondo, affinché anche voi, come Nostra Signora, possiate riflettere la sua gloria per il mondo.

Con questi pensieri, affido ognuno di voi all’intercessione di san John Henry Newman e della Beata Vergine Maria.

E ora vi invito ad alzarvi, così impartirò molto volentieri a tutti voi, alle vostre famiglie e ai vostri cari la Benedizione Apostolica.

E la benedizione di Dio Onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo, discenda su di voi e con voi rimanga sempre. Amen.

 

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 201, venerdì 5 settembre 2026, p. 2.

Seminaristi del Pontificio Seminario Regionale Pugliese “Pio XI” di Molfetta e del Seminario Vescovile di Aversa (3 settembre 2026)

Gio, 03/09/2026 - 12:00

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La pace sia con voi.

Cari fratelli nell’Episcopato,
sacerdoti, seminaristi, familiari,

anzitutto vi ringrazio di cuore per la vostra presenza qui, oggi.

Venite da due strade diverse e da due terre diverse, ma quest’anno le vostre case celebrano insieme un anniversario. A Molfetta ricordate il primo centenario della nuova sede, voluta da Papa Pio XI, di cui il vostro seminario porta il nome, mentre ad Aversa celebrate il tricentenario di apertura dell’attuale sede.

Nell’incontrarvi, mi preme sottolineare una dimensione del vostro percorso formativo: quella della relazione con Colui che vi ha chiamati. Lo studio, la disciplina, le tappe del cammino sono elementi importanti da tenere bene presenti, ma valgono soltanto se fondati nella relazione con Dio.

San Marco, nel suo Vangelo, racconta che Gesù «salì […] sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,13-14).

In queste poche parole c’è già tutto. Soffermandoci su questa breve pericope possiamo scorgere una mirabile sintesi dell’esperienza valida per ogni chiamato, per tutti coloro che desiderano approfondire la verità della propria vocazione. C’è il monte da salire, dove raggiungere Cristo e, soprattutto, dove stare insieme a Lui. Il cuore dell’esperienza del seminario è tutto qui: imparare a stare con il Maestro, il Signore Gesù.

L’evangelista riporta che il Signore «chiamò a sé quelli che voleva», e mette subito in evidenza la libertà di Dio, da cui scaturisce ogni vocazione. Non c’è un concorso, non c’è una graduatoria, né è scritto che scelse i migliori: scelse quelli che voleva. In un mondo che si affanna tanto a celebrare l’autorealizzazione di sé, è davvero importante ribadire che nessuno di voi e nessuno di noi è qui perché se l’è meritato, ma soltanto per una libera elezione da parte di Dio Padre, segno e caparra di un amore gratuito che sempre ci previene e che non delude mai.

Carissimi seminaristi, la vostra stessa presenza in seminario è un segno di speranza per tutta la Chiesa. Non di un vago ottimismo, ma della certezza che il Signore chiama sempre, in ogni epoca della storia e in ogni luogo. Nel guardare ciascuno di voi, contemplo la meraviglia di Dio che non si stanca mai di sussurrare al cuore dei giovani la bellezza di donare la vita per Lui e per la Chiesa.

Ogni vocazione nasce da un dialogo intimo con Dio, coltivato nel silenzio e nella preghiera, che spesso avviene «nonostante il rumore talvolta assordante del mondo» (Leone XIV, Messaggio per la LXIII Giornata Mondiale di Preghiera per le VocazioniMessaggio per la LXIII Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, 16 marzo 2026). È lì che si decide tutto, e perché quel dialogo accada occorre imparare a stare con Lui.

Di esempi ne avete molti, ma credo che per tutti voi il venerabile Vescovo don Tonino Bello mostri con particolare chiarezza che cosa significhi essere Sacerdote ed essere Vescovo: non nelle parole, ma in ogni gesto e in ogni decisione, e testimoniandolo fino in fondo.

Per questo il tempo del seminario resta necessario, oggi non meno di ieri. In un mondo che ha fretta e che guarda con sospetto ogni sosta prolungata, si potrebbe pensare che sia un lusso, o un’istituzione superata, ma non è così. Proprio perché il nostro tempo è rapido e rumoroso, c’è bisogno di un luogo e di una stagione della vita in cui si impari a stare, a discernere, a lasciarsi formare senza scorciatoie. Il seminario non è un rinvio della missione, ma ne è la condizione. Non lo si sottovaluti.

Dopo aver sentito la voce del Signore, infatti, bisogna raggiungerlo e salire sul monte, e questo a volte può essere faticoso, perché si sale a piedi, a momenti con il fiato corto, senza ancora vedere la cima.

La fatica della vita spirituale è sostenuta però dalla bellezza della fraternità e della condivisione della missione. Infatti, sul monte Gesù non chiama un uomo solo, ma ne chiama dodici, dalle personalità più disparate e talvolta improbabili al nostro sguardo. Il Signore li raduna, li tiene uno accanto all’altro, affinché imparino che la Chiesa si vive insieme: non è proprietà di nessuno di noi, e tutti siamo chiamati ad amarla e a servirla come un unico corpo. Voi che venite da Molfetta lo sperimentate in modo particolare, in quanto nel seminario regionale la comunione tra le Chiese di Puglia non è un ideale, ma un’amicizia concreta che nasce in questi anni e che vi accompagnerà da presbiteri per tutta la vita.

Perché, così come «nessun pastore esiste da solo» (Leone XIV, Lett. ap. Una fedeltà che genera futuro, 8 dicembre 2025, 15), nemmeno un seminarista può concepire un cammino privato con il Signore: egli deve sempre sentire e sperimentare la bellezza della mediazione ecclesiale. Il seminario, dunque, prima ancora che un luogo dove acquisire informazioni, «dovrebbe essere una scuola degli affetti» (ibid., 12). E a voi, cari formatori, chiedo di essere i primi maestri di quella cura e di quella fraternità che si manifestano in relazioni autentiche, personali e comunitarie, fatte di verità e di carità. Formatori non ci si improvvisa: il vostro è un ministero delicatissimo a cui ci si prepara con scienza, pazienza e amore.

Resta poi l’ultimo passo: quello in cui dal monte si scende, perché il monte non è un rifugio. Gesù non porta i Dodici in alto per metterli al sicuro, ma perché, dopo aver fatto esperienza di Dio, possano essere inviati a comunicare al mondo questa novità di vita.

Sarete dunque chiamati a scendere dal monte, per essere mandati alla gente delle vostre terre: a quelle famiglie che tirano avanti con fatica, ai ragazzi che a vent’anni fanno la valigia per cercare lavoro, agli anziani soli, agli emarginati, a coloro che hanno smarrito il senso dell’esistenza. Il sacerdote è mandato a tutti perché a tutti annunci la bellezza della fede in Gesù Cristo, la buona notizia della nostra salvezza. È la salvezza che ci è stata donata per mezzo di Maria. Affidatevi a Lei, come a Colei che per prima ha fatto quello che oggi è chiesto a voi. Chiedete a Maria la grazia di imparare a dire ogni giorno il vostro “sì” al Signore Gesù.

Carissimi seminaristi, prima di salutarci voglio dirvi grazie. Grazie, a nome della Chiesa, per il “sì” che avete pronunciato e che ogni giorno tornate a pronunciare: non è facile, né scontato nel mondo di oggi, e la Chiesa lo sa bene.

E un ringraziamento particolare desidero rivolgerlo alle famiglie qui presenti. Una vocazione non nasce mai senza un contesto adatto, e spesso ha bisogno di una casa, di genitori che pregano e che sanno lasciar andare. A voi, care famiglie, la riconoscenza mia e di tutta la Chiesa.

Saluto e benedico i diaconi che saranno ordinati presbiteri fra pochi giorni: vi porto nella mia preghiera personale, affinché siate sempre discepoli fedeli, gioiosi e coraggiosi del Signore. Pregheremo per voi, tutti.

Vi benedico tutti di cuore, insieme ai vostri Vescovi, ai vostri formatori, alle vostre famiglie, e a quelle comunità che vi aspettano e già pregano per voi. Grazie.

Membri della Conferenza Episcopale Latina nelle Regioni Arabe (CELRA) (3 settembre 2026)

Gio, 03/09/2026 - 11:30

Beatitudine Eminentissima,
Venerati Fratelli nell’Episcopato,
Carissimi convenuti,

con grande gioia accolgo voi, Pastori che formate insieme la Conferenza dei Vescovi Latini nelle Regioni Arabe. Attraverso di voi, desidero rivolgere il mio saluto ai sacerdoti, alle persone consacrate e a tutti i fedeli delle vostre Comunità. Con le parole dell’Apostolo Paolo, auguro a tutti: «grazia a voi e pace da Dio» (Rm 1,7).

La vostra Conferenza abbraccia Chiese presenti in una realtà vasta e articolata, che operano in contesti spesso segnati da tensioni politiche, sociali e religiose.

Le vostre Chiese hanno conosciuto la testimonianza del martirio: pensiamo a suor Leonella Sgorbati, Missionaria della Consolata, alle Missionarie della Carità uccise nello Yemen mentre servivano i più vulnerabili, e ai tanti sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli che hanno donato la vita in Iraq, in Siria e in altre terre segnate dalla violenza. I loro nomi forse non sono conosciuti dal mondo, ma sono ben noti a Dio. La loro fedeltà al Vangelo rimane una luce per le vostre comunità e un invito a non cedere né alla paura né alla rassegnazione.

Quando le comunità si fanno più fragili e molte famiglie sono costrette a emigrare, il vostro ministero diventa ancora più necessario. Siate sempre pastori vicini al vostro popolo, capaci di condividere le sue ferite, di ascoltare, sostenere e consolare, perché attraverso la vostra presenza possa rendersi visibile la vicinanza di Dio.

Non abbiate paura della vostra piccolezza. La fecondità della Chiesa non si misura nei numeri, nelle strutture o nelle risorse, ma nella fedeltà al Vangelo. Una comunità piccola, se radicata in Cristo, può essere una presenza preziosa: non perché cerca il potere, ma perché serve; non perché s’impone, ma perché testimonia; non perché risponde alla violenza con altra violenza, ma perché oppone alla forza la carità.

Nel cuore di società segnate da conflitti e divisioni, le vostre comunità mostrino che è possibile vivere, servire e sperare insieme. Attraverso le parrocchie, le scuole, gli ospedali e le opere di carità, rendete concreto il Vangelo, accogliendo, ascoltando e sostenendo quanti sono nel bisogno. Sostenete, in particolare, le congregazioni religiose che continuano generosamente a stare accanto ai poveri e ai più fragili.

In mezzo alle emergenze, non perdete di vista l’essenziale della missione della Chiesa: l’annuncio del Vangelo, la preghiera, i Sacramenti e la formazione cristiana. Una Chiesa capace di servire deve essere anzitutto una Chiesa che prega, ascolta la Parola e vive dei Sacramenti.

Abbiate particolare cura delle famiglie e dei giovani. Le famiglie, pur gravate da difficoltà e incertezze, possano, con il sostegno della comunità, rimanere il primo luogo nel quale la fede viene ricevuta e trasmessa. I giovani, spesso divisi tra grandi aspirazioni e un futuro incerto, trovino nella Chiesa una casa che li accolga, li ascolti e li aiuti a riconoscere il valore della loro vita. La catechesi accompagni bambini, giovani e adulti verso un incontro vivo con Cristo, affinché la fede sia conosciuta, vissuta e trasmessa di generazione in generazione.

Abbiate cura anche dei migranti, numerosi, soprattutto nei Paesi del Golfo. Molti vivono lontani dai propri cari e sperimentano solitudine e precarietà. Le vostre comunità siano case nelle quali nessuno si senta straniero. Difendete la dignità di ogni persona e riconoscete in ogni migrante un fratello e una sorella: così la carità diventa testimonianza del Vangelo e scuola di fraternità.

Custodite e rafforzate la comunione tra le Chiese e i diversi riti. La varietà delle tradizioni cristiane è una ricchezza da vivere nell’unità. Da questa comunione nasca un dialogo sincero con le altre comunità cristiane, con i musulmani e con le diverse tradizioni religiose. Dialogare non significa rinunciare alla propria identità, ma viverla senza paura dell’incontro. Là dove la guerra ha seminato diffidenza, ogni gesto di stima, collaborazione e rispetto può diventare un passo verso la riconciliazione e la pace.

La vostra missione non consiste semplicemente nel conservare una presenza cristiana, ma nel rendere presente Cristo: annunciarlo nella Parola, celebrarlo nei Sacramenti, incontrarlo nella preghiera e riconoscerlo nei poveri, nei sofferenti, nei migranti e in ogni persona posta sotto la vostra cura.

Non siete chiamati a risolvere tutti i problemi delle vostre terre, ma a essere fedeli al Vangelo e al popolo che vi è affidato. Non cercate anzitutto il successo o il riconoscimento: cercate la fedeltà. Siate voce di verità, di giustizia e di pace; uomini di preghiera, pastori vicini alla vostra gente, artigiani della riconciliazione e testimoni della misericordia.

Non abbiate paura di seminare senza vedere subito i frutti. La semina appartiene a voi; la crescita appartiene a Dio. Nessun gesto compiuto nel nome di Cristo è inutile: una preghiera, una parola di consolazione, una famiglia accompagnata, un bambino educato alla fede, un povero accolto sono semi di un futuro nuovo.

Cari Fratelli, continuate il vostro cammino con fiducia. Non siete soli. La Chiesa universale guarda alle vostre comunità con affetto e riconosce nella loro perseveranza, nella fede vissuta nella prova e nel coraggio del servizio una testimonianza preziosa per tutta la Chiesa.

Affido voi, le vostre Chiese e tutti i popoli delle vostre terre alla protezione della Vergine Maria, Madre della Chiesa e Regina della pace. Ella accompagni le famiglie, i giovani, i migranti, i malati e i poveri; sostenga quanti soffrono e illumini quanti hanno responsabilità politiche e sociali, perché sappiano cercare il bene comune e aprire cammini di riconciliazione.

Su di voi e su tutti i fedeli che vi sono affidati invoco di cuore l’abbondanza delle benedizioni del Signore. Egli vi custodisca nella fede, vi renda perseveranti nella speranza e generosi nella carità, e conceda alle vostre comunità e a tutti i popoli delle vostre terre il dono prezioso della pace.

Udienza Generale del 2 settembre 2026 - I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 1-10) 1. La Chiesa in ascolto e a servizio del mondo

Mer, 02/09/2026 - 10:00

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 1-10) 1. La Chiesa in ascolto e a servizio del mondo

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Con l’incontro odierno iniziamo a riflettere sulla Costituzione pastorale Gaudium et spes, con cui il Concilio Vaticano II ha inteso approfondire un tema fondamentale, ossia il rapporto della Chiesa col mondo contemporaneo. San Giovanni XXIII, già nel Discorso inaugurale dell’11 ottobre 1962, aveva inteso dissentire dai «profeti di sventura» che, «sebbene accesi di zelo per la religione […] vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia» (Discorso Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962, 4.2). Da qui il compito affidato ai Padri conciliari: «Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» (Gaudet Mater Ecclesia, 4.4).

Tre anni dopo, la promulgazione di Gaudium et spes riconosceva in tale discernimento un elemento essenziale della natura della Chiesa, descrivendo come costitutiva la sua indole pastorale: da qui la definizione di “Costituzione pastorale”. Non si tratta di ingenuo ottimismo, ma di una rinnovata fedeltà al Mistero di Cristo che, incarnandosi, sceglie di condividere la nostra vita: Egli si è reso «in tutto simile ai fratelli» (Eb 2,17; cfr 4,15) e si è caricato delle conseguenze del peccato, morendo «in riscatto per tutti» (1Tm 2,6). Tale condivisione con l’umanità è la via che il Cristo chiede alla Chiesa; perciò, la Costituzione conciliare Gaudium et spes si apre dichiarando che la Chiesa sente come proprie «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (GS 1).

È una condivisione che ci chiama a uscire da ogni passività e indifferenza dinanzi agli avvenimenti che accadono, alla storia e alla vita delle persone, soprattutto dinanzi al cambiamento rapido e profondo che oggi sperimentiamo. Non è possibile restare spettatori disinteressati, occorre invece ascoltare con il cuore, lasciarsi interpellare, farsi coinvolgere. Con Cristo e sorretti dalla forza del suo Spirito, i credenti sono chiamati a farsi carico delle difficoltà dei fratelli, soprattutto di coloro che sono schiacciati dall’ingiustizia, dalla discriminazione, dalla violenza. Infatti, solo nella condivisione e nell’impegno è possibile arrivare a risposte adeguate, sempre sorretti dalla certezza che «le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi» (Rm 8,18).

In tal senso, la prossimità verso l’umanità apre a una lettura più profonda degli avvenimenti e della stessa Rivelazione e, nella medesima prospettiva, Gaudium et spes richiama il «dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo» (GS 4). Questa Costituzione conciliare ha dunque richiamato la Chiesa a un permanente impegno di conversione, per testimoniare che essa non è mossa da «nessuna ambizione terrena», ma «mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito» (GS 3).

Non si tratta, in effetti, di una disposizione semplicemente morale. Papa Francesco ci ha ricordato che per la Chiesa «l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. […] Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (Esort. Ap. Evangelii gaudium, 198).

La condivisione cristiana impegna a farsi carico della realtà e anche a smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo: ad esempio, un progresso scientifico e tecnologico, che offre sempre nuove possibilità, ma solo ad alcuni e che non sempre l’essere umano riesce a porre «a suo servizio»; o una conoscenza più chiara delle «leggi della vita sociale», accompagnata però da incertezze «sulla direzione da imprimervi»; o ancora, una maggiore disponibilità di «ricchezze, possibilità e potenza economica», che purtroppo però, oggi come al tempo del Concilio, lascia «una grande parte degli abitanti del globo […] ancora tormentata dalla fame e dalla miseria» (GS 4); oppure, una consapevolezza condivisa che è in gioco il futuro del pianeta e nel contempo l’incapacità a rinunciare al consumo egoistico e all’illusione che la guerra sia una via efficace per costruire la pace.

In un tempo segnato da profondi mutamenti, da cui derivano preoccupanti squilibri, la Chiesa è chiamata a servire l’essere umano, ascoltando e accogliendo gli interrogativi più profondi del suo cuore e gli aneliti che lo abitano, indicando nel Cristo «la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» (GS 10). Perciò, nella Chiesa, ad ogni livello, in ogni epoca ha da realizzarsi la kenosi misericordiosa del Cristo che «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, […] facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,6-8).

Cari fratelli e sorelle, la gioia e la speranza – gaudium et spes – siano i tratti distintivi di una Chiesa che annuncia e testimonia il Vangelo, facendosi prossima alle donne e agli uomini del nostro tempo.

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Saluti

Je salue cordialement les personnes de langue française. Frères et sœurs, puissent la joie et l’espérance être le visage d’une Église qui annonce et vit l’Évangile, en allant à la rencontre des femmes et des hommes de notre temps. Que Dieu vous bénisse !

[Saluto cordialmente le persone di lingua francese. Fratelli e sorelle, possano la gioia e la speranza essere il volto di una Chiesa che annuncia e vive il Vangelo, andando incontro alle donne e agli uomini del nostro tempo. Dio vi benedica!]

I extend a warm welcome to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those from England, Scotland, Malta, Canada and the United States of America.  In a particular way, I welcome the delegation of the Interreligious Platform for Dialogue and Cooperation in the Arab World. In expressing my deep appreciation for the work of the King Abdullah bin Abdulaziz International Centre for Interreligious and Intercultural Dialogue, I offer prayers for the success of your deliberations, together with the assurance of my spiritual closeness in these days.  Upon each of you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ.  God bless you all!

Herzlich grüße ich die Pilger deutscher Sprache. Nehmen wir mit Freude und Hoffnung am Evangelisierungswerk der Kirche teil, damit das Licht Christi in den Herzen aller Menschen erstrahlen möge.

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua tedesca. Partecipiamo con gioia e speranza all’opera evangelizzatrice della Chiesa perché la luce di Cristo possa risplendere nei cuori di tutti gli uomini.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Pidamos a la Bienaventurada Virgen María que interceda por toda la Iglesia, para que anuncie el Evangelio con alegría y esperanza, cercana a los hombres y mujeres de nuestro tiempo, y sepa guiar a todos hacia Cristo, «la clave, el centro y el fin de toda la historia humana» (GS 10). Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹们,请你们追寻真生命的道路,始终做上主的良善工人。我衷心地降福你们!

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, ricercate la via della vera vita e siate sempre i buoni operai del Signore. Vi benedico di cuore.]

Dirijo as minhas boas-vindas a todos os peregrinos de língua portuguesa e, de modo especial, aos grupos vindos do Brasil e de Portugal. Sabei que nenhuma das vossas legítimas aspirações escapa à atenção e ao cuidado pastoral da Igreja que, como Corpo de Cristo, possui um coração que vos acompanha com ternura e compaixão. Que Deus vos abençoe e Nossa Senhora vos guarde!

[Rivolgo il mio benvenuto a tutti i pellegrini di lingua portoghese, in modo speciale ai gruppi venuti dal Brasile e dal Portogallo. Sappiate che nessuna delle vostre legittime aspirazioni sfugge all’attenzione e alla cura pastorale della Chiesa che, come Corpo di Cristo, ha un cuore che vi accompagna con tenerezza e compassione. Dio vi benedica e la Madonna vi custodisca!]

أُحيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة. لِنَقتَرِبْ مِن إخوَتِنا، ولا سِيَّما الفُقَراءَ والمُتَألِّمِين، فَنَصِيرَ لَهُم شُهودًا للإنجِيل، مُمتَلِئِينَ بالفَرَحِ والرَّجاء. بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba. Avviciniamoci ai nostri fratelli, soprattutto ai poveri e ai sofferenti, diventando per loro testimoni del Vangelo, pieni di gioia e di speranza. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Serdecznie pozdrawiam Polaków. Rozpoczęty wczoraj nowy rok szkolny wyznacza kolejny etap zdobywania wiedzy i wychowania nowych pokoleń dzięki współpracy rodziców, szkoły i Kościoła. Niech udział w lekcjach religii i katechezie poszerza horyzonty, pogłębia poznanie Boga i świata oraz przygotowuje do owocnego przyjmowania sakramentów i uczestnictwa w życiu wspólnoty. Wszystkim wam błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi. L’anno scolastico, iniziato ieri, segna un’ulteriore tappa nel percorso di acquisizione delle conoscenze e di educazione delle nuove generazioni, grazie alla collaborazione tra genitori, scuola e Chiesa. La frequenza delle lezioni di religione e della catechesi possa ampliare gli orizzonti, approfondire la conoscenza di Dio e del mondo nonché preparare a ricevere con frutto i sacramenti e a partecipare alla vita della comunità. A tutti la mia benedizione!]

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Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai gruppi parrocchiali: tutti esorto a modellare la vita sul Vangelo per essere nella società seminatori dell’amore di Cristo.

Saluto, poi, i volontari dell’Associazione “Abeo” di Verona, esprimendo apprezzamento per l’opera in favore dei piccoli pazienti e delle loro famiglie.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Domani celebreremo la memoria del Papa San Gregorio Magno, il cui corpo riposa nella Basilica di San Pietro. Egli è detto “il grande” per la sua eccezionale attività di pastore in tempi assai difficili per la società e la Chiesa: una “grandezza” che attingeva forza e vigore dalla fede viva nel Cristo. Il suo esempio susciti in ciascuno di voi una rinnovata e intensa fiducia in Dio, fonte di grazia e di speranza per il mondo intero. 

 A tutti la mia benedizione!

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