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Aggiornato: 18 min 16 sec fa

Viaggio Apostolico in Francia: Incontro con gli Operatori e gli Assistiti dell’Accueil Notre-Dame presso il Santuario di Nostra Signora di Lourdes (27 settembre 2026)

Dom, 27/09/2026 - 15:30

Cari fratelli e sorelle,
Cari amici malati
,

È una gioia grande per me trascorrere questo momento con voi, qui, a Lourdes, dove, da oltre centocinquant’anni, pellegrini di tutto il mondo vengono ad affidare a Gesù, per mezzo di Maria, le loro sofferenze, siano esse fisiche, psicologiche o spirituali. Qui la fragilità non viene nascosta, ma diventa luogo di un incontro sacro.

Quest’anno, il tema pastorale del Santuario riprende il saluto dell’angelo Gabriele a Maria: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,28). Mette in luce questo meraviglioso scambio tra due sguardi, quello del messaggero del Signore e quello di Maria. In tale faccia a faccia, l’umiltà e la generosità di una giovane fanciulla permettono a Dio di compiere la sua opera di salvezza. Maria non ha tenuto il Signore per sé, ma lo ha offerto al mondo, dicendo a ciascuno di noi: «Il Signore è con te». Questa verità è il fondamento della nostra dignità di persone. E qui Maria guarda ciascuno di noi come una persona unica, come testimonia santa Bernadette durante le apparizioni nella grotta. Questo sguardo materno ci ribadisce che nessuno è invisibile agli occhi di Dio.

In un’epoca in cui alcune società tendono a distogliere lo sguardo o a chiudere gli occhi di fronte alla dignità della vita umana, «urge anzitutto coltivare, in noi e negli altri, uno sguardo contemplativo […]. È lo sguardo di chi vede la vita nella sua profondità, cogliendone le dimensioni di gratuità, di bellezza, di provocazione alla libertà e alla responsabilità. È lo sguardo di chi non pretende d'impossessarsi della realtà, ma la accoglie come un dono, scoprendo in ogni cosa il riflesso del Creatore e in ogni persona la sua immagine vivente (cfr Gen 1,27; Sal 8,6). Questo sguardo […] si apre a ritrovare nel volto di ogni persona un appello al confronto, al dialogo, alla solidarietà» (S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Evangelium vitae, 83), affinché il mondo abbia la vita.

Nel dialogo dell’Annunciazione, mentre il Signore posa su di Lei il suo sguardo, Maria scopre di essere la prescelta di Dio. Ma, al centro di questo incontro, è ciascuno di noi a scoprire di essere personalmente chiamato e profondamente destinato all’amore di Dio, che è fonte di vita. La persona umana è infatti “degna” per il semplice fatto di esistere e di avere come fine l’eternità. La sua dignità non si misura e non si discute.

So che per alcuni di voi, a causa di particolari patologie e di dolori talvolta terribili, l’orizzonte può apparire cupo, incerto, senza via d’uscita. Ma nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità. Al contrario, è proprio in nome di questa dignità inalienabile della persona umana che la tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta. È impossibile considerare normale togliere la vita. Ciò che è legale non è necessariamente morale.

Qui a Lourdes, città dei malati e della speranza, invito tutta la comunità degli operatori sanitari a ricordare il significato profondo della propria vocazione: prendersi cura di una persona che soffre, e non eliminarla. Sì, cari amici, siate servitori appassionati della vita! Nessuno ha il diritto, mai, «sulla base di algoritmi di laboratorio, di decidere della vita di un determinato embrione o di una determinata persona anziana! La medicina non potrà mai farsi serva della morte programmata!» (Discorso ai membri della Fondation Jérôme Lejeune, 22 giugno 2026). In questo senso, vi invito, da un lato, a sviluppare senza sosta le strutture di cura palliativa e di ricerca; dall’altro ad accompagnare con tenerezza i malati, come avviene qui a Lourdes, dove medici, infermieri, barellieri, cappellani, équipe pastorali dei malati e tanti altri ancora esercitano la loro vocazione al servizio della dignità della persona umana, affinché il mondo abbia la vita. Curando i corpi, voi curate anche le anime. A voi, cari membri delle associazioni di ospitalità, ma anche a voi operatori sanitari, che vi dedicate al servizio dei vostri fratelli e delle vostre sorelle, esprimo tutta la mia gratitudine. Cari fratelli e sorelle malati, ci tengo a dirvi: non siete un peso, siete il cuore pulsante della nostra umanità e un tesoro prezioso per la Chiesa. Accompagno con la preghiera le prove che state attraversando. Il mio pensiero va a tutti coloro che non possono essere qui e che, dalle loro case o dalle loro camere d’ospedale, sono uniti al nostro incontro. Vi affido tutti all’amore materno della Madre del Signore, chiedendole di procurarvi le consolazioni di suo Figlio Gesù. Che Dio vi benedica e vi protegga!

Viaggio Apostolico in Francia: Angelus (<i>Prairie</i> del Santuario di Nostra Signora di Lourdes), 27 settembre 2026

Dom, 27/09/2026 - 12:00

Cari fratelli e sorelle,

saluto con affetto tutti voi che avete partecipato a questa celebrazione eucaristica. Grazie della vostra presenza! Ed estendo il mio saluto a quanti, specialmente malati, si sono uniti a noi attraverso i media.

Ora pregheremo insieme l’Angelus, preghiera semplice e stupenda, che ci aiuta a vivere ogni giorno in adesione alla volontà di Dio, sul modello della Vergine Maria.

Prima di farlo vorrei rivolgere un appello che sento forte nell’animo trovandomi in questo luogo. Qui l’Immacolata si è mostrata a santa Bernadette con la corona del Rosario e ha come guidato la sua preghiera. Per questo oggi invito tutti i fedeli e tutte le comunità cristiane a pregare il santo Rosario, durante il prossimo mese di ottobre, con la particolare intenzione che cessino le guerre e si faccia pace tra i popoli in conflitto. Accompagniamo la preghiera con atti concreti di penitenza e di misericordia e con l’impegno di favorire sempre il dialogo e la riconciliazione.

La nostra Madre santissima interceda per noi!

 

Viaggio Apostolico in Francia: Santa Messa nella <i>Prairie</i> del Santuario di Nostra Signora di Lourdes (27 settembre 2026)

Dom, 27/09/2026 - 11:00

Fratelli e sorelle, pellegrini provenienti dalla Francia e da tutto il mondo, guardandovi questa mattina, riuniti nella casa della nostra Madre, vedo il volto universale della Chiesa. Alcuni di voi hanno attraversato continenti, superato fatiche, portato le vostre gioie e i vostri fardelli fino a questa Grotta santa. Che gioia essere insieme, un solo cuore, un’unica famiglia!

Desidero rivolgere un saluto particolare ai pellegrini giunti da tutte le province e Diocesi della Francia. Oggi calpestate il suolo di questa terra benedetta che ha ricevuto tante grazie. Possa questo pellegrinaggio ravvivare la fiamma della fede nelle vostre case e nelle vostre parrocchie. Portate il conforto di Lourdes ai vostri vicini, ai vostri cari e a tutto il popolo francese.

I testi che la Liturgia ci propone in questa domenica toccano un aspetto centrale del messaggio che la Vergine Maria è venuta a confidare a Santa Bernadette: un invito alla conversione, al tempo stesso tenero e pressante. Nel Vangelo, Gesù rivolge uno sguardo di verità e di profonda tristezza ai cuori chiusi: «non vi siete nemmeno pentiti» (Mt 21,32). Perché questa ferita nel cuore di Cristo? Perché Dio non vuole la perdizione dei suoi figli. Il profeta Ezechiele ce lo ricorda: «Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso», mentre se si converte, se «ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà» (cfr Ez 18,26.28). Ecco perché gli appelli alla penitenza risuonano nelle Sacre Scritture e attraversano tutta la predicazione del Vangelo nel corso dei secoli. Essi assumono un’importanza salutare per manifestarne l’urgenza e la necessità: è oggi – non domani – che bisogna convertirsi; è oggi il momento favorevole, il giorno della salvezza (cfr 2Cor 6,2). Sì, Dio desidera che l’uomo viva, che apra gli occhi e torni a Lui. Convertirsi significa abbandonare le vie dell’errore per abbracciare la Via della Vita, aprendo così il nostro cuore all’unica Gioia che non passa.

Gesù stesso non usa mezzi termini quando esorta alla penitenza, come ci riferisce, ad esempio, San Luca: «Se non vi convertite, perirete tutti» (13,5). Ma Egli allarga l’orizzonte della vita terrena a quello della vita eterna. Mentre la felicità quaggiù è una realtà effimera, relativa, a volte purtroppo inaccessibile per alcuni, la vera felicità è promessa a tutti, nella speranza, e dovrebbe essere l’oggetto principale della nostra ricerca, dei nostri sforzi e delle nostre scelte. La Vergine Maria non disse forse a Santa Bernadette: «Non ti prometto di essere felice in questo mondo, ma nell’altro»?

Questa promessa, proclamata proprio qui, risuona con particolare forza in questa terra di Francia e scuote le nostre mentalità contemporanee. In questo momento storico, all’interno di una società alla ricerca del progresso e del benessere materiale, ma talvolta tentata di dimenticare l’orizzonte dell’eternità, Maria viene a ricordarci la grandezza e la portata della nostra vocazione alla vita, alla vita eterna. Davanti alle correnti attuali che cercano di ridefinire il valore della vita umana di fronte alla malattia, alla sofferenza o alla vecchiaia, la Grotta di Massabielle si erge come un santuario della speranza cristiana. Qui, nessuna fragilità viene respinta. Le vostre stampelle, le vostre sedie a rotelle, le vostre lacrime nascoste non sono ostacoli: sono il luogo per eccellenza in cui siete pienamente rispettati, accolti e trasfigurati dall’amore infinito di Dio. Lourdes è il luogo benedetto di una professione di fede nella bellezza e nella sacralità della vita, poiché qui essa è accolta come un dono prezioso di Dio, chiamato a fiorire per l’eternità nell’amore del Padre.

«Te lo prometto»! Sì, la vita eterna è una promessa solida e certa che il Signore ci fa. Ce l’ha già ottenuta con la sua morte sulla croce e la sua risurrezione, e la realizza ogni giorno in noi attraverso la grazia del battesimo. È alla nostra portata, ma spetta a noi accoglierla liberamente, afferrarla, non ostacolarla; ma l’ostacolo alla grazia e alla vita eterna, l’unico ostacolo a questo amore, è il peccato, il ripiegamento su sé stessi, quel rifiuto di Dio che ci rinchiude nelle nostre stesse tenebre! È quindi in gioco la nostra responsabilità personale, ed è grande. Dio ci ha voluti liberi, perché la libertà è una condizione dell’amore; non si può amare per costrizione. Questa libertà che ci è donata, dobbiamo impegnarla in un «sì» a Cristo e, con l’aiuto della sua grazia, sulle orme di Maria; un «sì» incessantemente rinnovato, fino al nostro ultimo respiro: «adesso e nell’ora della nostra morte…», diciamo nell’Ave Maria.

Ritroviamo l’insistente appello alla conversione nelle parole che Maria pronunciò proprio qui: «Penitenza! Penitenza! Penitenza!». Ripete la parola tre volte… E invita Bernadette a compiere alcuni gesti. Perché mai? Siamo forse lenti a capire? Ci riteniamo troppo facilmente senza peccato? Non la pratichiamo abbastanza?  La Vergine ci chiede di fare penitenza, non solo per noi stessi, che ne abbiamo bisogno, ma anche «per i peccatori», per un mondo che va male. Come potrebbero i nostri cuori non sentirsi interpellati di fronte ai conflitti sempre più diffusi, che distruggono tante vite innocenti? Eppure il male che affligge la nostra epoca proviene dal cuore dell’uomo, Dio non ne è responsabile: “Non è la mia condotta che non è retta – dice ai figli d’Israele –, ma la vostra” (cfr Ez 18,25). Sono quindi i cuori degli uomini che bisogna cambiare, a cominciare dal nostro.

La penitenza è un’opera suscitata dall’amore nella solidarietà con il genere umano: amore per Dio, di cui si vuole riparare la ferita del Cuore causata dai nostri peccati; amore per tutti i nostri fratelli che non ascoltano questa chiamata alla conversione e che le loro colpe trascinano verso la morte. Questa esigenza di conversione coinvolge la Chiesa stessa nel suo pellegrinaggio terreno. Essa deve avere il coraggio di vivere questa conversione in primo luogo. Per guarire dalle ferite profonde, dalle infedeltà e dai dolorosi smarrimenti commessi al suo interno, dobbiamo porci umilmente sotto lo sguardo purificatore del Signore. Riconoscere i nostri errori è indispensabile per la crescita spirituale, come scriveva sant’Agostino: «Ti dispiaccia sempre ciò che sei, se vuoi guadagnare ciò che non sei » (Sermo 169, 15.18).

Il richiamo della nostra Madre al dovere della preghiera e della conversione ci riempie di grande speranza, poiché ci indica il modo per cambiare il corso delle cose, che non è altro che quello di unirci alla passione di Cristo. Cari malati che conoscete la sofferenza, così numerosi a Lourdes, avete la possibilità di vivere le vostre pene e i vostri dolori in questo spirito di offerta per entrare in quel cammino redentore di cui il mondo ha tanto bisogno. In questo senso siete davvero nel cuore della Chiesa, e il vostro ruolo è insostituibile

Pellegrini, fratelli e sorelle, non ripartirete da Lourdes come siete arrivati: ripartirete come missionari della speranza. È il miracolo di questo luogo: suscitare la gioia della speranza proprio nel cuore della prova e del dolore. La Vergine Maria risana i nostri sguardi e trasfigura i nostri cuori donando loro la pace. Siate, nei vostri paesi, nelle vostre Diocesi e nelle vostre famiglie, testimoni attivi di questa forza e di questa tenerezza divine, che ci permettono di proseguire il cammino e di raggiungere la meta. Sostenuti dalla preghiera dei malati e dall’amore della nostra Madre, camminate con fiducia verso il futuro. Non temete le tempeste del mondo: la Santa Madre di Dio veglia sul vostro cammino, avvolge la Chiesa nel suo manto di tenerezza e, come radiosa Stella del mattino, guida i vostri passi per farvi nascere, nella gioia, alla vita stessa del suo Figlio Gesù.

Amen.

Viaggio Apostolico in Francia: Incontro con i Vescovi della Conferenza Episcopale di Francia presso l’emiciclo “Sainte-Bernadette” del Santuario di Nostra Signora di Lourdes (27 settembre 2026)

Dom, 27/09/2026 - 09:00

Eminenza, Eccellenze,

sono lieto di incontrarvi, cari fratelli nell’Episcopato, in questo luogo benedetto dal Cielo, a due passi dalla grotta dove la Vergine Maria apparve a santa Bernadette e dove vi riunite regolarmente per le vostre Assemblee plenarie. Con questa scelta manifestate chiaramente la vostra volontà di porre la Chiesa di Francia sotto la protezione della Madre di Dio, la Vergine Immacolata, affinché la guidi con maggiore sicurezza secondo la volontà del Signore. Non c’è infatti modo migliore per giungere a Gesù che passare attraverso Maria. Tutto in Lei ci conduce verso suo Figlio.

Voi perpetuate, in questo modo, l’eredità che avete ricevuto dai vostri padri nella fede, fin dai tempi più remoti dell’evangelizzazione del vostro Paese. Il culto della Madre di Dio vi si radicò così profondamente, che ben presto la Francia fu definita il «Regno di Maria» (Pio XI, Lett. Ap. Galliam, Ecclesiae filiam primogenitam, 2 marzo 1922). Questo legame privilegiato tra la vostra Nazione e la Santa Vergine si espresse in modo singolare quando la Francia Le fu solennemente consacrata, il 10 febbraio 1638, come ho potuto vedere l’altro ieri, in una bella rappresentazione, nella Cattedrale di Notre-Dame de Paris. E il mio predecessore, Pio XI, facendo riferimento a questo voto, dichiarò la Madonna Assunta Patrona di Francia (cfr ibid.).

Questo lungo cammino di fiducia e di tenerezza con Maria, segnato da tante devozioni e da tanti luoghi che portano il suo nome, da tante suppliche esaudite – spesso tra le lacrime –, da Santuari e pellegrinaggi, da Cattedrali, continua al di là di ogni ostacolo e testimonia la fede viva del popolo di Dio a voi affidato. Di fronte alle immense sfide del nostro tempo, vi esorto, cari fratelli, a dare prova di coraggio, audacia e creatività missionaria. Non lasciatevi scoraggiare dagli errori, dalle incoerenze, e nemmeno dalle cadute che hanno segnato la storia di questo Popolo in cammino. Abbiate sempre il coraggio di riconoscere gli errori con amore della Verità e determinazione nel medicare le ferite con la carità del Buon Pastore, che conosce le sue pecore e le chiama ciascuna per nome. Alzatevi dunque con speranza e non stancatevi mai di annunciare il Vangelo!

La storia della Chiesa in Francia è ricca, immensamente ricca. È bella e feconda; ed è importante farvi riferimento per costruire il futuro delle vostre comunità, così come quello del vostro Paese. La Chiesa ha assistito, e ha persino contribuito, alla lenta edificazione della vostra Nazione; ancora oggi è parte integrante della sua cultura, della sua identità e della sua vocazione nel mondo. Ecco perché la sua voce ha pienamente diritto ad essere presente nel dibattito pubblico in Francia; essa possiede, per sua natura, un’autorevolezza profetica. Anche se non sempre è intesa, è comunque attesa. Anche se non sempre è seguita, particolarmente su questioni essenziali, che toccano i fondamenti della civiltà, nondimeno è necessaria; non ne dubitate! Conosco la vostra determinazione e il vostro coraggio – lo avete dimostrato con chiarezza durante i recenti dibattiti sul fine-vita – e vi esorto alla perseveranza, assieme a tutte le persone di buona volontà che difendono gli stessi valori.

Vivete attualmente in un contesto di laicità molto particolare, frutto di una storia turbolenta, oggi pacificata, ma che deve consentire alla Chiesa di compiere la sua missione. Il fatto che l’equilibrio faticosamente raggiunto venga gradualmente messo in discussione, come sta accadendo altrove nel mondo occidentale, non deve indurvi alla rassegnazione. Vi invito ad essere vigilanti, per difendere la libertà e il diritto della Chiesa a evangelizzare, a educare alla vera libertà e a praticare pubblicamente il culto, affinché, in modo visibile, la carità possa essere esercitata nel nome di Gesù Cristo.

Papa Francesco vi ha scritto, in occasione della riapertura della Cattedrale di Notre-Dame de Paris: «Invito tutti i battezzati che entreranno con gioia in questa Cattedrale a provare un legittimo orgoglio e a riappropriarsi della loro eredità di fede […]. Questa dimora, che il nostro Padre del Cielo abita, è vostra: voi ne siete le pietre vive. Quanti vi hanno preceduto nella fede l’hanno edificata per voi» (Messaggio in occasione della riapertura di Notre-Dame di Parigi, 21 novembre 2024). Incoraggiare i battezzati a “riappropriarsi del proprio patrimonio di fede” fa oggi parte della vostra missione di Pastori in vista di un rinnovamento della Chiesa in Francia.

Ciò che il Signore ha donato a voi, cattolici di Francia, Figlia primogenita della Chiesa, è davvero motivo di grande rendimento di grazie: una scia ininterrotta di santità che arriva fino ai nostri giorni; un fiorire di arti, lettere e scienze sotto l’impulso della fede e l’azione dello Spirito Santo; la maturazione irreversibile della consapevolezza del valore inalienabile della persona umana, della sua dignità e della necessità di tutelare i suoi diritti e le sue libertà; senza dimenticare quel formidabile slancio missionario che ha portato frutto fino agli estremi confini del mondo. Sì, Gesù vi ha dato molto ... e vuole, nel suo amore, continuare a farvi doni ...

Ecco perché, guardando al futuro, Papa Francesco aggiungeva alle parole già citate: «Possa dunque la rinascita di questa ammirevole chiesa costituire un segno profetico del rinnovamento della Chiesa in Francia» (ibid.). Anch’io credo che siano maturati i tempi in cui molti dei nostri contemporanei attendono di sentire risuonare il messaggio pieno di speranza del Vangelo, e di veder risplendere ai loro occhi la luce di Cristo risorto. Il messaggio di pace che ha la sua fonte in Gesù è tanto più atteso in quanto si constata, in Francia come altrove in Occidente, un’inquietante polarizzazione, un declino della fratellanza, della cordialità e della qualità della vita sociale, nonché una recrudescenza della violenza, delle disuguaglianze e della povertà. Di fronte a tali sfide, la disillusione e il disorientamento prendono il posto delle false promesse di un mondo in cui Dio sarebbe assente, relegato alla sfera privata, e dove il soccorso della sua grazia sarebbe considerato inutile alla “costruzione della Città”. Eppure, Gesù ha chiaramente avvertito i suoi discepoli: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5).

I giovani, in particolare, nutrono grandi aspirazioni. Preoccupati per il mondo che viene loro lasciato in eredità, ansiosi per il futuro, sono pronti a impegnarsi con coraggio e generosità per tutto ciò che è bello, vero e buono. Mostrate loro la via del Vangelo: l’unica direzione sicura – per quanto esigente –, che ha già portato tanti frutti in questa terra di Francia. Ieri, a Parigi, abbiamo evocato il segno incoraggiante del Catecumenato, che coinvolge prevalentemente giovani adulti. È una grazia e una gioia per tutto il popolo di Dio. È importante che abbiate cura di accompagnare questa grazia, in particolare attraverso l’accoglienza dei giovani in comunità vivaci, che praticano la carità e vivono la solidarietà; e attraverso un solido insegnamento dottrinale radicato nella Parola di Dio, che permetta loro di affrontare obiezioni e dubbi.

Per realizzare questo rinnovamento della speranza, nell’ambito di un nuovo slancio missionario in Francia, che auspico vivamente, esiste un unico programma, sempre lo stesso: far conoscere e amare Gesù Cristo, in modo autentico, con passione, ancora e ancora … Nel contesto attuale, vi trovate ad affrontare alcune sfide importanti. Quella dell’educazione è di primario rilievo. É molto lodevole che le vostre Assemblee approfondiscano l’argomento. L’educazione è una missione particolarmente vasta, che tocca molteplici settori della vita. Vorrei semplicemente accennare a quello dell’insegnamento cattolico, il cui “carattere proprio”, in questi tempi, viene messo in discussione. È positivo che gli istituti di insegnamento cattolici siano ampiamente aperti a coloro che non condividono la nostra fede. Questa accoglienza generosa e rispettosa della libertà di coscienza di ciascuno promette grande fecondità per tutti, per la società e per la Chiesa stessa. Tuttavia, l’insegnamento cattolico non può, in alcun modo, rinunciare al proprio progetto educativo, un progetto incentrato su Cristo che mira allo sviluppo integrale della persona umana in tutte le sue dimensioni: spirituale, culturale, intellettuale, morale e sociale. Nessuno deve quindi stupirsi delle occasioni offerte, all’interno di ogni istituto cattolico, di incontrare Gesù Cristo e di ascoltare la sua Parola. Tanto meno, nessun alunno deve trovarsi emarginato nella propria classe, semplicemente perché crede in Gesù.

Negli ultimi anni avete affrontato con determinazione il doloroso flagello degli abusi sui minori commessi da membri del clero o nel contesto ecclesiale. Avete adottato misure coraggiose per farvi fronte, attraverso l’ascolto, la ricerca della verità, la giustizia, il perdono, la riparazione e un impegno risoluto a favore di una cultura della prevenzione e della protezione contro questi crimini. Vi ringrazio per quanto avete fatto, e so che alcuni momenti sono stati molto difficili per la vostra Conferenza. È necessario proseguire sulla strada intrapresa, mantenendo la massima vigilanza. Allo stesso tempo, il vostro clero ha bisogno di essere sostenuto e incoraggiato; so che è oggetto della vostra sollecitudine paterna. Affinché nascano le vocazioni sacerdotali, il sacerdote deve essere desiderato, accolto, amato e la sua identità – configurata a Cristo – deve essere chiara e ben compresa all’interno del Popolo di Dio, per la gioia del Vangelo e il servizio della sua missione.

Mi sta a cuore menzionare anche il triste calo delle vocazioni alla vita consacrata, in particolare alla vita contemplativa. Ho appreso con dolore della chiusura, recente o imminente, di antiche e prestigiose Comunità monastiche, che hanno avuto grande influenza nella storia. Impegnare la propria vita alla sequela di Gesù in un cammino così esigente presuppone, oltre all’opera della grazia, una particolare generosità, un solido radicamento nella fede, una vita interiore intensa, una vicinanza privilegiata a Lui. Tali condizioni si riscontrano più spesso nelle famiglie cristiane, che meritano la massima attenzione e il massimo sostegno. L’approfondimento e il radicamento della vita di fede all’interno delle famiglie sono certamente una chiave che permetterà di risolvere molte delle crisi che la Chiesa e le nostre società stanno attraversando. È infatti all’interno delle famiglie che si imparano la vita comune, il rispetto per l’altro, l’accettazione della diversità, il sostegno reciproco, la generosità, la gratuità del dono di sé e lo spirito di sacrificio. Forse è questa la sfida principale da affrontare: che Gesù viva pienamente nelle famiglie cattoliche di Francia e le illumini con la sua presenza!

A queste questioni si aggiunge un’altra sfida che può suscitare una certa preoccupazione per il futuro: quella dell’unità. A questo proposito, permettetemi di ricordare quanto sia essenziale che i discepoli di Gesù si ritrovino nella carità, come Egli ha chiesto al Padre suo: «tutti siano una sola cosa […], perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). La Chiesa in Francia è un piccolo gregge che deve unire le proprie forze per la missione. Le divisioni ideologiche renderebbero vana la sua testimonianza. Ci sono sempre state tensioni nella storia della Chiesa, ma è proprio quando esse si manifestano che possiamo apprezzare ancora di più il dono dell’unità. Quest’ultima non è una piatta uniformità, ma fa sì che ogni sensibilità autenticamente cattolica converga naturalmente in una comune professione di fede, mediante l’obbedienza ai pastori legittimi e, in particolare, al Successore di Pietro, «principio e […] fondamento perpetuo e visibile dell'unità di fede e di comunione» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 18). Si tratta di un’unità dinamica che si nutre della Tradizione della Chiesa – dai Padri fino al Concilio Vaticano II – e del Magistero postconciliare. Inoltre, essa si arricchisce nel dialogo reciproco, partendo dalla fede, secondo uno stile sinodale che stiamo cercando di approfondire in questi ultimi tempi.

Cari fratelli, la Chiesa in Francia è cara al cuore del Papa. Quanto vorrei trasmettervi i sentimenti di entusiasmo e di speranza che mi animano quando penso a voi!

Ricco di comunità vivaci, fraterne e aperte al mondo; ricco di una gioventù ardente e impegnata in molteplici iniziative; ricco anche di un’eredità che lo sostiene ma allo stesso tempo lo impegna, il Popolo di Dio che è in Francia – ne sono certo – proseguirà con ardore la sua missione di annunciare e far amare Gesù Cristo, perché il mondo abbia la vita.

Affidando la vostra Assemblea, le vostre Comunità diocesane e il vostro Paese alla protezione materna di Nostra Signora di Lourdes, vi impartisco con gioia la Benedizione apostolica. Grazie!

Viaggio Apostolico in Francia: Preghiera alla Grotta delle Apparizioni di Massabielle (Lourdes, 26 settembre 2026)

Sab, 26/09/2026 - 19:40

Nostra Signora di Lourdes, l’Immacolata Concezione, in questo luogo benedetto dove hai parlato, con tanta dolcezza e tenerezza, a santa Bernadette, umile figlia del popolo di Francia, per trasmettere al mondo un luminoso messaggio di preghiera, di conversione e di speranza, noi accorriamo a te con fiducia; perché tu sei la Madre che Gesù ci ha donato e sei attenta a tutti i nostri bisogni.

Ti preghiamo, Madre nostra, per la Francia, di cui sei la Patrona e che per tanti secoli hai circondato con la tua protezione. Ottieni per il suo popolo il dono della concordia fraterna. Possa costruire una società armoniosa, che bandisca ogni violenza e ogni odio, che consenta a ciascuno di lavorare, di fondare una famiglia e di vivere appieno la propria vita nella tranquillità e nella serenità. Che i più sfortunati e i più poveri siano sempre sostenuti. Ottieni per la Francia governanti saggi e generosi, pronti al sacrificio di sé, capaci di affrontare le sfide e desiderosi di servire il bene comune. Che la mantengano in pace nel concerto delle nazioni. Che facciano sentire la sua voce per promuovere la difesa dei diritti umani fondamentali e la pace nel mondo, respingendo per sempre le logiche di guerra.

Santa Vergine Maria, ti presentiamo il Popolo di Dio che cammina in questo Paese che tu hai tanto segnato con la tua vicinanza. Rinnova la fede e il fervore delle famiglie cristiane, così care al tuo cuore, affinché vivano giorno per giorno della presenza di Gesù, della sua grazia e del suo sostegno nelle difficoltà che attraversano. Che siano generosamente aperte alla vita e che Dio susciti in esse vocazioni, in particolare sacerdotali e religiose. Concedi alla tua Chiesa in Francia di indicare, specialmente ai più giovani, la via luminosa del Vangelo per costruire una società giusta e fraterna a cui essi aspirano.

Infine, Madre piena d’amore, ti affidiamo le nostre intenzioni personali più pressanti, in particolare quelle delle persone malate e sofferenti, come pure di tutti coloro che le accompagnano, venuti insieme ad attingere forza e guarigione alla fonte di Massabielle. Ti affidiamo i nostri cari e i nostri defunti. Rimuovi, ti preghiamo, tutti gli ostacoli che ancora ci separano dal tuo amato Figlio e fa’ che Egli regni in tutti i cuori.

Amen.

Viaggio Apostolico in Francia: Santa Messa in “Place de la Concorde” (Parigi, 26 settembre 2026)

Sab, 26/09/2026 - 15:00

Cari fratelli e sorelle,

ringrazio Dio per la grazia che mi è data di trovarmi qui, in questa Piazza della Concordia, per celebrare l’Eucaristia. Sì, com’è bello e dolce per i fratelli e le sorelle ritrovarsi insieme (cfr Sal 132,1), per magnificare la grandezza di Dio! Possa la mia presenza in mezzo a voi rafforzare la vostra fede e incoraggiarvi a irradiare e trasmettere incessantemente la vita, la pace e l’amore del nostro amato Signore Gesù Cristo.

«Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva» (Gv 7,37). Fratelli e sorelle, la nostra comunità assetata si protende verso Cristo, sorgente d’acqua viva; l’acqua che disseta e fa fiorire la vita, l’acqua dell’amore di Dio «riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).

Il desiderio di Dio abita nel più profondo del nostro cuore, e noi gridiamo con il Salmista: «La mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente» (Sal 41,3). È il grido di un uomo, umile e appassionato, la cui sete più interiore ed esistenziale non smette di crescere. Ora, è Gesù Cristo, attraverso la sua incarnazione, che va incontro ad ogni uomo nella sua storia e si rivela a lui come la vera fonte d’acqua viva in grado di placare la sua sete. Non si tratta tanto di una sete materiale, quanto piuttosto di una sete di senso, di verità e di compimento che abita nel cuore di ciascuno. Gesù risponde a questo profondo desiderio di relazione, di comunione con Dio, in cui risiede la pienezza della vita per sempre.

Nella prima Lettura, il profeta Ezechiele vede l’acqua sgorgare dal Tempio e, diffondendosi nel deserto, purificare e fecondare ogni cosa (cfr Ez 47,1-2.8-9.12). Più tardi, san Giovanni vedrà l’acqua sgorgare dal costato trafitto di Gesù, che consegna lo Spirito (cfr Gv 19,30-34). Tutti possono allora dissetarsi a questa fonte per rinascere e ricevere il dono dello Spirito, per diventare figli di Dio, creature nuove.

Fratelli e sorelle, bisogna riconoscere che quaggiù nulla riesce mai a appagarci pienamente. Quando riteniamo finalmente concluso il nostro impegno e ricompensati i nostri sforzi, molto spesso il vuoto interiore riemerge, ancora più profondo. Allora, per colmarlo, può capitare che cerchiamo nuovi piaceri, che vogliamo possedere nuove cose, che facciamo di tutto per “divertirci” pur di non provare quel malessere interiore!

La Liturgia della Parola di oggi ci invita a scrutare il nostro cuore: qual è la nostra sete più profonda? Cosa cerchiamo veramente nella vita? Tutti aspiriamo alla felicità, all’amore, alla realizzazione. Ma a quale fonte cerchiamo di placare la nostra sete? Ci accontentiamo dei beni materiali, delle soddisfazioni immediate, dei tanti piccoli idoli che promettono mari e monti ma lasciano il nostro cuore vuoto? Con il Battesimo abbiamo ricevuto l’acqua viva di cui parla il Vangelo, ma abbiamo davvero incontrato Cristo personalmente? L’essere umano è fondamentalmente un essere “desiderante” e solo Dio può colmare questo vuoto interiore.

Sì, fratelli e sorelle, Gesù Cristo, il Buon Pastore, ci guida, come il pastore guida le sue pecore, verso la fonte della felicità e della pace. Conosce ciascuno e ciascuna di noi per nome. Nulla gli sfugge dei nostri segreti, delle nostre intenzioni, delle nostre debolezze. Scruta le profondità del nostro cuore. Egli ha dato la sua vita per noi e continua a darla attraverso i Sacramenti. Porta sulle spalle le pecore stanche o ferite, e riporta con delicatezza quelle che si sono smarrite. Gesù rivela l’amore incondizionato di Dio per noi. Ai suoi occhi, nessuno di noi è un numero su una carta d’identità, né un codice identificativo, ma una persona, una persona unica e insostituibile.

Vedendovi qui riuniti, cari fratelli e sorelle, eredi di una lunga e bella storia santa in Francia, vi dico: abbeveratevi, a vostra volta, a questa fonte che è il Cuore trafitto di Gesù. Sì, avete sete di Dio, di vita, di verità, di unità, di pace, di comunione, di felicità. Aspirate a riscoprire un orizzonte luminoso, a costruire una nazione rinnovata a partire dalle sue radici irrigate dalla fede. Non tenete la fede in Gesù Cristo solo per voi stessi, ma lasciatela traboccare per dissetare e colmare le persone che incontrate. Spetta a voi portare la speranza là dove regnano lo scoraggiamento e l’aridità spirituale.

Infatti, è accettando di vivere nella verità sotto lo sguardo di Gesù che possiamo essere autentici, che possiamo guardare alle nostre vite con lucidità. Esse sono certamente fragili, vulnerabili, destinate al passaggio della morte, ma sono anche meravigliose, miracolose, capaci di rinnovarsi nelle loro relazioni e di aprirsi al vero amore.

«Beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: “Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”» (Gv 7,37-38). Abbeverandoci alla fonte che è il cuore di Cristo, diventiamo noi stessi, come ha scritto Origene, pozzi, sorgenti e fiumi per gli altri (cfr. Omelia 12, 1, 2-3). Infatti, il credente che vi beve diventa a sua volta fonte di vita grazie al suo legame esistenziale con Cristo e comunica questa stessa vita al prossimo.

Cari fratelli e sorelle, l’acqua viva dello Spirito Santo si è riversata in abbondanza e continua a portare i suoi frutti nella Chiesa attraverso i missionari e i testimoni in tutte le culture e in tutti i popoli. Essa feconda tutto ciò che si lascia toccare e trasformare da essa per produrre il suo frutto, cioè la santità di coloro che adorano il vero Dio e servono i fratelli e le sorelle con carità generosa. In questo splendido Paese che è la Francia, molti si sono dissetati a quest’acqua viva nel corso dei secoli e hanno consacrato totalmente la propria vita al bene: i primi martiri come Blandina, Potino, Ireneo; i santi fondatori e le sante fondatrici di Ordini religiosi, i santi vescovi come Martino e Francesco di Sales; gli uomini e le donne dal cuore sensibile ai bisogni del prossimo come Vincenzo de’ Paoli, Federico Ozanam, Giovanna Jugan e tanti altri. Ancora oggi sono numerosissimi nella nostra società, nelle nostre parrocchie, nelle nostre diverse attività, coloro che continuano a impegnarsi a favore della vita, della famiglia, della verità, della pace, della fraternità, della giustizia.

Da questa bella città di Parigi, prego con fervore affinché l’acqua viva dello Spirito Santo si diffonda su tutta la Francia. Penso a voi, care famiglie, che nonostante le molteplici difficoltà che affrontate quotidianamente, perseverate coraggiosamente nella vostra missione. Vi ringrazio di tutto cuore per tutto il bene che si realizza attraverso di voi; e che la presenza concreta di Gesù non si esaurisca mai in voi! Penso a voi, cari giovani: voi siete la Chiesa di oggi! Com’è bello vedere il vostro entusiasmo, il vostro dinamismo, il vostro impegno e la gioia all’interno delle comunità cristiane. Penso anche a voi, cari catecumeni e neofiti, che intraprendete il cammino della fede, della conversione e dell’iniziazione cristiana. Il dono dello Spirito Santo faccia di voi dei testimoni, pronti a diffondere intorno a voi la civiltà dell’amore.

Fratelli e sorelle, rivolgiamoci alla Madre di Dio, Fonte di salvezza, colei che guida le nostre vite verso il suo Figlio, autore di ogni grazia. Con il suo “sì” libero e fiducioso è diventata lo scrigno, umile e voluto da Dio, in cui l’amore del Padre si è incarnato per donarsi al mondo. Invochiamola con fiducia, affinché, per sua intercessione, sorgenti di acqua viva sgorghino in seno al Popolo di Dio e facciano fiorire ovunque in Francia i germogli della fede, della speranza e della carità. Amen!

Viaggio Apostolico in Francia: Incontro con i membri dell’Assemblea Sinodale Provinciale, i Catecumeni e i Neofiti presso l’Istituto cattolico di Parigi (26 settembre 2026)

Sab, 26/09/2026 - 10:15

Eccellenze,
cari preti e persone consacrate,
cari membri dell’Assemblea sinodale,
cari catecumeni e neofiti, fratelli e sorelle,

sono lieto di incontrarvi e di potermi soffermare, nel contesto di questo Viaggio Apostolico, sul cammino che state portando avanti nell’Assemblea Ecclesiale Provinciale.

Ringrazio Sua Eccellenza Monsignor Laurent Ulrich, Arcivescovo di Parigi, che ha richiamato l’importanza storica e spirituale del luogo in cui ci troviamo, ricordando anche Frate Lorenzo della Risurrezione, che ha segnato molto il mio percorso di fede con la sua mistica del quotidiano. Ma soprattutto esprimo la mia gratitudine per l’Instrumentum Laboris che mi avete consegnato, espressione di un cammino ecclesiale in cui è stato coinvolto il Popolo di Dio, in uno stile di ascolto reciproco e di sinodalità.

Oggi ci accoglie l’Institut Catholique de Paris, un’istituzione situata al crocevia tra scienza e fede, che da secoli contribuisce a formare le menti e i cuori al servizio del Vangelo. Saluto i docenti, gli studenti, il personale di questa università, ma anche tutti i membri di questa Assemblea Provinciale, impegnati a riflettere sulle prospettive pastorali per l’accoglienza dei neofiti e dei catecumeni, nonché sulla vita della Chiesa.

Osservando da vicino il lavoro che state portando, ma soprattutto ascoltando le testimonianze di Josué, di Marielle e di Sophie, avverto anzitutto tanta gratitudine per l’imprevedibile opera di Dio. Come voi e insieme a voi sono stupito dal numero di persone che si riaffacciano sulle soglie della fede e da quanti adulti chiedono i sacramenti dell’iniziazione cristiana.

Può sembrare paradossale che questo fenomeno, per cui così tante persone riscoprono il Vangelo e abbracciano la fede, si collochi nel contesto di una società come quella francese, segnata da una cultura fortemente secolarizzata. La vostra esperienza e la vostra testimonianza, cari catecumeni e neofiti, sono il segno tangibile dell’opera della grazia di Dio, che va oltre le analisi statistiche e sociologiche. Questo fenomeno, che contraddice ogni atteggiamento disfattista e quello che Papa Francesco chiamava “pessimismo sterile” (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 84-86), deve essere accolto con spirito di responsabilità.

Siamo infatti chiamati a rivolgerci ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, riscoprendo lo stile proprio di Dio, fatto di vicinanza, compassione e tenerezza. Con tenerezza pastorale e carità fraterna, dobbiamo riconoscere, accogliere e custodire la piccola fiamma che lo Spirito Santo ha acceso nell’oscurità della notte, il piccolo seme che aspira a crescere anche in mezzo ai rovi.

Lo stupore di fronte a ciò che sta accadendo a tanti nostri fratelli e sorelle non deve chiuderci in una beata ingenuità; al contrario, dobbiamo impegnarci, cercare, porci delle domande e intraprendere azioni pastorali concrete. Questo è lo Spirito che anima la vostra Assemblea sinodale e, più in generale, il cammino della Chiesa in Francia: meravigliati dall’opera imprevedibile di Dio, che cosa dobbiamo fare e dove ci sospinge lo Spirito per accompagnare i catecumeni, i neofiti, i “ricomincianti”?

Anzitutto, mi piace richiamare un’espressione usata dall’Episcopato francese qualche anno fa, ed esortarvi a immaginare e incarnare una Chiesa in “stato di iniziazione”, che si prende cura del percorso dei catecumeni, dei neofiti e dei ricomincianti, offrendo loro, nel tempo, un accompagnamento solido e costante. L’iniziazione cristiana nel suo insieme è stata infatti al centro della sollecitudine dei Pastori sin dagli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Vi erano già allora numerose richieste e il fermento teologico e liturgico di quegli anni contribuì in larga misura al rinnovamento dei percorsi del catecumenato che si realizzò durante il Concilio Vaticano II.. Anche se oggi il contesto è diverso, voi potete riferirvi a questa tradizione pastorale ben radicata circa l’accompagnamento dei catecumeni. Non dimentichiamo, poi, che questa prassi già in atto è stata rinvigorita a partire dal 1996, anno in cui vedono la luce la Lettera ai cattolici di Francia e, al contempo, l’ultima edizione francese del Rito di Iniziazione Cristiana degli Adulti.

Cari fratelli e sorelle, essere “in stato di iniziazione” significa accogliere i nuovi cercatori di Dio scoprendovi un’opportunità e una missione: l’opportunità sta nel fatto che, grazie a loro, anche la comunità dei credenti rinnovi il proprio cammino di fede e sperimenti in modo nuovo la gioia del Vangelo. La missione, a tal proposito, consiste nel prendersi cura di loro e nel fungere da guida, anche dopo che hanno ricevuto i Sacramenti. Bisogna accogliere con gioia chi si presenta, partire dalla sua esperienza spirituale, rispettare la sua storia e favorire un annuncio essenziale del kerygma, anche attraverso le formule conosciute nel cammino personale o di comunità. Non dimentichiamo, però, che in molte di queste persone emerge poi la domanda che abbiamo ascoltato nella testimonianza di Marielle: come evitare il vuoto post-battesimale?

Occorre, dunque, accompagnare e integrare pienamente queste persone nelle nostre comunità e nelle nostre assemblee oranti dopo il Battesimo, offrendo loro uno spazio familiare e una formazione il più possibile integrale, capace di abbracciare i diversi aspetti della vita cristiana e favorire l’unificazione fra la loro fede e la loro vita. In neofiti, infatti, hanno bisogno di approfondire le fondamenta della fede cristiana, di essere adeguatamente formati dal punto di vista biblico e teologico, di scoprire sempre più la ricchezza della dottrina e le diverse dimensioni dell’agire morale cristiano connesso alla professione di fede.

Non da ultimo, essi hanno anche bisogno di essere iniziati e introdotti nella vita liturgica della Chiesa. Anche nelle testimonianze abbiamo ascoltato di come la celebrazione dei riti liturgici sia stata per alcuni una porta di ingresso al mistero stesso della fede. Si tratta di un ambito fondamentale della vita della Chiesa, che richiede un’attenzione pastorale radicata negli insegnamenti del Concilio Vaticano II.. La liturgia, in effetti, non può essere intesa come una realtà “successiva” alla catechesi, nella quale applicare quanto è stato appreso lungo il percorso. Al contrario, essa manifesta e attualizza il Mistero della Pasqua di Cristo e, pertanto, è un evento capace di dischiudere il senso della Buona Notizia e la vita stessa di Dio. Con i suoi ritmi, i suoi linguaggi e i suoi riti, la liturgia è parte del cammino stesso di conversione e di preparazione ai Sacramenti.

Per portare avanti questa missione è di fondamentale importanza il ruolo dei formatori. Come ci insegna l’antica tradizione della Chiesa, si tratta di preparare padrini e madrine, espressione della comunità, appositamente formati per iniziare i neofiti. Nel quadro di questa formazione, desidero raccomandare una conoscenza approfondita del Rito di Iniziazione Cristiana degli Adulti. Allo stesso tempo, è necessario che gli operatori pastorali siano formati – non solo sul piano biblico, teologico, liturgico e della vita spirituale, ma anche dal punto di vista delle qualità umane – per saper discernere e accompagnare coloro che hanno percorsi di vita più complessi e meno lineari. Lo abbiamo ascoltato poco fa: alcuni arrivano con una semplice sete spirituale, una ricerca di senso e un’attrazione nei confronti del Vangelo, mentre altri giungono segnati da esperienze dolorose, da situazioni di solitudine e difficoltà profonde. È qui che lo stile della vicinanza, della compassione e della tenerezza assume tutto il suo significato: occorre trovare un sapiente equilibrio per accoglierli, ascoltarli e, allo stesso tempo, incoraggiarli ad affrontare le impegnative sfide della fede. Si tratta di un cammino in cui è necessario rispettare il ritmo dell’altro, procedendo con gradualità, attenzione e in un accompagnamento fraterno. Si tratta di assumere lo stile del “camminare insieme”. Sui sentieri della fede cristiana ci si arricchisce a vicenda, si cresce insieme: preti e laici, padrini, madrine e catecumeni, animatori pastorali e neofiti.

Penso a ciò che accadde a uno dei catecumeni più famosi della storia, sant’Agostino. Fu introdotto alla fede da sant’Ambrogio e la sua fede era solo un piccolo seme quando fu battezzato. Ma quel seme è cresciuto e si è moltiplicato, diventando un albero così grande che, sotto la sua chioma, ancora oggi possiamo trovare conforto.

Guardando voi, cari catecumeni e neofiti, non vedo solo il frutto dello Spirito che vi ha messo in cammino, ma anche una promessa di fecondità per la Chiesa in Francia. A vostra volta, siate missionari del Vangelo in questa società!

Che i grandi testimoni di questa terra amata vi sostengano nel vostro percorso. Penso a Santa Teresa di Gesù Bambino che, con la sua “piccola via”, ci insegna come la fiducia apra le porte della grazia; penso a San Martino di Tours, figura emblematica della condivisione e della carità fraterna. Insieme a tanti altri santi e sante provenienti da questa terra di Francia, essi ci ricordano che la missione si costruisce oggi, preservando innanzitutto la presenza del Signore nella vita quotidiana.

Accogliendovi gli uni gli altri, possiate formare tutti insieme il popolo vivente della Chiesa in Francia, capace di trasmettere la fede. Invocando la protezione materna della Vergine Maria, Patrona principale della Francia, e l’intercessione di Santa Genoveffa e di San Denis, protettori di questa città, vi imparto di tutto cuore la mia benedizione.

Grazie e buon cammino!

Viaggio Apostolico in Francia: Visita al Centro di accompagnamento e integrazione sociale <i>Maison Bakhita</i> (26 settembre 2026)

Sab, 26/09/2026 - 09:00

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Sono contento di iniziare con voi questa seconda giornata a Parigi, in una casa che testimonia a tutta la città che è possibile incontrarsi e vivere insieme nella dignità e nella pace. Ringrazio l’Arcidiocesi di Parigi, le Suore scalabriniane e tutti gli operatori e i volontari che fanno vivere questo luogo e sono a servizio di chi vi trova accoglienza, ascolto, formazione e amicizia. Rivolgo un “grazie” particolare a coloro che hanno condiviso la loro testimonianza.

Il nome del vostro Centro di accompagnamento e integrazione sociale, che fa riferimento a Santa Bakhita, ci stimola a riconoscere il ruolo fondamentale delle donne nella costruzione di una civiltà dell’amore, alternativa alla cultura che disgrega le comunità e rende malate di solitudine le città. La storia della Chiesa e dell’umanità, a ben vedere, non è scritta da chi sembra vincere, imponendosi e occupando lo spazio, ma da chi “fa spazio”, avvia processi di pace, genera fiducia e incoraggia alla vita. Non si tratta di semplici sentimenti, ma di decisioni e investimenti controcorrente, di cui comprendiamo sempre meglio rilievo pubblico e la promessa di futuro. Santa Bakhita ci impegna a vedere chi non è visto, a riscattare chi oggi l’economia e la cultura rendono schiavo, a onorare la dignità infinita di ogni fratello e sorella, nei quali Gesù stesso bussa alla nostra porta.

Carissimi, «la realtà è che i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo. Infatti, non è sufficiente limitarsi in modo generale a enunciare la dottrina dell’incarnazione di Dio; per entrare davvero in questo mistero, invece, bisogna specificare che il Signore si fa carne che ha fame, che ha sete, che è malata, carcerata» (Esort. ap. Dilexi te, 110). Il Cristo povero e crocifisso si lascia incontrare e amare in uomini e donne che ci chiamano a uscire da noi stessi e a osare la carità.

Sorelle e fratelli, l’intuizione più importante che ispira il vostro impegno riguarda lo scambio di doni che in ogni incontro si rinnova. Nessuno è così povero da non avere qualcosa da dare; nessuno è così ricco da non avere qualcosa da ricevere. C’è vita in abbondanza dove il limite di ciascuno si apre alla misteriosa presenza degli altri, nei quali è l’Altro per eccellenza, il Dio della vita, a farsi vicino. Questo non nega la fatica che il peccato ha introdotto nella storia, ma ci aiuta a non restarne prigionieri. Noi annunciamo che la redenzione è possibile, è iniziata, è in corso e ci coinvolge, come membra vive del Corpo di Cristo.

E non dimentichiamo che «non può l'occhio dire alla mano: "Non ho bisogno di te"; oppure la testa ai piedi: "Non ho bisogno di voi". Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie» (1Cor 12,21-22). Sono parole di San Paolo ai cristiani di Corinto, una delle più ricche e dinamiche metropoli del suo tempo. Là il Vangelo era stato accolto da persone di diversa provenienza ed estrazione sociale, fra cui molti poveri e schiavi (cfr 1Cor 1,26-29), come alcuni di voi oggi. «Ma Dio – scrive ancora l’Apostolo – ha disposto il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha, perché nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre» (1Cor 12,24-25). 

Vi ringrazio, dunque, del vostro lavoro, insieme a tutte le persone che, nella Francia intera, svolgono questo servizio in istituzioni simili. Continuate a testimoniare quella cura gli uni degli altri che, attraverso l’accoglienza fraterna, i percorsi formativi, il dialogo con la città, eleva lo spirito e umanizza il mondo. Intercedano per voi Santa Bakhita e i grandi testimoni della carità che hanno modellato la presenza della Chiesa in Francia, specialmente nelle epoche di travagliato cambiamento. Grazie! Il Signore vi benedica.

Viaggio Apostolico in Francia: Veglia di preghiera con i Giovani nello “Stade de France” di Saint-Denis (25 settembre 2026)

Ven, 25/09/2026 - 21:00

Dialogo del Santo Padre

Meditazione del Santo Padre

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Dialogo del Santo Padre
 

Domanda di Chloé

Santo Padre, La ringraziamo per la Sua presenza tra noi questa sera e per questo momento di dialogo che ci offre.

Mi chiamo Chloé, ho 25 anni e sto completando gli studi in farmacologia. Sono impegnata in un gruppo di giovani cattolici dei quartieri popolari dell’Île-de-France: La Cité Céleste. Organizziamo in particolare eventi occasionali come notti di adorazione e di lode, che riuniscono numerosi giovani del quartiere desiderosi di vivere e condividere ampiamente la loro fede. Sono impegnata anche nella mia parrocchia, in particolare con i giovani delle scuole superiori. Attraverso questi diversi impegni, mi sta a cuore mettere la mia energia e le mie competenze al servizio degli altri, creando un legame tra la fede, i giovani e le realtà vissute quotidianamente nei nostri quartieri.

Come dice san Paolo, «per noi, vivere è Cristo». Tuttavia, la società in cui viviamo si fonda su altri principi e a volte sembra addirittura estranea alla questione di Dio. Desideriamo annunciare Cristo a chi ci circonda con forza e perseveranza, ma anche, naturalmente, con rispetto e delicatezza nei confronti di coloro che incontriamo. Come possiamo coniugare la forza del nostro slancio missionario con l’autenticità di una vita fraterna con coloro che non condividono la nostra fede?

 

Cari amici, la prima cosa che vorrei dirvi è molto semplice: grazie! Grazie a Dio, grazie a voi! Grazie per il vostro coraggio, grazie per la vostra presenza, grazie per la vostra fede. Voi siete i santi di Francia!

E grazie Chloé per la tua domanda. La frase di San Paolo che hai citato, cara non è una semplice affermazione. È una vera e propria sintesi della sua vita. In poche ma decisive parole egli pronuncia una preghiera di lode, un atto di fede e indica un cammino di santità fino al martirio. «Per me, vivere è Cristo» (cfr Fil 1,21): mentre ripetiamo questa dichiarazione d’amore, cerchiamo di condividere l’esperienza dell’Apostolo. Egli, infatti, ci testimonia che Dio non è mai estraneo alla sua vita, ma anzi gli si fa incontro: lo chiama a sé, lo trasforma interiormente, lo invia nel mondo.

In questa dinamica spirituale siamo coinvolti tutti noi, anche oggi: è vero, come tu hai detto, che la società in cui viviamo sembra essere indifferente a Dio. Ma il Signore non è indifferente verso di noi! Ecco ciò che conta e ci dà sempre speranza. Che molti siano estranei alla questione di Dio è, in effetti, un problema; ma lo è altrettanto che molti siano estranei alla questione dell’uomo. Quante persone purtroppo si disinteressano del prossimo, vivendo in modo egoistico, oppure offendono i poveri, sprecando beni in cose vane. Quanti scartano l’innocente e il malato, pensando che ciascuno valga per ciò che produce. Penso in particolare al tuo impegno nei quartieri popolari dell’Île-de-France con “La Cité Céleste”: è lì, nella concretezza della vita quotidiana, e talvolta delle difficoltà, che la tua fede diventa una testimonianza vibrante di speranza.

È l’uomo che si perde, dicendo che Dio è morto: se Dio non è con lui, l’uomo non ha più salvezza e smarrisce il senso dell’esistenza, che si riduce a un vicolo cieco o al nulla. Sperimenta invece l’esatto contrario chi dice: “per me, vivere è Cristo”. In Cristo, infatti, noi sappiamo che Dio non è mai indifferente all’uomo! Mediante Gesù, crocifisso e risorto, Egli dà la sua stessa vita, affinché noi viviamo. Ecco allora il modo di annunciare Cristo che unisce coraggio e rispetto: annunciarlo come Vangelo di salvezza, come parola di verità e di vita. Questo Vangelo è buona notizia per tutti, annuncio liberante e regola di vita nuova.

Il Vangelo di Gesù, infatti, non porta al conflitto, ma invita sempre al perdono: mentre illumina il dramma della storia, ci educa alla cura fraterna. L’incontro con Cristo apre al dialogo e prepara alla pace, perché offre a ogni uomo e ogni donna la promessa più grande, che compie ogni desiderio: la promessa della vita eterna.

Cara Chloé, cari giovani, l’esperienza religiosa di ogni persona esprime questa ricerca di senso che ispira l’anima umana. In Gesù, il Redentore del mondo, Dio si fa trovare parlando «agli uomini come ad amici» (Cost. dogm. Dei Verbum, 2): Egli è la fonte d’acqua viva, la luce nelle tenebre. Nella gioia della fede, dunque, esclamiamo insieme questa sera: per noi, vivere è Cristo! Insieme: per noi vivere è Cristo!

Grazie a Lui possiamo unire lo slancio missionario con l’esperienza di fraternità verso coloro che non credono o che appartengono ad altre tradizioni religiose. Questa fraternità, fatta di ascolto e di stima reciproca, trova le sue radici nell’unità della famiglia umana, che lungo la storia ha espresso la dimensione religiosa come caratteristica vitale di ogni popolo. 

Coltivare un legame fraterno con coloro che non condividono la nostra fede contribuisce dunque alla costruzione della società; inoltre può diventare un esercizio di fede e di carità, perché è impossibile testimoniare Cristo senza amare coloro ai quali vogliamo annunciarlo. Un segno incoraggiante di questa fraternità sono gli incontri tra giovani dell’area mediterranea che sono avvenuti in questi ultimi anni.

Il messaggio cristiano non è quindi un ostacolo alla convivenza fraterna, anzi, la promuove, perché invita liberamente ciascuno ad ascoltare una notizia di pace e di salvezza. Allo stesso modo, la nostra missione non è in contraddizione con il rispetto di altre religioni, perché la Chiesa non rifiuta nulla di quanto in esse si trova di vero e di santo (cfr Dich. Nostra aetate, 2). Grazie!

 

Domanda di François

Santo Padre, grazie per essere venuto a rafforzarci nella fede e nel nostro desiderio di testimoniare il Vangelo!

Mi chiamo François Bigot, sono cresciuto nella campagna della Borgogna e attualmente sono studente di agronomia alla UniLaSalle. Mi piace dedicare il mio tempo alla bellezza della liturgia, sono impegnato al servizio della mia diocesi attraverso il pellegrinaggio in mountain bike di Nevers e per la preparazione di un nuovo pellegrinaggio borgognone. Sono anche capo scout e impegnato nella pastorale universitaria della mia scuola.

Al servizio dei più fragili, al servizio della pace nel nostro Paese e nel mondo, al servizio della Chiesa di Cristo, noi giovani vogliamo impegnarci! Tuttavia, spesso è difficile capire come orientare la propria vita per donarsi senza riserve, con fedeltà, senza per questo disperdersi o perdere coraggio, tanto il compito a volte sembra smisurato. L’ansia e l’incertezza spesso rendono fragile l’entusiasmo della nostra giovinezza. Santo Padre, come discernere dove il Signore ci aspetta per servire e offrire la nostra vita?

 

Ci sono molti scout qui? Ah, molto bene! Benvenuti!

Anzitutto vi ringrazio molto per il vostro impegno. Per me è una grande gioia vedervi così numerosi, animati dalla volontà di mettervi a servizio della pace, che ci fa crescere come uomini e donne, trasformando le paure in speranza e le lamentele in responsabilità. Oggi questo grande missione è più urgente che mai, perché ci invita a navigare con discernimento nel cuore delle attuali trasformazioni tecnologiche e digitali, senza sminuire la nostra umanità. In particolare, quando ci dedichiamo alla tutela dei più piccoli e dei più deboli, riconosciamo la nostra stessa debolezza, nella quale tutti ci ritroviamo. Questa fragilità propria della vita umana non ci spaventa, ma ci unisce in quanto creature che si scoprono fratelli e sorelle in Cristo. È Lui il primo a donarsi a noi, e il segno vivente di questa grazia è l’Eucaristia, «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» (Lumen gentium, 11). Da questo sacramento, che sostiene la nostra fede, noi traiamo la forza di donarci, a nostra volta, al prossimo, imitando la gratuità del Signore Gesù. La ricerca della giustizia e della pace ci obbliga a prendere atto dei conflitti che noi stessi viviamo e a purificare il nostro cuore. Impegnandoci al servizio di Dio e degli altri, le nostre ferite trovano allora consolazione e redenzione.

Non esiste fallimento dal quale Dio non possa sollevarci: la sua misericordia è la nostra gioia. Eppure, voi avete parlato dell’ansia e dell’incertezza come ostacoli al vostro entusiasmo. Sono stati d’animo molto diffusi, a causa della precarietà dei progetti sul futuro, della provvisorietà degli affetti e della fragilità delle relazioni. A questi sentimenti se ne aggiungono altri, che gravano sulla vostra generazione, come ad esempio l’affaticamento da schermo e l’ansia di fronte ai cambiamenti climatici o alla situazione economica e internazionale. Sì, bisogna prestare un orecchio attento a questi sentimenti. Invito tutti voi, cari giovani, a mantenere il cuore aperto di fronte alle sofferenze dei vostri compagni.  Allo stesso tempo, l’esperienza della fragilità, di ogni fragilità, diventa per un discepolo di Cristo un’occasione di testimonianza. Chi segue Gesù sulla via del servizio umile e gratuito viene liberato dall’angoscia e ritrova un nuovo entusiasmo, sperimentando la gioia e la pace interiori: sentimenti non passeggeri o soggettivi, ma radicati nella certezza della fede di cui rendiamo testimonianza insieme come Chiesa.

Sì, insieme noi formiamo la Chiesa: fragile e santa, come vasi di creta che custodiscono un tesoro (cfr 2Cor 4,7). È di nuovo san Paolo a ricordarci che proprio nella debolezza, noi siamo forti (cfr 2Cor 12,10). Soprattutto nei momenti di difficoltà Dio sostiene la nostra libertà e ci incoraggia con la sua grazia. Egli ha voluto vivere da uomo, affinché noi potessimo vivere con Lui, per sempre, come testimoni gioiosi della speranza.

Cari amici, è in questa amicizia con Gesù che si realizza il nostro discernimento, una riflessione che si fa invocando lo Spirito Santo. Si tratta di un esercizio costante per camminare in modo ordinato e sicuro.

Come discernere bene? In primo luogo, ricordate che la parola del Signore è sempre lampada ai nostri passi (cfr Sal 119,105). Alla luce del Vangelo, la formazione spirituale passa attraverso la preghiera e il servizio, l’adorazione e l’azione, il silenzio – quel silenzio così raro e così necessario, lontano dal frastuono mediatico – e l’annuncio.

Poi, guardate all’esempio dei santi: anche nella persecuzione, questi nostri fratelli e sorelle hanno aperto strade di pace. Guardate a sacerdoti appassionati di Cristo, come sant’Eugène de Mazenod e san Jean-Marie Vianney; guardate alla mistica bellezza di santa Thérese de Lisieux; alla beata Pauline Jaricot, fervente nella carità e nella missione; al coraggio dei cinquanta martiri dell’apostolato, al tempo della Seconda Guerra Mondiale, che hanno servito i loro fratelli fino al sacrificio della vita. Questi santi hanno cambiato la storia, facendo passare molti dalla sofferenza alla speranza, perché hanno cambiato anzitutto il proprio cuore, trasformandolo alla luce della fede.

Cari giovani, mentre ricercate la vostra vocazione, siate certi che il Signore non vi parla in modo confuso, ma si rivolge a ciascuno chiamandovi per nome, e vi invita seguirlo perché vi ama. Accogliendo il suo Vangelo con mente limpida e cuore puro, allora comprenderete come Gesù vi chiama a servire. Si tratta sempre di un dono di vita: pieno, fedele, colmo d’amore. Per vincere l’ansia e l’incertezza, abbiate il coraggio di dire una sola parola, semplice e bellissima: grazie. Grazie, Gesù, per il tuo amore.

Ecco perché adesso, senza timore ma con fiducia e pieni di gioia, possiamo già dire tutti, tutti insieme, sulle orme dei santi: Eccomi, Signore!

Tutti insieme: Eccomi, Signore!

E mi rivolgo a quelli tra voi – e sono numerosi qui stasera – che sentono la chiamata a seguire Gesù sulla via più stretta del sacerdozio o della vita consacrata. Cari amici, la Chiesa in Francia ha tanto bisogno di voi! Prega per voi, vi aspetta. Cari amici, non abbiate paura di questa chiamata! Abbiate coraggio, abbiate fiducia in Gesù che vuole fare di voi i suoi amici più vicini: Egli non vi deluderà e sarà sempre al vostro fianco; la vostra vita sarà meravigliosamente bella e feconda.

Per concludere, possiamo riprendere questa preghiera che ci ha consegnato san Giovanni Paolo II: «Maestro, tu che ami e rispetti la persona umana, tu che hai condiviso la sofferenza dell'uomo, tu che rischiari il mistero dell'umana esistenza, facci scoprire il senso vero della nostra vita e della nostra vocazione!» (Omelia alla XII Giornata Mondiale della Gioventù, Parigi, 24 agosto 1997). Merci!

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Meditazione del Santo Padre

Nella notte, la luce ci appare ancora più eclatante. È così, cari giovani, che abbiamo ascoltato insieme dalle parole di san Paolo. Vogliamo tenerle alte, come fiaccola che rischiara non solo la preghiera di ciascuno, ma tutta la storia della Chiesa. L’Apostolo osserva il suo tempo e accoglie l’ispirazione divina, cioè lo Spirito Santo, che apre sempre prospettive luminose di futuro. Sì, Dio è Signore della storia e, qualsiasi cosa avvenga, la conduce verso la salvezza: in Cristo ogni male ha una fine, proprio perché la fine diventa inizio di vita nuova ed eterna.

Carissimi, per illuminare la nostra epoca e trasformare il presente alla luce dello Spirito, ricordiamoci anzitutto che anche noi, come Timoteo, siamo uomini e donne di Dio. Questa espressione – di Dio – scelta da san Paolo, significa un legame, non un possesso. Chi vive con Dio è libero: libero da tutto ciò che oscura la vita, rendendola vuota e senza senso. Giovani di Francia, portate nel vostro cuore un immenso desiderio di libertà, parola che risuona con forza nella vostra cultura. Qual è dunque la fonte della vera libertà? Gesù ce lo indica chiaramente quando ci dice che è la verità che ci renderà liberi (cfr Gv 8,32); e che la Verità è Lui stesso (cfr Gv 14,6). Ecco, quindi, la fonte della vera libertà: il rapporto vivente con Gesù.

La compagnia del Signore, infatti, dà saggezza ai nostri progetti e bellezza ai desideri che portiamo nel cuore. Dio attraversa come luce la nostra anima, chiamandoci a un rinnovamento permanente, a una conversione che dona pieno senso all’esistenza, perché ci fa attori di una storia che passa dalla confusione alla ricerca della verità, dall’indifferenza all’impegno per la giustizia. San Paolo lo dice con tre verbi, che fanno appello alla nostra libertà: evita, tendi, combatti.

L’Apostolo scrive a Timoteo: anzitutto, «evita queste cose», cioè orgoglio, vanità, violenza, avidità (cfr 1Tm 6,4.10). Sono tutti sentimenti che ci afferrano e possiedono. L’egoismo che li caratterizza nasconde una spaventosa solitudine. Per gustare la vicinanza di Dio e la fraternità umana occorre dunque respingere quella bramosia che consuma le relazioni senza donare, che si riempie di cose senza nutrirci. Un tale stile di vita spinge ad avere tutto, ma a non essere nessuno; a ricevere una quantità di like, ma restando soli con sé stessi.

Quando decidiamo di non seguire questo stile, allora iniziamo a tendere «alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza» (v. 11). Sì, chi vive con Dio tende verso il meglio: è in allenamento costante. Il suo desiderio cerca la virtù, cioè la forza che lo rende buono e vero. Cari amici, la dinamica che caratterizza l’esistenza cristiana porta un nome preciso: si chiama cammino di santità. È il cammino che il Signore apre davanti a ciascuno di noi, accompagnandoci lungo la via. E quanti figli e figlie di questa amata terra di Francia si sono lasciati condurre su questa via! Pensiamo, ad esempio, al beato Marcel Callo, un giovane francese, scout e operaio che nell’oscurità del campo di concentramento non ha mai smesso di tendere al bene, rimanendo interiormente libero.

Man mano che avanziamo in questo cammino di santità, diventa chiaro che non basta evitare il male: bisogna scegliere il bene. Non si tratta di un principio astratto, né di un’affermazione ovvia: scegliere il bene è l’azione propria della libertà, compiendo la quale essa stessa si avvera, si corregge e matura. Per fare la scelta buona, ricordate questo criterio: il bene dà la vita, non la toglie mai; il bene si prende cura, non prende per sé. Il bene non è un bel concetto, ma il volto raggiante dell’amore: è Dio in persona! Le virtù che san Paolo ci indica come riflessi della sua bontà sono queste: la giustizia verso l’umanità; la pietà e la fede verso Dio; la carità con tutti; la pazienza verso chi ci fa soffrire; la mitezza che contraddistingue chi cerca la pace con animo puro. I principi di uguaglianza e fratellanza che ispirano la vostra società trovano qui il loro fondamento: più che semplici prescrizioni legali, sono le scelte radicali e coraggiose di un cuore libero. Fare nostre queste qualità non è solo un impegno etico: è la scelta di diventare uomini e donne autentici, liberi da compromessi.

A questo proposito, l’Apostolo ci consegna un terzo verbo: combattere. Infatti, evitare il male e tendere al bene implica combattere. Combattere, sì, come fece San Paolo, rappresentato spesso con una spada nelle mani, segno della Parola di Dio, «spada dello Spirito» (Ef 6,17). Questo verbo risuona con forza qui in Francia, terra di Santa Giovanna d’Arco, una giovane che ha saputo combattere con audacia. Ma attenzione, il verbo come anche l’immagine ci sono ormai chiari: la lotta alla quale siamo chiamati è quella della fede, cioè l’impegno a vivere secondo il Vangelo, come discepoli di Gesù, il Figlio di Dio che fa di noi tutti fratelli e sorelle. È nel suo nome che abbiamo la forza dei giusti, per resistere alla tentazione. È nel suo nome che abbiamo la perseveranza dei miti, per dedicarci al bene. Il nostro combattimento non è una lotta contro gli altri, non ricorre alle armi della violenza, del disprezzo o dell’oppressione. La nostra unica arma è quella dell’amore che si dona. Sappiamo, purtroppo, che ci sono forze contrarie al nostro legame con Dio, potenze che mirano a dividere persone e popoli, contrapponendoli tra loro. Questi mali hanno non solamente un volto violento, ma talvolta anche un’apparenza insidiosa, perché promettono proprio quello che ci tolgono, ossia la felicità. Quando ci sentiamo avvolti nella loro oscurità, però, la luce dello Spirito Santo ci illumina e ci conforta: stasera, dunque, scegliamo insieme le virtù che dobbiamo coltivare per seguire il Signore.

Non siamo soli in questo cammino di santità, perché lo percorriamo uniti a tutti i nostri fratelli e sorelle che ci circondano. Ne fate del resto esperienza questa sera e durante i grandi raduni come le Giornate Mondiali della Gioventù. Abbiamo inoltre come alleati i santi: sono amici che ci sostengono nella prova. Carissimi, quando le scelte della vita richiedono coraggio, sollecitate la loro intercessione e imitate il loro esempio: come abbiamo cantato nelle litanie, l’incoraggiamento dei santi ci assicura che non siamo mai soli nella preghiera, mai siamo soli nella Chiesa. Specialmente in questo tempo, chiediamo allora il loro aiuto per essere artigiani di pace: eterno desiderio di Dio e impegno costante dell’umanità! Stasera ho citato alcuni di loro. Chiediamo anche a Santa Teresa del Bambino Gesù di insegnarci la sua “piccola via” dell’amore quotidiano, solido fondamento di ogni pace duratura.

Questa pace, il Signore la realizza nell’Alleanza che stringe con noi tutti per la mediazione di Gesù, il Cristo. Perciò, indicando il fondamento della nostra esperienza di fede, san Paolo parla non solo di quello che noi possiamo fare rispondendo a Dio, ma anche di ciò che Dio fa per noi. L’Apostolo lo riassume in un episodio: Gesù davanti a Pilato, la verità dell’amore davanti all’ipocrisia del potere. La «buona battaglia» coincide allora con la «bella testimonianza» (cfr 1Tm 6,12-13). Lo dimostra l’uso di un identico aggettivo: kalos, che qui significa ben fatto. L’opera ben fatta, quella che è buona, è la redenzione che Gesù compie per noi. Nel suo combattimento contro il peccato e la morte, la vittoria di Cristo ci libera tutti: da ogni male ci salva, a ogni bene ci invita.

In questa luce, guardiamo le due reliquie portate davanti a noi: la tunica e la croce. L’una è quel che a Cristo è stato tolto; l’altra quel che a Cristo è stato donato. In tal senso, sono entrambi segni della sua passione: Gesù è spogliato della sua tunica per rivestire noi con la veste bianca, lavata «nel sangue dell’Agnello» (Ap 7,14). È così che la croce, da strumento di morte, diventa segno di speranza: insieme, perciò, la tunica e la croce rappresentano noi, noi Chiesa che nasce dalla vita di Dio donata al mondo. Cari giovani, per crescere in santità e cambiare in meglio la nostra società, siate luminosi testimoni di questo Vangelo, cioè della buona notizia che è Cristo stesso, il nostro Salvatore: «A Lui onore e potenza per sempre. Amen» (1Tm 6,16).

Viaggio Apostolico in Francia: Celebrazione dei Vespri con i Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi, i Consacrati, le Consacrate e i Seminaristi (Cattedrale di Notre-Dame de Paris, 25 settembre 2026)

Ven, 25/09/2026 - 17:15

Cari fratelli e sorelle,

la preghiera della sera ci ha raccolti nel luogo che da secoli, più di ogni altro, invita Parigi a levare lo sguardo al cielo. Sono passati sette anni da quando il mondo intero, col fiato sospeso, ha osservato la cattedrale avvolta da un incendio spaventoso. Anche allora abbiamo sollevato lo sguardo, sconcertati, riconoscendo l’umana insufficienza di fronte all’imponderabile. Quel dolore non fu dei soli cattolici, né dei soli credenti. Ci accorgemmo, in quell’ora drammatica, che Notre-Dame è più di un monumento. La corale partecipazione alla ricostruzione e ora lo splendore del risultato rivelano che qui batte il cuore di un popolo, che ci troviamo al centro vitale di una civiltà, che si abbracciano passato e futuro, che si incontrano cielo e terra.

Ho desiderato incontrarvi in questo luogo-simbolo della Chiesa in Francia. È stata per me una gioia varcarne la soglia, poco fa, come avviene ogni giorno a migliaia di fratelli e sorelle che giungono qui da tutto il mondo. Il semplice fatto di entrare, ci pone di fronte a una bellezza che parla al nostro cuore inquieto e lo chiama alla pace. Nel restituire questo spazio all’intera umanità, è stato giustamente inteso quanto ogni visitatore possa lasciarsi rigenerare da ciò che vede, ascolta e prova. Le Istituzioni – pubbliche, ecclesiali e private – coinvolte nel restauro di Notre-Dame, col loro specifico contributo, hanno così concorso a riattivare i percorsi culturali, esistenziali e spirituali che la Cattedrale dischiude. In questo contesto, la Chiesa ha interpretato il proprio compito in termini non solo di conservazione, ma anche di creatività, facendo vivere la tradizione con l’audacia di chi ha fede ed è rivolto alla Speranza. Di questo desidero ringraziare l’Arcivescovo, i suoi collaboratori e la comunità diocesana di Parigi, che hanno anche immaginato un percorso pastorale di primo annuncio e di iniziazione cristiana alla portata di tutti. Ne è segno il fonte battesimale, che si incontra all’ingresso come benedizione ed invito.

La ricostruzione della Cattedrale è stata l’occasione di un incontro che ha dilatato gli spazi dell’accoglienza e della partecipazione al di là dei confini dell’appartenenza ecclesiale. Cari vescovi, presbiteri, diaconi, persone consacrate, seminaristi di Francia: lasciatevi ispirare da quanto è avvenuto qui! Anteponete a tutto l’Evangelii gaudium, ossia quella conversione missionaria che Papa Francesco ci ha testimoniato sin dalla sua prima Esortazione Apostolica.

Dalla Lettera ai Galati abbiamo ascoltato la ragione per cui non dobbiamo temere: «Dio mandò il suo Figlio» (Gal 4,4). Lo mandò fra noi, in questo nostro mondo! Nel testo paolino il verbo descrive un avvenimento reale, storico, non circostanze ideali. I cristiani non rifuggono la complessità, perché Dio stesso li ha chiamati a seguire suo Figlio in un mondo già abitato, già in movimento, già segnato dalle miserie e dalla bontà degli esseri umani. Il cammino della Croce rivela, certo, le oscurità che attraversano il mondo, ma più radicalmente l’amore di Dio vittorioso della morte.

La pianta a croce della cattedrale, dove pietra e luce si fondono, evoca l'incontro tra la terra e il cielo. Essa raccoglie e ordina gli eventi della storia, intessuta di gioie e sofferenze umane. Le tiene insieme in una dinamica simbolica, che delle diverse espressioni fa una lingua viva, componendole in unità.

Cari amici, dall’Incarnazione – «Dio mandò il suo Figlio» – discende l’identità della Chiesa, chiamata ad essere sempre “in uscita”. Come discepoli di Cristo, voi sapete bene che la comunità cristiana non si costituisce come enclave in cui ritrarsi per difendersi dal proprio tempo. Si offre, al contrario, come le antiche cattedrali, quale spazio di accoglienza, di rispetto, di rivelazione e di senso per tutti. Qui sta la forza di una Chiesa viva: accogliere la periferia che si trova già nel suo cuore, il lontano che in realtà è già vicino, l’estraneo nel quale Cristo già sta bussando alla porta.

Se Notre-Dame è il segno di tale incontro nel centro di Parigi, a maggior ragione le altre città e regioni di Francia, anche le più periferiche e rurali, saranno trasfigurate da una presenza missionaria semplice e benevola, che aiuti anche la composizione delle differenze culturali e la guarigione delle ferite presenti nelle nostre società. Dalle coste del nord fino al Mediterraneo, dalle aree interne ai dipartimenti d’oltremare, siate una Chiesa viva, multiforme e vicina. La povertà di mezzi non impedisce la missione, poiché è la grazia di Dio a facilitare la libertà interiore e la sobrietà della vita, così da riflettere uno stile evangelico. In tutto ciò, valorizzate con fiducia la presenza missionaria dei fedeli laici, che sono l’avamposto vivente della Chiesa nei crocevia del mondo quotidiano.

D’altro canto, fratelli e sorelle, non dobbiamo dimenticare che la finalità per cui questo Tempio, come ogni altra chiesa, è stato innalzato è la preghiera e la lode di Dio. Esso è il luogo dove la Comunità cristiana celebra la forma più alta di preghiera e di lode, rinnovando nell’Eucaristia il Sacrificio redentore di Cristo. La Cattedrale non è un involucro di pietra da ammirare: vive nel mistero sacro che vi si celebra. Svuotata dell’azione liturgica, perderebbe la sua anima. Qui, in Notre-Dame, questa verità è posta in evidenza dalla collocazione dell’altare al centro dello spazio: la comunità che loda il Signore sta, così, al cuore dell’edificio, e i visitatori, anche durante le celebrazioni, le camminano intorno e osservano. La Chiesa vi appare per ciò che è: un organismo vivo, una comunità credente che raccoglie nella lode quanto la cultura e la Tradizione le consegnano, un corpo che, proprio celebrando, narra a chiunque la ragione per cui esiste.

Oggi più che mai facciamo i conti con un tempo che appare senza pienezza, senza profondità, senza promesse. La nobile semplicità del canto, della parola, del gesto liturgico possono rappresentare per molti uno squarcio, un’oasi di pace in una società iperconnessa e rumorosa, dove si può sperimentare la presenza dell’Autore del più grande amore: «Quando venne la pienezza del tempo. Dio mandò il suo Figlio» (Gal 4,4). La celebrazione dell’anno liturgico, della domenica e delle feste ci rendono anche contemporanei di Cristo, attenti ai diversi momenti della sua vita tutta donata al Padre per il mondo. Così, diventiamo anche più sensibili e aperti ai segni dei tempi. L’ascolto comunitario delle Scritture e la preghiera ci abilitano, in effetti, a vedere le vicende storiche sotto la luce di Dio, rendendoci più consapevoli delle nostre responsabilità, a smascherare i rapporti di potere ingiusti e a custodire i germogli di giustizia e di pace. E’ la speranza, allora, a muoverci e non la rassegnazione. Ed è da lì che sorgono legami di maggiore fraternità, reti di solidarietà, frutto della comunione all’unico Sacrificio di Cristo.

A voi che celebrate quotidianamente l’Eucaristia, chiedo di avere cura che le celebrazioni liturgiche siano sempre vissute con dignità e decoro, anche laddove si radunano comunità più piccole. Siate eredi consapevoli dei Padri e dei Santi della Chiesa che lungo tutti i secoli ci hanno trasmesso il significato profondo e la bellezza della liturgia, testimoniando sempre una grande umiltà davanti al Mistero celebrato. Il Concilio Vaticano II, la cui ricchezza deve molto alla Francia, ha raccolto e approfondito in maniera eminente tale eredità, riconoscendone la centralità nella vita ecclesiale (cfr Sacrosanctum Concilium, 10). Vi esorto, pertanto, tutti, vescovi, presbiteri, diaconi, persone consacrate, a coltivare un autentico amore per la liturgia e ad essere testimoni e servitori della vocazione profetica, sacerdotale e regale dell’intero popolo di Dio.

La liturgia rimane in questo uno specchio della vita. La gioia eucaristica si afferma e si diffonde dove l’armonia è ritrovata, dove la dignità rinasce, dove l’autorità si fa servizio, dove la libertà si rimette in cammino. È il dono più grande che possiamo condividere. Mettete dunque al di sopra delle vostre personali sensibilità la comunione col successore di Pietro e con la Chiesa, per coltivare l’unità del popolo di Dio. Insieme, saremo la profezia che un mondo riconciliato è possibile.

Cari vescovi, presbiteri, seminaristi e consacrati, che siete stati chiamati a seguire Cristo; vi ringrazio per la vostra risposta e fedeltà al Signore. Non trascurate mai quell’amicizia voluta dal Signore che va coltivata nella preghiera personale, fondamento essenziale di ogni vocazione. Come diceva Madeleine Delbrêl : «Senza la preghiera, non ameremmo il Dio dell’amore. Potremmo essere suoi servi, suoi combattenti, o addirittura suoi discepoli; ma non saremmo né i figli amorevoli del nostro Padre, né gli amici […] di Gesù Cristo» (Notre vie, tome XV des Œuvres complètes, Nouvelle cité, 2017, p. 41). Custodite perciò la vostra vita interiore con il Signore alla scuola dei tanti santi che vi hanno preceduti, attingendo sempre alla fonte dell’amore infinito di Dio nell’orazione silenziosa. La vostra missione parte innanzitutto da questo rapporto intimo con il Signore, che vi aspetta lì.

Nel cuore della città, la Cattedrale aperta è il segno di una comunità che dà lode al Signore e che vive l’ospitalità non come gesto occasionale, ma come la forma stessa della propria esistenza, in modo che tutti possano sentirsi a casa, senza più essere oppressi né emarginati in un mondo che cambia. «Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, […] perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4, 4-5). E «se figlio, sei anche erede» (Gal 4,7). Eredi per grazia, fratelli e sorelle qui convocati, tocca ora a ciascuno di voi, a questa assemblea orante e viva, farsi carne e voce di questa promessa. Voi, pastori e consacrati di Francia, siete chiamati a essere i primi custodi di questa casa aperta, pietre vive di una Chiesa che spera e non teme il futuro. Questa cattedrale è rinata perché voi possiate rinascere con essa in uno slancio di santità e di missione quotidiana. Siate, in mezzo al vostro popolo, l’espressione limpida della divina maternità della Chiesa che, testimoniando l’amore di Dio, ricompone e guarisce la famiglia umana.

Alziamo lo sguardo verso la statua trecentesca della Vergine col Bambino, che l’incendio non ha potuto toccare e che oggi brilla nuovamente davanti a noi. Maria, che ha custodito il Verbo nel suo grembo, custodisca la vostra fedeltà e sia la stella che guida la missione della Chiesa in Francia. Santa Maria, Nostra Signora di Parigi e Madre della Chiesa, prega per il popolo francese, sostieni i suoi pastori e cammina sempre al nostro fianco.

Viaggio Apostolico in Francia: Visita all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO) presso la sede dell’UNESCO (Parigi, 25 settembre 2026)

Ven, 25/09/2026 - 15:00

Signor Direttore Generale,
Signor Presidente della Conferenza Generale,
Signor Presidente del Consiglio Esecutivo,
Eccellenze,
Signore e Signori,

sono lieto di trovarmi oggi in questa assemblea delle Nazioni, dove linguaggi e culture si incontrano per cooperare a un progetto che coinvolge l’intera famiglia umana: «contribuire al mantenimento della pace e della sicurezza rafforzando, con l’educazione, le scienze e la cultura, la collaborazione tra le nazioni, allo scopo di garantire il rispetto universale della giustizia, della legge, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali» (Costituzione della Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, le Scienze e la Cultura, art. 1, comma 1). Costruire insieme un mondo giusto è, infatti, il fondamento stesso della cooperazione internazionale. Le nostre esperienze, abilità e competenze sono volte a edificare uno spazio accogliente verso tutti e fecondo per ciascuno, affinché ogni popolo possa crescere nella pace.

Come testimone di pace rivolgo il mio cordiale saluto a voi, Rappresentanti degli Stati membri e osservatori, delle Organizzazioni internazionali, del mondo accademico e della società civile. Ringrazio il signor Khaled El-Enany, Direttore generale di questa Organizzazione, per il suo caloroso invito [e per le parole che ci ha rivolto]. In qualità di Pastore, vi porto la parola della Chiesa, che sempre di nuovo si fa «messaggio» e «colloquio» verso tutte le genti, donne e uomini di buona volontà (cfr S. Paolo VI, Lett. enc. Ecclesiam suam, 67).

Il progetto di costruire insieme un mondo giusto coincide con una missione che abbiamo imparato a condividere lungo la storia. A riguardo, l’UNESCO rappresenta sia un traguardo sia uno strumento per continuare oggi, con maggiore impegno, questo compito, secondo i nostri molteplici ambiti di attività. Nel 2027 ricorrerà il 75° anniversario della presenza della Santa Sede presso l’UNESCO: una presenza che scaturisce dalla convinzione che il futuro dipenda innanzitutto dal rispetto e dalla promozione della dignità inalienabile di ogni essere umano creato a immagine di Dio. Per questo consideriamo questa Organizzazione un interlocutore privilegiato al servizio del bene comune, che è la «forma sociale della dignità» che tutti condividiamo in modo originario e uguale (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 59). Dal 1952, la Missione permanente di osservazione della Santa Sede valuta e accompagna, in questa prospettiva, le iniziative dell’UNESCO, apportando il proprio contributo al dialogo tra le nazioni, al fine di sostenere un autentico sviluppo umano, che è tale solo quando è orientato «alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (S. Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 14).

Parlando a quest’assise, il mio venerato predecessore San Giovanni Paolo II ricordava che «genus humanum arte et ratione vivit». Poiché, dunque, «l’uomo vive di una vita veramente umana grazie alla cultura» (Discorso all’UNESCO, 2 giugno 1980, 6; cfr S. Tommaso d’Aquino, In Aristotelis Posteriora Analytica, 1), questa parola “cultura” indica il modo d’essere, tramite il quale l’uomo dà senso a tutto ciò che fa. Dopo quarantasei anni, mentre rinnovo tra voi l’impegno di collaborazione della Santa Sede, invito a concepire l’UNESCO non solo come un illustre organismo internazionale, ma come luogo nel quale l’umanità riflette su di sé, sulla propria storia e sul proprio futuro. Promuovere l’educazione, le scienze e la cultura è difatti impossibile senza promuovere la vita dell’uomo e della donna, che ne sono protagonisti.

Nel campo dell’educazione, la Chiesa cattolica vanta un’esperienza molto antica: da secoli le sue comunità aprono scuole e università, insegnano a leggere e a scrivere e sono presenti anche nei luoghi più poveri e remoti. Con il Patto educativo globale, il mio predecessore Francesco ha voluto inserire questa esperienza in un’alleanza educativa più ampia, aperta al contributo di tutti. Ma ciò che desidero trasmettervi non sono innanzitutto le opere: è la convinzione da cui esse scaturiscono. Nessuna educazione è completa se non affronta la questione del senso. Nello stesso discorso, san Giovanni Paolo II lo ricordava: educare significa aiutare l’uomo a «essere» di più e non solo ad «avere» di più, riconoscendo anche in lui quella trascendenza della persona che appartiene alla pienezza della sua umanità (cfr ibid., 10-11).

Nella nostra assemblea merita allora di venir esplorata una domanda fondamentale, che ci interpella con urgenza: che cosa significa essere umani? Ogni cultura si trova coinvolta da tale interrogativo, che tocca il punto di sintesi per ogni sapere, arte e religione. Anche nel XXI secolo, dopotutto, non possiamo dare per scontato di conoscere chi sia l’uomo e che cosa comporti vivere umanamente. Ogni generazione, infatti, è chiamata a misurarsi con questa sfida culturale, specie davanti a tragedie che, purtroppo, avvengono tutt’oggi.

Anzitutto, l’uomo è colui che viene concepito e nasce: essere umani significa dunque, in primo luogo, essere figli. Nessuno di noi ha scelto di esserlo. Nessuno ha deciso da chi, o quando, o dove nascere. Questa evidenza illumina un fatto non solo biologico, ma etico: come figli, siamo tutti fratelli e sorelle. La nostra umanità è da subito un dono e una prova, una promessa e una responsabilità. Per tutti gli esseri umani, la generazione comporta un legame originario, una comunione di vita che ha nella famiglia la sua sorgente e il primo contesto educativo.

In secondo luogo, tutti nasciamo nudi e bisognosi. Siamo poveri per nascita: indigenti di pane e di parola, di cura e di affetto, cioè di tutto quel che nutre il corpo e lo spirito. Lo sappiamo bene, eppure diventando adulti rischiamo di dimenticarcene. E delle maggiori conseguenze di questa amnesia soffrono proprio i bisognosi, ogni volta che la loro umanità viene tradita o scartata, sfruttata o ingannata. L’oblio della nostra nascita oscura l’idea di vita umana, perché la distacca dalla storia comune a tutti noi. Allora la vita non viene più concepita come dono, ma come merce. Non è più vista come un richiamo alla cura e alla responsabilità, ma un prodotto da sfruttare. Proprio questa drammatica alternativa ci ricorda che essere umani significa essere liberi per natura. Poiché ognuno di noi è figlio, questa nostra libertà inizia rispondendo a quella di chi ci rivolge per primo la parola, con gesti di affetto o di rifiuto, di amorevole accoglienza o di abbandono e crudeltà.

In terzo luogo, dunque, fare memoria della nostra comune umanità significa riconoscere che essa è magnifica, cioè piena di potenzialità, seppur segnata da molti mali e ingiustizie. Chi si dedica all’educazione, alla scienza e alla cultura viene a maggior ragione chiamato a prendersi cura di ogni persona, così che possa risplendere la bellezza della nostra libertà. Questa bellezza ha un nome: giustizia. Sì, la libertà è bella quando è orientata verso il bene e la verità; è deturpata quando scivola nell’arbitrio, nella violenza e nella sete di potere. Essere uomini implica quindi una responsabilità davanti all’appello della storia: l’uomo è colui che cresce, impara, lavora con la mente e con le mani. Mediante il suo impegno può coltivare o sfigurare la terra, produrre arte o distruggere. In questo particolare momento, dobbiamo riconoscere che la più terribile delle “opere umane” è la guerra; poiché in essa la scienza stessa è posta a servizio di una volontà disumana di distruggere e uccidere.

A tal proposito, il Preambolo della Costituzione dell’UNESCO si apre con parole che conservano una sorprendente attualità – come abbiamo visto nel “Muro della Pace” –: «Poiché le guerre nascono nello spirito degli uomini, è nello spirito degli uomini che devono essere poste le difese della pace» (Costituzione dell’UNESCO, Preambolo, 1945). Queste parole furono scritte all’indomani della Seconda Guerra Mondiale: la tragedia più devastante del secolo passato. L’umanità aveva capito che il progresso scientifico, quando è separato dalla saggezza, può trasformarsi in arma devastante; che la cultura, quando si piega all’ideologia, può diventare menzogna e propaganda; che l’educazione, quando rinuncia alla verità, degrada a strumento per manipolare le coscienze. Gli Stati fondatori dell’UNESCO compresero che i trattati sono necessari, ma non sufficienti in sé. Essi richiedono una cultura e un impegno condiviso per la pace che li sostengano. La pace non può essere costruita soltanto con i trattati, né attraverso compromessi tra forze opposte. La pace è vera quando scaturisce dalla virtù della giustizia più che da un mero contratto, da una volontà retta piuttosto che da un instabile equilibrio di interessi. Infatti, solo una volontà retta può riconoscere nell’altro un fratello o una sorella, una persona come sé stessi.

Ottant’anni dopo, le parole della vostra Carta costitutiva non hanno perso nulla della loro forza. Eppure vediamo anche quanto profondamente questo principio comune sia minacciato da forme di barbarie che fomentano rivalità e conflitti. Tra le sfide poste oggi al mondo scientifico ed educativo, segnalo in particolare quelle aperte nel vasto campo della tecnologia. I nostri sforzi in quest’ambito devono far sì che le nuove tecnologie rimangano al servizio della persona umana, anziché diventare un ulteriore strumento di dominio e di ingiustizia.

Nel corso dei secoli, molte attività un tempo svolte dagli esseri umani sono state affidate alle macchine, le cui capacità e applicazioni hanno continuato ad ampliarsi. Più recentemente, ad alcuni sistemi artificiali è stato persino attribuito il nome della nostra facoltà umana di pensiero: intelligenza. Allo stesso tempo, però, le nostre idee e relazioni rischiano di venire impoverite da un processo di disumanizzazione. Il paradosso è diventato sempre più evidente: mentre l’”intelligenza” viene attribuita ai sistemi computazionali, fatichiamo a riconoscere la dignità inalienabile delle persone umane, le cui vite vengono valutate con il criterio dell’efficienza e, quando ritenute non più produttive, respinte e scartate.

Questa dolorosa realtà ci invita a riflettere sia sulla fragilità della nostra natura umana che sull’immensa dignità di ogni persona umana, una dignità che rimane intatta anche nelle circostanze più vulnerabili, fino alla morte stessa. Sì, l’essere umano è certamente colui che nasce, ma è pure colui che muore. La nostra dignità non è distrutta dalla malattia o dal dolore, né dipende dalle prestazioni di cui una persona è capace. Al contrario, richiede cura amorevole in ogni fase della vita.

Per la fede cristiana, il mistero della persona umana trova la sua piena luce in Cristo, il quale, «proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et Spes, 22). Nella sua luce, ogni persona ci appare come una creatura voluta e amata da Dio. Questa luce ci aiuta anche a cogliere più profondamente il significato della nostra comune esperienza umana.

Signori e Signore, in nome della nostra storia comune, come uomini e donne di scienza, voi siete costantemente chiamati a cooperare, affinché dalla diversità di prospettive possa maturare una convergenza di sguardi, e dalla convergenza di sguardi un’armonia di azione. Questa armonia si esprime nell’opera dell’UNESCO quando essa dà voce sinfonica ai più alti intenti di bene e di cura per l’umanità. Dove c’è armonia, c’è accordo tra voci diverse e quindi concordia tra le Nazioni che rappresentate.

A questo proposito, vorrei attingere due immagini dalla Bibbia, il grande codice culturale dell’umanità: la torre di Babele e la piazza di Pentecoste. Le propongo a voi in quanto modi per rappresentare l’unità della famiglia umana che, anche oggi, è continuamente chiamata a discernere la direzione, il senso della storia che attraversa. Questi racconti biblici narrano, infatti, due forme sociali che ci portano a riflettere sulle circostanze del nostro presente.

La Torre di Babele rappresenta un’unità imposta attraverso il dominio (cfr Gen 11,4). Al contempo, quest’edificio svela che più il potere opprime, più si indebolisce, mostrando il suo volto disumano. Lo si vede nelle sofferenze e nelle ingiustizie che il dispotismo causa, nonché nello sfruttamento che ferisce la società e l’ambiente. Come insegna la storia, molti imperi hanno celebrato la loro prepotenza, prima di consumarsi e crollare come una torre. Il risultato di questa superbia, esaltata e distrutta, è la dispersione. La presunzione di rendersi simili a Dio e di sottomettere le genti a un unico giogo ha per esito la confusione delle lingue e l’incomprensione generale. Anziché toccare il cielo, come pretendeva, la torre di Babele collassa, con un doppio effetto negativo. Come l’unità che imponeva era forzata, così la diversità che segue il suo crollo è conflittuale. Oggi, la tentazione di Babele si ripresenta in una globalizzazione perseguita senza fraternità, nell’avido colonialismo finanziario, nelle imposizioni ideologiche, in tutti quei «contatti senza legami» che riducono la vita umana al commercio (cfr Commissione Teologica Internazionale, Quo vadis, humanitas? 42). La stessa scienza, quando viene ridotta a una tecnica di potere, non serve più a elevare la persona umana, ma rischia invece di degradare i frutti dell’impegno.

In particolare, oggi disponiamo di strumenti capaci di collegare istantaneamente persone e continenti, eppure assistiamo a nuove forme di isolamento, di miseria materiale e spirituale, di abbandono.  La comunicazione s’è fatta molto più rapida, ma non necessariamente più veritiera; l’informazione è abbondante, ma non coincide con la sapienza. Senza una deontologia condivisa, i più vari canali di comunicazione rischiano di moltiplicare informazioni false, o di usare parole senza significato, ostacolando il dialogo anziché favorirlo.

L’intelligenza artificiale accentua questo problema: sebbene questi sistemi siano in grado di correlare dati, non possono rispondere alle domande sul senso dell’esistenza umana, che affonda le sue radici nell’esperienza vissuta. Eppure gli esseri umani non possono vivere senza senso. Il senso è l’ossigeno della mente. Perciò le sfide comunicative, che sono sempre sfide educative, impongono la questione della verità come tema di giustizia sociale e di equità storica. Ecco perché l’educazione in questo ambito è essenziale, e accolgo con favore l’iniziativa dell’UNESCO attraverso il suo programma di “Alfabetizzazione ai media e all’informazione” (MIL), che promuove l’uso responsabile dei media e degli strumenti digitali.

Infatti, senza la verità, il linguaggio finisce per sottostare alla logica della violenza e alla volontà arbitraria dei potenti. Gli altri vengono così esclusi nel nome del profitto, e gli innocenti vengono uccisi nel nome della libertà. Anziché rispettare la legge, chi detiene il potere la invoca quando serve ai propri interessi e la ignora quando li limita, trattando persino la giustizia come una merce da comprare e vendere. Se riconosciamo che la corruzione della legge parte dalla corruzione del cuore, possiamo apprezzare il fatto che qualsiasi scienza rischia di perdere senso se condotta senza etica, cessando così di servire e rispecchiare la dignità umana.

A questo proposito, esorto la comunità internazionale nel suo insieme a dedicare particolare attenzione alla tutela dei bambini e dei giovani. Nell’era digitale, la loro vulnerabilità non deve mai diventare occasione di sfruttamento. Possano queste tecnologie sostenere la loro crescita, la loro formazione e le loro relazioni, salvaguardando la loro libertà di pensare e di discernere, e rimanendo sempre al servizio della dignità della persona umana.

La corruzione della cultura di cui stiamo parlando viene riscattata sulla piazza di Pentecoste. Lì, un messaggio di pace viene accolto come buona novella da tutti i popoli. Tale annuncio proclama la resurrezione di Gesù, cioè la vittoria della vita sulla morte, la salvezza che dà speranza al mondo. Il giorno di Pentecoste, la piazza diventa il luogo in cui si celebra la pace che risana ogni offesa alla persona umana. Ciascuno sente questo messaggio “nella propria lingua” e la comunione non impedisce affatto la diversità (cfr At 2,8). Al contrario, permette alla diversità di fiorire nell’armonia delle voci e dei volti. Nell’annuncio della pace, la varietà delle culture diventa veicolo di una verità universale. L’insegnamento biblico ci indica così la via per raggiungere ciò che tutti noi cerchiamo: «quell’unità che non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo» (Omelia nella Celebrazione Eucaristica per l’Inizio del Ministero Petrino, 18 maggio 2025). Non la prepotenza di Babele, ma la pace di Pentecoste rende possibile una tale comunione tra tutti i popoli. Ogni cultura avvera dunque la propria più alta sapienza quando cerca la pace e il bene di tutti, testimoniando il senso autentico della nostra umanità.

Chi opera nel campo dell’educazione sa che solo la verità ci fa liberi. Chi insegna e chi fa ricerca sa che l’errore ci rende schiavi dell’ignoranza e della superstizione. Ogni volta che avvertiamo ostacoli alla nostra missione, ricordiamoci che c’è una sola terra per tutti, e una sola, comune natura umana. L’essere umano non può essere compreso separando ciò che appartiene a un insieme: corpo e anima, vita personale e relazioni, il nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente. Tutto fa parte dell’unità della nostra esistenza. Perciò coltivare la terra implica coltivare l’umanità che la abita. L’educazione e la scienza sono chiamate a questo compito. Infatti, come insegna l’etimologia del termine, ogni cultura è coltivazione. Rinnovo quindi l’appello dei miei Predecessori a prenderci cura della persona umana e del creato insieme: Papa Benedetto XVI ha parlato della necessità di un’ecologia della persona umana, mentre Papa Francesco ha sviluppato la prospettiva dell’ecologia integrale (cfr Benedetto XVI, Discorso al Parlamento federale, 22 settembre 2011; Francesco, Lett. enc. Laudato si’, 137–162).

La pietra di paragone, che permette di valutare questo nostro impegno, è la cura che abbiamo per i più piccoli e per i poveri: bambini nel grembo materno e nei vari teatri di guerra, persone con disabilità fisiche e intellettuali, anziani, migranti e rifugiati, e tutti coloro che la superbia esclude come non produttivi. Sono loro il banco di prova delle nostre affermazioni sul rispetto della dignità umana, la cui tutela e promozione si estendono anche al creato. All’opposto sta una volontà di sfruttamento e di rapina, che mira a spremere quanto più possibile da ogni essere vivente, consumando senza custodire e distruggendo senza coltivare. Dunque, l’attuale crisi ecologica è una crisi antropologica; inoltre, la Chiesa è convinta che ogni cultura rechi in sé una saggezza, che matura in un ecosistema dei popoli. Sì, habitat della persona umana è infatti la società: non un ambiente meramente fisico, come il deserto o l’oceano per gli animali, ma un ambiente morale e relazionale. Nella pace sociale, i popoli prosperano secondo giustizia.

Di conseguenza, l’UNESCO trova qui la sintesi dei suoi alti compiti educativi e scientifici: nel lavoro paziente di costruzione della pace. Rispetto alle molte e complesse urgenze del nostro tempo, il mondo guarda alle istituzioni internazionali con sentimenti contrastanti. Da una parte, esse sono chiamate a rispondere a sfide che nessuno Stato può affrontare da solo. Dall’altra, le medesime istituzioni sperimentano una crisi di efficienza, specie quando il dialogo viene giudicato un freno all’azione anziché una risorsa per la pace, come una forma d’ipocrisia anziché un’opportunità per cercare insieme il bene. Davanti a queste derive, occorre promuovere una virtù che appare oggi tanto rara quanto desiderata: la fiducia; fiducia che le differenze non costituiscano necessariamente una minaccia; fiducia che il confronto sincero possa generare un bene maggiore di quello che ognuno potrebbe costruire da sé. La Santa Sede desidera infondere questa fiducia nell’UNESCO, come nelle altre Organizzazioni internazionali, consapevole che ogni popolo possiede una ricchezza da condividere lungo la ricerca di quell’autentico progresso, che unicamente la pace può garantire. Non si tratta di predicare un ottimismo ingenuo, che ignori le difficoltà, bensì di perseverare nella speranza che il bene è sempre possibile. Ogni figlio che nasce porta con sé una speranza. Ogni uomo e donna che dedica la propria vita alla ricerca della verità compie un atto di speranza. L’UNESCO testimoni dunque questa speranza favorendo l’intesa tra le Nazioni, mediante il dialogo tra le rispettive culture. Crediamo, infatti, che l’educazione sia lo strumento per superare reciproche paure e che la scienza possa servire la vita di ogni essere umano, seminando nel presente il buon raccolto del futuro. Questa fiducia alimenta la nostra speranza nella carità, cioè nel servizio per il bene del prossimo: dedicandoci tutti con coerenza alla nostra magnifica umanità potrà finalmente fiorire la pace.

Nel collaborare a quest’opera, le tradizioni religiose svolgono un ruolo culturalmente necessario e insostituibile, e le religioni esprimono le nostre domande sull’origine della vita e sulla sua fine, elaborando il senso primo e ultimo dell’esistenza, che si riflette nelle scelte quotidiane. Infatti, quando gli uomini e le donne di buona volontà orientano le loro azioni verso Dio, il pluralismo delle culture non si disperde nel disordine di Babele. L’umanità si ritrova invece in una ricerca comune di senso, orientata verso un destino che non è la morte. Noi non siamo in cammino verso il nulla. Ecco perché l’anima umana, nel suo rapporto con Dio, avverte ancora più intensamente la chiamata a coltivare la pace attraverso un’alleanza tra popoli che si riconoscono come figli dello stesso Padre e come fratelli e sorelle tra di loro.

Auspico perciò che il nostro incontro rafforzi l’impegno di ciascuno a lavorare instancabilmente, affinché la consapevolezza di appartenere a un’unica umanità si faccia più viva, operosa e retta. Desidero a riguardo esprimere un sincero ringraziamento a tutto il personale dell’UNESCO, che svolge con competenza e dedizione questa missione così alta: edificare la pace coltivando ogni scienza e arte dell’umanità.

Affido queste parole a tutti voi, ai Popoli che rappresentate e, in modo particolare, ai giovani. Sono proprio le nuove generazioni, infatti, a osservare con più attenzione il nostro operato. Mentre sosteniamo i loro desideri di giustizia, con gratitudine e stima invoco su tutti voi e sulle vostre Nazioni l’abbondanza delle benedizioni di Dio, Creatore onnipotente e misericordioso. Grazie.

Viaggio Apostolico in Francia: Incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico nel Palazzo dell’Eliseo (Parigi, 25 settembre 2026)

Ven, 25/09/2026 - 11:45

Signor Presidente,
Distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,
Signore e Signori,

è per me una grande gioia trovarmi oggi tra voi. Le sono particolarmente grato, Signor Presidente, per il Suo cordiale invito a visitare la Francia, e La ringrazio per le parole di benvenuto che mi ha rivolto. Attraverso di Lei, saluto anche tutti coloro che abitano questo Paese dal vasto patrimonio culturale e religioso. Insieme formano un popolo in cui la diversità delle origini contribuisce a vivificare e arricchire la convivenza e la vita democratica. Desidero inoltre assicurarvi, Signor Presidente, Signore e Signori, che la Francia è molto spesso al centro delle preghiere del Papa, che non dimentica le sue origini familiari normanne e bearnesi.

Il mio viaggio in Francia inizia dalla capitale del vostro Paese, Parigi, spesso definita la Ville lumière. Da secoli la Francia risplende come un faro culturale, artistico e spirituale, non solo in Europa, ma anche nel mondo. Forte delle sue Scuole cattedrali, delle sue Università e delle sue Accademie, luoghi essenziali di ricerca della verità, la Francia ha contribuito a forgiare l’intelligenza dei popoli, ben oltre i propri confini. L’illuminazione di menti francesi d’eccezione, che erano al tempo stesso grandi cattolici, sottolinea quanto le scienze, le arti, la letteratura e la filosofia possano contribuire al bene dell’umanità, quando sono orientate alla ricerca del bello, del bene e del vero, affinché il mondo abbia la vita.

Il savoir-faire francese è sinonimo di eccellenza in numerosi ambiti. Si è distinto in modo particolare nel grande cantiere di restauro della cattedrale di Notre-Dame di Parigi, al quale hanno partecipato fin dall’inizio numerose istituzioni, sia private sia pubbliche, e al quale Lei, Signor Presidente, ha riservato un’attenzione particolare, cosa per cui La ringrazio. Rendo omaggio con gratitudine a tutti gli artigiani e alle categorie professionali che vi hanno dedicato il proprio impegno. La recente riapertura della cattedrale alla celebrazione del culto divino, così come ai visitatori di tutto il mondo, non è solo il coronamento di un’impresa tecnica, ma il simbolo di una speranza ritrovata, la prova che ciò che si credeva distrutto per sempre può rinascere grazie alla collaborazione di tutti, e la testimonianza di un’unità realizzata nello sforzo comune. Un risultato così bello deve ispirare a tutti gli attori della vita politica, sociale e religiosa del Paese un nuovo slancio per operare incessantemente in uno spirito di unità, con la forza di una viva speranza.

La Francia è anche una terra dalle ricche radici cristiane. Dai tempi di sant’Ireneo e del battesimo di Clodoveo, l’anima della vostra patria si è sviluppata attingendo dal cristianesimo un genio spirituale, culturale, intellettuale, artistico e missionario, che oggi risplende in tutto il mondo. È così che nella Francia del XVI secolo fiorì l’umanesimo, che cercava di unificare l’eredità greco-romana e la fede cristiana. Ai celebri pensatori del Rinascimento, e poi del Grand Siècle, seguirono quelli dell’Illuminismo, e la Francia portò allora al mondo vere e proprie conquiste; tra queste, il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, in particolare la libertà religiosa. Questa costante attenzione alla dignità intrinseca di ogni persona umana trova eco nel vostro motto nazionale. Libertà, uguaglianza e fraternità non sono semplici parole incise sui frontoni dei vostri edifici pubblici, ma rimandano a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione.

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, proclamata in questa città di Parigi – e nella cui elaborazione il giurista francese e premio Nobel per la pace René Cassin svolse un ruolo di primo piano – ha avuto lo scopo di creare una coscienza generale della dignità inalienabile della persona umana. San Giovanni Paolo II, che considerava questo documento «una vera pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità», era consapevole che «ogni minaccia ai diritti umani, sia nell’ambito dei beni materiali che in quello dei beni spirituali, è ugualmente pericolosa per la pace, perché riguarda sempre l’uomo nella sua integralità». [1]

La questione del rispetto della dignità umana e dei diritti e delle libertà fondamentali che derivano dalla natura umana si pone in ogni epoca e deve accompagnare l’evoluzione della società e il progresso tecnico. Infatti, «lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 4). Già ai suoi tempi, Georges Bernanos intuiva il rischio di vedere l’obbedienza cieca e l’irresponsabilità diventare padrone di un «Paradiso delle Macchine». Egli sottolineava come, per sfuggirvi, la civiltà francese avesse invece lavorato per secoli alla formazione di uomini liberi, pienamente responsabili delle proprie azioni. [2]

Per questo motivo, mi è sembrato indispensabile affrontare, nella mia prima Lettera Enciclica, il tema dell’Intelligenza Artificiale, al fine di riportare la persona umana al centro di ogni riflessione. Per non perdere la nostra umanità in mezzo al “paradiso delle macchine” che invade e condiziona la nostra vita quotidiana, è urgente formare le menti a un discernimento etico, capace di riconoscere ciò che è moralmente buono. Questa esigenza è fondamentale per riconoscere il vero bene che fa crescere l’uomo secondo la sua vocazione primaria, nel rispetto incondizionato della sua libertà interiore e della sua sacra dignità. A questo proposito, vorrei ricordare che «una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie e promuovendo un dialogo etico che arricchisce il tessuto sociale» (Discorso al Corpo Diplomatico, 9 gennaio 2026). Questo dialogo è tanto più urgente nel contesto della Francia odierna, dove persone di diverse appartenenze culturali e religiose sono chiamate a convivere e a dare il proprio contributo alla costruzione della società.

È proprio grazie alla ricchezza del suo tessuto sociale che, da secoli, la Francia si distingue per l’attenzione alla diversità e per un forte desiderio di solidarietà. Grazie all’opera illustre di uomini e donne rimasti fedeli alla loro umanità e ai valori del Vangelo, la Chiesa cattolica in Francia non ha mai smesso di operare per il bene dei più bisognosi, diventando il volto vivente della tenerezza e della compassione di Dio. Pensiamo alle opere di san Vincenzo de’ Paoli, al rinnovamento caritativo del XVII secolo e, ancora oggi, alle numerose istituzioni cattoliche in cui gli operatori sanitari accompagnano i fratelli e le sorelle resi fragili dalla sofferenza. Le loro testimonianze di attenzione e di servizio costituiscono una vera e propria scuola di umanità sulla grandezza della cura e un vibrante richiamo al valore unico e insostituibile di ogni essere umano. Sono anche un invito alla rinnovata fraternità che richiede di imparare ad accogliere la vita senza condizioni, a sostenere la fragilità con tenerezza, ad accompagnare con rispetto e nella fiducia reciproca ogni tappa dell’esistenza, e a difendere con coraggio e compassione coloro che non hanno voce o che non si sentono sufficientemente sostenuti. Per questo ribadisco «con forza che la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano» (ibid.).

Vi è oggi la tentazione di aspettarsi dalla scienza una soluzione e un conforto per tutte le nostre sofferenze. Il rischio è spesso quello di cadere nell’illusione. Quando la scienza e la tecnologia non sono guidate dalla coscienza, possono proporre soluzioni immediate che sembrano rispondere ai desideri e alle sofferenze degli uomini e delle donne, ma che in realtà possono allontanarli gravemente dal bene a cui aspirano profondamente. A volte constato con preoccupazione le attuali derive delle società che rischiano di distorcere la scienza e la tecnologia trasformandole in imprese lucrative che favoriscono le manipolazioni genetiche, la maternità surrogata, l’acquisto di organi o l’offerta di una morte programmata. Non dimentichiamo che il rispetto reciproco e la tutela della vita di ogni persona umana sono una responsabilità di ciascuno e di tutti, che inizia con una conversione dell’intelletto e del cuore e richiede un impegno reale e disinteressato verso i nostri fratelli e le nostre sorelle.

Come non vedere in un simile impegno anche l’espressione della giusta laicità della città terrena? Il cristiano coinvolto nella vita pubblica, che agisce alla luce della propria coscienza illuminata dalla fede, non può essere considerato un proselitista o una minaccia all’unità della patria. Infatti, la vera laicità non esclude la dimensione religiosa, ma sa al contrario trarne vantaggio come risorsa educativa (cfr Discorso ai partecipanti all’incontro nazionale degli insegnanti di religione cattolica, 25 aprile 2026).

È proprio per questo motivo che la scuola cattolica occupa un posto di rilievo nel panorama educativo di un Paese come la Francia. «Questo è, del resto, parte di un atteggiamento più ampio, imprescindibile per ogni dialogo, nella scuola come nella società: conoscere e amare ciò che si è, per saper incontrare l’altro con rispetto e apertura» (ibid.).

Una giusta laicità non consiste quindi nell’escludere la religione dalla sfera pubblica o dall’istruzione, ma nell’impegnarsi affinché lo Stato e le istituzioni religiose dialoghino tra loro e uniscano le loro forze al servizio del bene comune, affinché il mondo abbia la vita. A questo proposito, esprimo il mio apprezzamento per il lavoro svolto nell’ambito dell’Istanza di dialogo tra la Santa Sede, la Chiesa cattolica in Francia e il Governo francese. Effettivamente, l’instancabile opera della Chiesa cattolica, attraverso la ricchezza delle sue espressioni e istituzioni, è certamente preziosa e lodevole per il benessere dell’intera società. Tali scambi illustrano in modo molto positivo quella sana complementarità che è stata riaffermata durante il Concilio Vaticano II, nel senso che «[la comunità politica e la Chiesa], anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace, quanto più coltiveranno una sana collaborazione tra di loro» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 76).

Constato inoltre con gioia che questa stessa volontà di servire insieme ogni persona, indipendentemente dalla sua origine, ispira da secoli la cooperazione tra la Francia e la Chiesa cattolica al servizio dei cristiani d’Oriente. L’azione educativa, sociale, culturale e umanitaria svolta nei Paesi del Medio Oriente, in collaborazione con diverse associazioni quali “Aiuto alla Chiesa che soffre” o «Œuvre d’Orient», costituisce un prezioso contributo al dialogo tra i popoli e alla tutela dei diritti di ogni persona.

Si tratta di una testimonianza eloquente in cui cultura e fede si presentano come i pilastri che favoriscono l’armonia tra diversi popoli e religioni al servizio della pace e della mediazione tra gli uomini. Anche in questo ambito l’educazione costituisce una sfida particolarmente importante. Essa rimane infatti uno dei principali settori di cooperazione, trovando in particolare un’espressione concreta e feconda attraverso il Fondo per le scuole d’Oriente. A questo proposito, desidero esprimere la mia gratitudine a tutte le persone impegnate in questo progetto che, sin dalla sua fondazione nel 2021, ha permesso di fornire sostegno a oltre duecentosessanta istituti scolastici in Medio Oriente, tra cui sette Università in Libano e l’Università di Betlemme.

Ma come evocare questa regione del mondo, dove duemila anni fa è nato il Principe della Pace, senza pensare anche a tutte quelle popolazioni colpite dalle conseguenze dei conflitti e a tutti coloro che sono afflitti dal flagello della guerra? Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a tali sofferenze che feriscono la dignità umana e gridano giustizia a Dio. La gravità di queste situazioni deve interpellarci e chiama ciascuno, là dove si trova, a una vera conversione del cuore e a un cambiamento di atteggiamento. È riconoscendo umilmente il bisogno che abbiamo gli uni degli altri che potremo insieme impegnarci maggiormente nella costruzione della civiltà dell’amore nel cuore del nostro mondo, diventato così complesso e interdipendente (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 182). Al tempo stesso, come affermava già al suo tempo il mio santo predecessore Giovanni XXIII, «giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci» (Lett. enc. Pacem in terris, 60). Infatti, si sta diffondendo sempre più la convinzione, errata, che il possesso di armi nucleari costituisca una garanzia di sicurezza, alimentando una nuova corsa agli armamenti difficilmente controllabile (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 194). In realtà, la pace non è un equilibrio di forze, ma si costruisce ogni giorno attraverso il dialogo e la giustizia.

Vi esorto quindi a non rassegnarvi mai alla prospettiva di una guerra considerandola “inevitabile”, ma a promuovere senza sosta il dialogo e la diplomazia, al fine di preservare società pacifiche, rispettose della dignità e dei diritti della persona e dei popoli. Di fronte ai rumori di guerra e alle crisi multiformi che scuotono il nostro mondo, la Francia ha la vocazione di rimanere un instancabile artefice della pace e del multilateralismo, in particolare all’interno della nostra cara Europa. Possa la Francia, fedele ai propri valori, tracciare il solco di una pace disarmata e disarmante, e offrire con responsabilità il proprio insostituibile contributo a favore della pace. Che la vostra libertà cresca incessantemente nell’impegno per il bene comune; la vostra fraternità abbracci l’intera umanità; e l’uguaglianza a cui aspirate si fondi sempre sui fondamenti della giustizia e della carità, senza eliminare le differenze tra le persone, ma facendole fruttificare armoniosamente a beneficio di tutta la società.

Signor Presidente, Signore e Signori, desidero esprimervi ancora una volta la mia gratitudine per questo incontro che, per riprendere le parole – significative per ciascuno – pronunciate da Vostra Eccellenza ai Vescovi di Francia nel 2018, evidenzia come «una Chiesa che pretenda di disinteressarsi delle questioni temporali non adempirebbe appieno alla propria vocazione; e un Presidente della Repubblica che pretenda di disinteressarsi della Chiesa e dei cattolici verrebbe meno al proprio dovere». [3] Siate certi della mia fervida preghiera per la vostra bella Nazione.

Dio le conceda pace, unità e prosperità affinché il mondo abbia la vita. Affido questi auspici alla materna intercessione della Beata Vergine Maria, Patrona principale della Francia.

Dio benedica la Francia e tutti i francesi!

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[1] S. Giovanni Paolo II, Discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (2 ottobre 1979), nn. 7 e 14.

[2] Cfr G. Bernanos, La France contre les robots, Rio de Janeiro 1946, p. 114.

[3] E. Macron, Discours du Président de la République devant les Evêques de France, Collège des Bernardins, 9 avril 2018.

Viaggio Apostolico in Francia: Parole del Santo Padre ai giornalisti durante il volo diretto a Parigi (25 settembre 2026)

Ven, 25/09/2026 - 08:30

Buongiorno a tutti!

Come si dice in inglese, benvenuti a bordo! Sono felice di vedervi tutti questa mattina e di potervi salutare brevemente in questo tratto del viaggio. Vorrei rivolgere un ringraziamento speciale a coloro tra voi che hanno viaggiato con me al ritorno da Roma in Spagna e desidero scusarmi personalmente per un incidente con cui non ho nulla a che fare, ma che so aver lasciato alcuni di voi insoddisfatti per il fatto che non abbiamo potuto prendere insieme il volo di ritorno a Roma.

Desidero quindi salutarvi tutti sinceramente e ringraziarvi per la vostra copertura di questo viaggio in Francia che, come sapete dalla conferenza-stampa che avete già ricevuto, verte su una serie di temi molto importanti. Io, prima di tutto, mi reco in Francia, come in qualsiasi altra parte del mondo, in qualità di discepolo di Gesù Cristo desideroso di proclamare la pace, la pace di Cristo in tutto il mondo. È un messaggio che in questo momento, come tutti sappiamo, è particolarmente importante.

Grazie quindi per essere qui, grazie per il lavoro che state svolgendo. Non vedo l’ora di incontrarvi durante il viaggio e avremo modo di scambiare qualche parola al ritorno. Grazie!

Viaggio Apostolico del Santo Padre in Francia e Visita alla Sede dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (Unesco) (25-28 settembre 2026)

Ven, 25/09/2026 - 07:50

 

Venerdì, 25 settembre 2026

ROMA - PARIGI - SAINT-DENIS - PARIGI 

07:50 Partenza in aereo dall’Aeroporto internazionale di Roma/Fiumicino per Parigi 10:00 Arrivo all’Aeroporto internazionale di Parigi/Orly   CERIMONIA DI BENVENUTO 11:00 VISITA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA nel Palazzo dell’Eliseo 11:45 INCONTRO CON LE AUTORITÀ, CON LA SOCIETÀ CIVILE E CON IL CORPO DIPLOMATICO nel Palazzo dell’Eliseo 15:00 VISITA ALL’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE PER L’EDUCAZIONE, LA SCIENZA E LA CULTURA (UNESCO) presso la Sede dell’UNESCO 17:15 CELEBRAZIONE DEI VESPRI CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I DIACONI, I CONSACRATI, LE CONSACRATE E I SEMINARISTI presso la  Cattedrale di Notre-Dame de Paris 21:00 VEGLIA DI PREGHIERA CON I GIOVANI nello “Stade de France” di Saint-Denis

 

Sabato, 26 settembre 2026

PARIGI - LOURDES

09:00 VISITA AL CENTRO DI ACCOMPAGNAMENTO E INTEGRAZIONE SOCIALE MAISON BAKHITA 10:15 INCONTRO CON I MEMBRI DELL’ASSEMBLEA SINODALE PROVINCIALE, I CATECUMENI E I NEOFITI presso l’Istituto cattolico di Parigi 15:00 SANTA MESSA in “Place de la Concorde” 17:45 Partenza in aereo dall’Aeroporto internazionale di Parigi/Orly per Lourdes 19:05 Arrivo all’Aeroporto internazionale di “Tarbes-Lourdes-Pyrénées” 19:40 PREGHIERA ALLA GROTTA DELLE APPARIZIONI DI MASSABIELLE presso il Santuario di Nostra Signora di Lourdes

 

Domenica, 27 settembre 2026

LOURDES 

09:00 INCONTRO CON I VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DI FRANCIA presso l’emiciclo “Sainte-Bernadette” del Santuario di Nostra Signora di Lourdes 11:00 SANTA MESSA nella Prairie del Santuario di Nostra Signora di Lourdes 15:30 INCONTRO CON GLI OPERATORI E GLI ASSISTITI DELL’ACCUEIL NOTRE-DAME presso il Santuario di Nostra Signora di Lourdes 16:45 INCONTRO PRIVATO CON LE RELIGIOSE DI VITA CONTEMPLATIVA presso il  Monastero del Carmelo di Lourdes 21:00 PREGHIERA DEL SANTO ROSARIO E PROCESSIONE AUX FLAMBEAUX presso il Santuario di Nostra Signora di Lourdes

 

Lunedì, 28 settembre 2026

LOURDES – METZ – ROMA

07:40 Partenza in aereo dall’Aeroporto internazionale di “Tarbes-Lourdes-Pyrénées” per Metz 09:20 Arrivo all’Aeroporto internazionale di “Metz-Nancy-Lorraine” 10:00 INCONTRO INTERRELIGIOSO presso il Centro Congressi “Robert Schuman” di Metz 11:00 INCONTRO “ALLE RADICI DELL’EUROPA PER LA PACE E L’UNITÀ” presso il Centro Congressi “Robert Schuman” di Metz 16:00 SANTA MESSA presso la Cattedrale di Santo Stefano 18:30 CERIMONIA DI CONGEDO presso l’Aeroporto internazionale di “Metz-Nancy-Lorraine” 19:00 Partenza in aereo dall’Aeroporto internazionale di “Metz-Nancy-Lorraine” 20:50 Arrivo all'Aeroporto Internazionale di Roma/Fiumicino

 

Fuso orario
 
  Roma +2  UTC Parigi +2  UTC Lourdes  +2  UTC Metz  +2  UTC
 
 

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Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 16 maggio 2026

Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 7 agosto 2026

Membri della Pontificia Accademia delle Scienze (24 settembre 2026)

Gio, 24/09/2026 - 11:30

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.

Eminenza,
Distinti membri
della Pontificia Accademia delle Scienze,
Signore e signori,

sono lieto di darvi il benvenuto in occasione della Sessione Plenaria dell’Accademia delle Scienze di quest’anno. Ringrazio il Cancelliere, Cardinale Turkson, e il Presidente, Joachim von Braun, unitamente al Consiglio, per aver organizzato questo incontro al fine di discutere il tema “Il futuro della scienza in un mondo che cambia”. Questo argomento è di fatto opportuno, poiché «[n]egli ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo» (Magnifica humanitas, n. 4). Sebbene il loro pieno impatto rimanga incerto, questi strumenti ci danno motivo di sperare in un futuro più luminoso per l’umanità. Possono, per esempio, portare a scoperte scientifiche fondamentali e a innovazioni tecnologiche capaci di fare progredire la medicina, migliorare la diagnosi e il trattamento delle malattie, rafforzare i sistemi alimentari ed energetici, approfondire la nostra comprensione dell’universo e del mondo naturale e dischiudere nuove possibilità per la creatività umana e la cooperazione.

Tuttavia, proprio perché tali sviluppi recano in sé queste promesse, dobbiamo anche riconoscere i rischi che li accompagnano. L’intelligenza artificiale può essere utilizzata per sorvegliare, manipolare e discriminare (cfr. nn. 103, 150). Capacità informatiche sofisticate e armi autonome possono, se sviluppate o dispiegate senza misure di sicurezza adeguate e senza controllo umano, presentare nuovi pericoli per la sicurezza e la pace internazionale (cfr. nn. 183, 197). Inoltre, «[g]li attuali sistemi di IA richiedono grandi quantità di energia e acqua, incidono in modo significativo sulle emissioni di anidride carbonica e consumano risorse in maniera intensiva» (n. 101).

Queste possibilità e questi rischi ci ricordano che il progresso tecnologico non è mai semplicemente una questione tecnica. Ogni tecnologia rispecchia, esplicitamente o implicitamente, una particolare comprensione della persona umana, della società e del futuro che desideriamo costruire. Il progresso scientifico e tecnologico, pertanto, deve essere accompagnato da una corrispondente crescita della responsabilità. Più è grande il nostro potere di trasformare il mondo, più deve essere grande la nostra capacità di discernere ciò che davvero serve la dignità umana donata da Dio, di governare saggiamente e di prenderci cura di coloro che potrebbero subire le conseguenze più grandi delle nostre scelte (cfr. n. 173).

Questa stessa esigenza di responsabilità è particolarmente urgente dinanzi al cambiamento climatico. Stiamo assistendo a ondate di calore, siccità, inondazioni, tempeste, incendi boschivi e altre catastrofi naturali con sempre maggiore frequenza e intensità. Questi sconvolgimenti colpiscono più pesantemente i poveri, le comunità con meno risorse per adattarsi e coloro la cui sussistenza dipende direttamente dalla terra o dalle foreste e dagli oceani (cfr. Francesco, Laudato si’, n. 25). Ne consegue che la questione climatica non è meramente una sfida ambientale, ma è fondamentalmente una questione di giustizia, di dignità umana e di solidarietà tra popoli e generazioni. Non possiamo rispondere a queste sfide solo dopo che il disastro si è già verificato. Dobbiamo passare dalla gestione delle emergenze alla prevenzione, dalla vulnerabilità alla prontezza e dalle misure a breve termine a una visione saggia e lungimirante per l’umanità. Ciò esige un approccio di responsabilità e di discernimento alla scienza che costruisca resilienza: un approccio improntato alla scoperta, che tenga anche conto, fin dall’inizio, delle conseguenze che le scelte scientifiche e tecnologiche possono avere per l’umanità e per l’integrità del creato che ci è stato affidato da Dio.

In questo impegno è indispensabile una cooperazione interdisciplinare. La resilienza climatica esige la collaborazione di scienziati, ingegneri, economisti, medici e sociologi, insieme alle comunità locali e ai responsabili delle politiche. Le sfide di un clima che cambia superano tutti i confini tra discipline, istituzioni e nazioni; pertanto, anche la nostra risposta deve superarli. Come ci ha ricordato Papa Francesco, la nostra interdipendenza ci esorta ad affrontare le sfide ambientali da una prospettiva globale e a lavorare per un piano comune (cfr. n. 164). Per questa ragione, apprezzo la serie di Summit sulla resilienza climatica tenuti negli ultimi due anni dalla vostra Accademia, insieme alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e a partner accademici di molte parti del mondo. È incoraggiante il fatto che questi incontri non riuniscano solo scienziati, ma anche giovani, autorità pubbliche, rappresentanti della società civile e membri di differenti tradizioni religiose. Questi incontri creano spazi in cui la conoscenza può essere condivisa attraverso i confini, dove si può imparare da esperienze positive e adattarle e dove la comprensione scientifica può essere tradotta in azione concreta. Vi incoraggio a proseguire su questo cammino.

Con questi sentimenti, spero sinceramente che le vostre riflessioni in queste giornate possano offrire una preziosa guida per il futuro della scienza. Con i giovani tra noi, ci viene ricordato il futuro! E questo è molto, molto importante. È mia preghiera che possiate promuovere una cultura scientifica che sia ambiziosa ma umile, rigorosa ma aperta al dialogo, innovativa ma responsabile, cooperativa a livello globale ma inclusiva di quanti sono più a rischio e più nel bisogno. In questo modo, la collaborazione scientifica, come bene pubblico al servizio della pace, potrà continuare a focalizzarsi sulla salvaguardia della dignità umana donata da Dio, promuovendo il bene comune e prendendosi cura del creato.

Che lo Spirito Santo, fonte di ogni carità e vincolo di unità, illumini le vostre menti e rafforzi il vostro impegno. E volentieri invoco su tutti voi le abbondanti benedizioni di Dio Onnipotente. Grazie.

Quindi, preghiamo insieme e chiediamo la benedizione di Dio, prima pregando con le parole che ci ha insegnato Gesù.

Padre nostro…

Benedizione.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 217, giovedì 24 settembre 2026, p. 8.

Udienza Generale del 23 settembre 2026 - I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 1-10). 4. Il senso dell'attività umana nell'universo (GS, 33-39)

Mer, 23/09/2026 - 10:00

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS 1-10). 4. Il senso dell'attività umana nell'universo (GS, 33-39) 



Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Continuando il nostro percorso sulla Costituzione pastorale Gaudium et Spes del Concilio Ecumenico Vaticano II, giungiamo al terzo capitolo della prima parte, che ha un titolo attraente: «L’attività umana nell’universo». La domanda di fondo è questa: qual è il valore dell’attività umana nel mondo e quindi del progresso tecnico, sociale, scientifico? Possiamo ricordare che, meno di quattro anni dopo la chiusura del Concilio, nella notte fra il 20 e il 21 luglio del 1969, l’uomo avrebbe messo piede per la prima volta sulla Luna.

Creato a immagine e somiglianza di Dio, l’essere umano è soggetto di progresso. Con la libertà e l’intelligenza egli aumenta le proprie conoscenze, facendo così progredire l’intera società. Lo vediamo facilmente considerando i miglioramenti nelle condizioni di vita nel succedersi delle generazioni. In effetti, dice il Documento, «molti beni, che un tempo l’uomo si aspettava dalle forze superiori, oggi se li procura con la sua iniziativa e con le sue forze» (n. 33).

Per questo, alcuni pensatori hanno presentato il progresso tecnico-scientifico come qualcosa che indebolisce il rapporto con Dio, fino a farlo sembrare superfluo, o addirittura come antagonista rispetto alla fede cristiana. E questa lettura ha provocato un cambiamento di sguardo sul mondo da parte dell’uomo contemporaneo, rispetto alle epoche precedenti. Un tale pregiudizio si afferma soprattutto in quella parte della cultura occidentale che ha perso il suo riferimento alla Rivelazione cristiana. Negli umanesimi post-cristiani l’essere umano e Dio vengono erroneamente presentati come rivali: per affermare le sue conoscenze, la sua libertà e il suo progresso, l’uomo dovrebbe emanciparsi da Dio. Alla fine però, negando la relazione con Dio, si perde anche la possibilità di affermare il valore trascendente della persona umana. È il “dramma dell’umanesimo ateo”, ben descritto da un importante teologo del Concilio Vaticano II, Henri de Lubac. [1]

Il Concilio desidera fornire una risposta chiara: «Per i credenti – afferma la Gaudium et Spes – una cosa è certa: considerata in se stessa, l’attività umana individuale e collettiva, ossia quell’ingente sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita, corrisponde alle intenzioni di Dio» (n. 34). Anzi, prosegue la Costituzione, «i cristiani non si sognano nemmeno di contrapporre i prodotti dell’ingegno e del coraggio dell’uomo alla potenza di Dio, quasi che la creatura razionale sia rivale del Creatore; al contrario, sono persuasi piuttosto che le vittorie dell’umanità sono segno della grandezza di Dio e frutto del suo ineffabile disegno» ( ibid.). In sostanza, Dio ha posto nelle mani dell’uomo e della donna un creato ancora in statu viae, cioè in cammino, in crescita, perché essi lo conducano a compimento mediante la loro saggia attività. [2]

Vi è qui un importante richiamo al mistero dell’Incarnazione. L’umanità – e con essa il lavoro, il progresso e l’autonomia delle realtà create – non viene assorbita o annullata dall’incontro con Dio, bensì assunta nella sua interezza, continuando ad essere, in Cristo, libera e operosa: infatti, è in Lui che essa trova piena verità e libertà. Inoltre, nella celebrazione eucaristica, il frutto del lavoro umano, rappresentato dal pane e dal vino, viene posto ogni giorno sull’altare, per essere trasformato nel Corpo e nel Sangue di Cristo.

Da questa prospettiva sorge una verità importante: per incontrare Dio, l’essere umano non deve abbandonare le occupazioni terrene, ma può vivere pienamente la propria vocazione svolgendo bene il lavoro quotidiano e santificandolo. [3] I cristiani sono coinvolti come tutti nell’edificazione della città degli uomini, puntando al fine di tutte le cose e all’incontro con Dio, e ricordando questo fine ultimo a coloro con cui condividono l’avventura del progresso, della scienza e della vita.

Certamente il progresso terreno va ben distinto dallo sviluppo del regno di Cristo; tuttavia, il Concilio afferma che «tale progresso, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, è di grande importanza per il regno di Dio. […] Tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati» (n. 39).

Infine, ricordiamo che per diventare autentico progresso umano – cioè di tutto l’uomo e di tutti gli uomini – il progresso tecnico e scientifico dev’essere animato e orientato dalla carità. Solo così potrà essere posto sempre a difesa della dignità dell’uomo e promuovere le condizioni di vita di tutti, specialmente dei più svantaggiati.

Cari fratelli e sorelle, il Concilio Vaticano II ci invita a condividere il pane del sapere e del saper-fare, perché ogni uomo e ogni popolo possa sviluppare le sue potenzialità e insieme possiamo costruire, con l’aiuto di Dio, un futuro migliore.

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[1] Cfr H. de Lubac, Le drame de l’humanisme athée (1944), tr. it. Brescia 2013.

[2] Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 302, 306, 307.

[3] Cfr S. Giovanni Paolo II, Omelia per la canonizzazione di Josemaría Escrivá de Balaguer (6 ottobre 2002).

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Saluti

Je salue les pèlerins de langue française et plus particulièrement le groupe de pèlerins de France, les sœurs de Saint-Paul de Chartres et le groupe “Réseau du Cœur” d’Haïti. Le Concile Vatican II nous invite à partager le pain du savoir et du savoir-faire : développez généreusement votre potentiel pour qu’ensemble, nous puissions construire, avec l’aide de Dieu, un avenir meilleur. Que Dieu vous bénisse !

[Saluto i pellegrini di lingua francese, in particolare il gruppo di pellegrini provenienti dalla Francia, le suore di San Paolo di Chartres e il gruppo “Réseau du Cœur” di Haiti. Il Concilio Vaticano II ci invita a condividere il pane del saper e del saper-fare: sviluppate generosamente il vostro potenziale affinché, insieme, possiamo costruire, con l’aiuto di Dio, un futuro migliore. Dio vi benedica!]

I greet all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from England, Ireland, Denmark, Norway, Malta, Tanzania, Australia, Hong Kong, India, Malaysia, Singapore, Thailand, Vietnam and the United States of America. Tomorrow in Saint Louis, Missouri, Venerable Fulton Sheen will be beatified. May the example and intercession of this holy bishop, known for his evangelizing work through the media, inspire many others likewise to find new ways of spreading the Gospel message with joyful enthusiasm. Upon all of you and your families, I invoke the peace and joy of our Lord Jesus Christ. God bless you!

Herzlich grüße ich die Pilger deutscher Sprache, insbesondere die zahlreichen Schulgruppen auf Studienreise. Möge diese Erfahrung der Ewigen Stadt euch dazu anregen, die Schätze unserer christlichen Kultur und Geschichte immer besser kennenzulernen – Schätze, die nicht nur der Vergangenheit angehören, sondern auch Inspiration für die Zukunft sein können. Gott segne euch.

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua tedesca, in particolare i numerosi gruppi scolastici in viaggio di studio. Questa esperienza della Città eterna vi sproni a conoscere sempre meglio i tesori della nostra cultura e storia cristiana che non appartengono soltanto al passato ma possono anche ispirare il futuro. Dio vi benedica.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. En la Eucaristía ofrecemos los frutos de la tierra y del trabajo humano para que se conviertan en el Cuerpo y en la Sangre de Cristo. Unamos también nuestra vida y nuestras tareas al sacrificio eucarístico, para que el Señor las transforme en una ofrenda viva, santa y agradable a Él. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

我向讲中文的人们致以亲切的问候。亲爱的弟兄姐妹,我鼓励你们要彼此相亲相爱,如同耶稣爱你们每一个人那样。我由衷地降福你们。

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, vi incoraggio ad amarvi gli uni gli altri, come Gesù ama ciascuno di voi. Vi benedico di cuore.]

Queridos irmãos e irmãs de língua portuguesa, bem-vindos! No desempenho das vossas atividades, defendei sempre a dignidade humana, promovei as condições de vida do próximo e ponde só em Deus toda a esperança. O Senhor vos abençoe, a vós e às vossas famílias!

[Cari fratelli e sorelle di lingua portoghese, benvenuti! Nell’adempimento delle vostre attività, difendete sempre la dignità umana, migliorate le condizioni di vita del prossimo e riponete solo in Dio tutta la vostra speranza. Il Signore benedica voi e le vostre famiglie!]

أُحَيِّي المُؤمِنِينَ النَّاطِقِينَ باللُغَةِ العَرَبِيَّة. لِنَجعَلْ عِلمَنا وَعَمَلَنا فِي خِدمَةِ الإِنسانِ وَكَرَامَتِه، وَلْنُساهِمْ بالمَحَبَّةِ فِي بِناءِ عَالَمٍ أَفضَلَ لِلجَمِيع. بارَكَكُم الرَّبُّ جَميعًا وَحَماكُم دائِمًا مِن كلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba. Facciamo della nostra scienza e del nostro lavoro un servizio all’uomo e alla sua dignità, e contribuiamo con amore a costruire un mondo migliore per tutti. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Serdecznie pozdrawiam Polaków. W tych dniach na Jasnej Górze na dorocznej pielgrzymce gromadzą się małżeństwa i rodziny. Towarzyszy im hasło: „Małżeństwo rodzi życie”. Niech modlitwa i dzielenie się Słowem Bożym umacniają wiarę małżonków, by wielkodusznie współpracowali ze Stwórcą w przekazywaniu życia i wartości chrześcijańskich w tej szczególnej wspólnocie, jaką jest rodzina. Wszystkim wam błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi. In questi giorni, a Jasna Góra, si riuniscono per l’annuale Pellegrinaggio gli sposi e le famiglie. Li accompagna il motto: «Il matrimonio genera la vita». La preghiera e la condivisione della Parola di Dio rafforzino la fede dei coniugi, affinché collaborino generosamente con il Creatore nella trasmissione della vita e dei valori cristiani in quella particolare comunità che è la famiglia. A tutti la mia benedizione!]

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APPELLO

Domenica prossima, 27 settembre, ricorre la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Il mio pensiero va ai migranti e ai rifugiati, specialmente ai minori costretti ad abbandonare la propria terra. I bambini e gli adolescenti sono i più vulnerabili; spesso vivono sofferenze indicibili: violenze, torture, sfruttamento, condizioni traumatiche e non di rado perdono la vita lungo le rotte migratorie. Faccio un appello alla responsabilità di tutti: ognuno si senta coinvolto nella vita di questi ragazzi, che vanno sempre tutelati e assistiti.

* * *

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, specialmente ai partecipanti al corso di aggiornamento in diritto canonico, promosso dalla Pontificia Università della Santa Croce; alla Guardia di Finanza di Predazzo, Gaeta, Orvieto e Bari; all’Accademia Militare di Modena, al gruppo “Preghiere delle mamme”.

Accolgo con affetto voi, pellegrini della diocesi di Rimini, con il Vescovo Mons. Nicolò Anselmi, qui convenuti ad un mese dalla mia visita pastorale nella vostra terra. Rinnovo la mia riconoscenza per l’accoglienza riservata e vi incoraggio a crescere nella fede, radicati nell’ascolto della Parola di Dio, per testimoniare a tutti l’amore del Padre celeste.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Oggi la Chiesa celebra la memoria liturgica di san Pio da Pietrelcina: la sua testimonianza di fede e di carità sia per ciascuno di voi un invito a confidare sempre nella bontà e nella misericordia di Dio.

A tutti la mia Benedizione.

Partecipanti all'Assemblea della Federazione delle Monache Clarisse Cappuccine d'Italia (21 settembre 2026)

Lun, 21/09/2026 - 12:00

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi! E si può dire anche “pace e bene”!
 

Care sorelle, fratelli, buongiorno e benvenuti tutti!

Sono molto contento di incontrarvi e di condividere con voi questo momento di riflessione. Prenderemo spunto dalla Liturgia di oggi, Festa di San Matteo, Apostolo ed Evangelista.

Nella Lettera agli Efesini, San Paolo così esorta: «Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità […] una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione» (Ef 4,1-2.4).

È un invito alla fedeltà, a cui la vostra Federazione risponde secondo il carisma di Santa Chiara e San Francesco, nella preghiera contemplativa, nella povertà e in una totale adesione al Vangelo. A tale scopo è lodevole il lavoro di rielaborazione e aggiornamento delle Costituzioni che avete compiuto, in cui hanno trovato sintesi gli apporti di molti. In esse si ribadisce che «primo e principale compito di tutti i religiosi è la contemplazione delle realtà divine e la costante unione con Dio nella preghiera» (Costituzioni, 60; cfr CIC, can. 663). Come scriveva Santa Chiara alla Santa Agnese di Boemia: «Poni la tua mente nello specchio dell’eternità, poni la tua anima nello splendore della gloria, poni il tuo cuore nella figura della divina sostanza e trasformati tutta, attraverso la contemplazione, nell’immagine della sua divinità» (Terza lettera alla Beata Agnese di Boemia, 12-13; FF 2888).

Ed è proprio con la “mente nello specchio dell’eternità” che vi invito a guardare sia al tempo presente, con i suoi drammi e le sue incertezze, che alle sfide del vostro “piccolo mondo”, ricco del suo passato e chiamato a guardare con speranza all’avvenire. Il numero ridotto delle vocazioni, in particolare, potrebbe spingere qualcuno a scelte di chiusura o di ripiego. Ma voglio ripetere a voi quanto ho detto circa il futuro delle Diocesi e dei Seminari in Italia. Proviamo a cambiare prospettiva nel considerare questa realtà. Le sue criticità, infatti, possono aiutarci a scoprire o riscoprire potenzialità inaspettate, «non tanto riguardo alle forze numeriche ma alla qualità della proposta» (Discorso ai pellegrini delle diocesi toscane, 11 ottobre 2025). Ce lo ricorda il Vangelo odierno, che dice: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mt 9, 12). La riduzione numerica delle comunità – e il timore, che ne deriva, di perdere la propria autonomia – non devono turbare e togliere la speranza, ma piuttosto spingere a un rinnovamento del proprio vissuto e a un impegno ancora più grande nell’accompagnamento spirituale di chi bussa alle porte dei monasteri, a far crescere comunità gioiose e vive, in cui sperimentare intimità con Dio, affabilità, comunione, autenticità delle relazioni. Le vocazioni non nascono dall’applicazione di strategie organizzative, né da campagne studiate a tavolino, ma dalla preghiera, dalla familiarità con il Vangelo, dal silenzio, dal sapersi accogliere con le proprie imperfezioni (cfr Gal 6,2), dal sentirsi parte di un tutto che crea unità. E per farlo, il Signore non ci chiede di essere impeccabili, ma di lasciarci plasmare dalla sua grazia, umilmente, giorno per giorno.

Questo ci offre lo spunto per parlare di un altro tema importante: quello della formazione, sia iniziale sia permanente. Formatevi e formate a una clausura vissuta in spirito di comunione profonda tra voi e con la Chiesa; a un silenzio che, in una società dominata dalla fretta e dal rumore, faccia sentire il bisogno di tempi e spazi in cui fermarsi, discernere, senza timore di perdere l’“attimo fuggente”.

Del resto è questa anche la missionarietà specifica della vocazione claustrale. Il Salmo 18, sempre preso dalla Liturgia di oggi, recita: «Senza linguaggio, senza parole, senza che si oda la loro voce, per tutta la terra si diffonde il loro annuncio e ai confini del mondo il loro messaggio» (vv. 4-5). Formate alla scuola del Vangelo, il Signore vi chiama ad essere sue testimoni nel silenzio e nella contemplazione, collocandovi nella storia quale memoria viva e profetica della Buona Novella.

Come sorelle di Santa Chiara, poi, voi avete un messaggio speciale da annunciare, che passa prima di tutto attraverso l’osservanza della Regola e delle vostre Costituzioni. Fa parte del vostro essere e della vostra missione vivere il Vangelo lasciando tutto ciò che è del mondo, totalmente e costantemente rivolte al primo e unico Amore della vostra vita. Ciò implica sobrietà, distacco dalle cose, consegna di sé nell’obbedienza, trasparenza, in una vita semplice, ma anche radicale ed esigente, segno prezioso di fedeltà, specie in un mondo globalizzato e inquieto, in cui sembra siano andati persi il gusto e la capacità di “mettere radici” (cfr Francesco, Cost. ap. Vultum Dei quærere, 35).

Per questo, carissime, vorrei concludere riprendendo una domanda del vostro Assistente Federale: «I monasteri femminili di clausura possono offrire risposte alle questioni di senso dell’umanità di oggi?». Per rispondere vi indicava quattro mezzi che ritengo importanti: l’ascolto reciproco; la koinonia, come comunione d’intenti, per evitare l’isolamento; la diakonia, per servire e lavorare insieme; la martyria, per testimoniare il Vangelo. Ve li lascio come sentieri sicuri per il vostro cammino.

Care Sorelle, vi ringrazio per ciò che fate e per ciò che siete: «fiaccole, sentinelle per la Chiesa e per il mondo» (Francesco, Messaggio alle contemplative, 21 novembre 2018), segni della presenza del regno di Dio sulla terra.

Sono lieto di avervi incontrate e, invocando l’intercessione di Maria, dei Santi Francesco e Chiara di Assisi e della Beata Maria Lorenza Longo, di cuore vi imparto la Benedizione apostolica.

Angelus, 20 settembre 2026

Dom, 20/09/2026 - 12:00

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Nella liturgia di oggi, il Signore, per bocca del profeta Isaia, ci dona un grande motivo di speranza, dicendoci che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri e le sue vie non sono le nostre vie (cfr Is 55,8). Sì, i disegni di Dio sono infinitamente più grandi e, diciamo pure, più “umani” rispetto a quelli che noi uomini e donne, segnati dal peccato, possiamo concepire e realizzare. Perciò, ecco l’appello quanto mai attuale del profeta: abbandonare le nostre vie distorte e ritornare al Signore, che è misericordia e perdono (vv. 6-7).

Nel Vangelo, le parabole di Gesù descrivono la novità di ciò che Dio ha in serbo per noi, ma in genere manifestano anche la resistenza che siamo pronti a opporre a una giustizia più generosa e a un amore più grande. Oggi, in particolare, ascoltiamo il racconto degli operai chiamati a lavorare nella vigna (cfr Mt 20,1-16), chi per una giornata intera, chi soltanto per qualche ora, chi già quasi al tramonto. Ma il centro della parabola è nel momento della retribuzione, quando il padrone mantiene la parola con i lavoratori della prima ora e li paga come d’accordo, ma vuole che vedano la sua bontà e, davanti ai loro occhi, tratta gli ultimi allo stesso modo.

Un dettaglio, infatti, non deve sfuggirci. Il padrone indica al fattore un preciso ordine da seguire: gli operai andranno pagati «incominciando dagli ultimi fino ai primi» (Mt 20,8). La reazione negativa di chi aveva lavorato tutto il giorno si sarebbe, dunque, potuta evitare facilmente, invece è voluta, perché la rivelazione della bontà di Dio è per tutti, non solo per qualcuno. Dio ha vie diverse e pensieri nuovi anche per coloro che si ritengono i primi e ritengono di essersi guadagnati ciò che sono, di aver meritato i risultati che hanno raggiunto. Tutti, invece, guadagniamo gioia, intelligenza e futuro quando la legge dell’amore interrompe quella del calcolo, l’esperienza della misericordia allarga quella del merito, il dono della pace sospende le rivalità e avvicina nella gratitudine.

Fratelli e sorelle, è una grazia essere collaboratori di Dio, lavorare nella sua vigna, servire il suo Regno di giustizia e di pace! Non c’è spazio per l’invidia e la divisione là dove irrompe la novità di Dio. Cerchiamo, dunque, il Signore, mentre si fa trovare, invochiamolo, mentre è vicino; abbandoniamo la vie distorte e i pensieri iniqui (cfr Is 55,6-7)!

Guardiamo alla nostra Madre Santissima: è creatura come noi, ma è senza macchia, perciò ci aiuta a sperare in Dio e ad affidarci alla sua misericordia, così che le sue vie diventino le nostre vie e i suoi pensieri diventino i nostri pensieri.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

Seguo con grande preoccupazione la crisi umanitaria in atto in alcune zone della Somalia, dove episodi di violenza e fenomeni climatici estremi stanno aggravando le già precarie condizioni di vita della popolazione, in particolare di donne e bambini. Auspico un generoso coinvolgimento della comunità internazionale, affinché non manchi a questi nostri fratelli e sorelle l’assistenza necessaria.

Ed ora rivolgo il mio saluto a tutti voi, romani e pellegrini!

Do il benvenuto al Vescovo e ai fedeli della diocesi di Toruń, in Polonia, che visitano in Italia i luoghi dei miracoli eucaristici; come pure alle famiglie provenienti dalla diocesi di Spiš, in Slovacchia.

Saluto i Padri Gesuiti che iniziano il loro nuovo percorso di studi a Roma; e il gruppo della Parrocchia romana della Sacra Famiglia di Nazareth, con la Polisportiva Centocelle e l’Oratorio “San Giuseppe Manyanet”.

Invio la mia benedizione alla popolazione di Pescantina, presso Verona, che oggi si stringe intorno al Monumento agli Ex Internati, per ricordare quanti sono stati deportati e prigionieri durante la II Guerra Mondiale. Lo faccio per sottolineare che non bisogna dimenticare, ma  imparare dalla storia per non ricadere negli errori del passato.

Carissimi, vi ringrazio di essere venuti. Buona domenica a tutti!

Delegazione di <i>Special Olympics</i> (19 settembre 2026)

Sab, 19/09/2026 - 12:30

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
 

Buongiorno a tutti, 

Sono molto contento di incontrarvi questa mattina, di condividere con voi, in questo momento, la gioia degli eventi sportivi che avete vissuto. Come sapete anch’io amo molto lo sport, e sono convinto del suo grande valore formativo, perché educa la persona a valori nobili e autentici; inoltre offre la possibilità di testimoniare questi valori nell’attività agonistica e amatoriale, e prima di tutto nel vissuto degli atleti.

Fare sport vuol dire impegnarsi seriamente e con fatica, e poi mettere in comune i frutti della propria perseveranza con lealtà, fiducia, apertura, spirito di squadra, coraggio. Voi fate tutto questo, e ne mostrate la bellezza in modo veramente speciale, a chi partecipa e assiste alle gare e a chi vi conosce e vi incontra.

Papa Francesco, proprio ricevendo un gruppo di atleti di Special Olympics, ha detto che «lo sport è uno di quei linguaggi universali che supera le differenze culturali, sociali, religiose e fisiche, e riesce a unire le persone, rendendole partecipi dello stesso gioco e protagoniste insieme di vittorie e sconfitte» (13 ottobre 2017), e vi ha affidato in modo particolare questa testimonianza.

Oggi lo faccio anch’io, perché il nostro mondo ha tanto bisogno di persone che, come voi, ricordino a tutti quali sono i valori veri della vita; di uomini e donne che mostrino con l’esempio come la via della condivisione e dell’amore sia l’unica che porta davvero alla felicità e alla pace.

Per questo vi ringrazio per la vostra presenza, per l’allegria genuina che portate, per il messaggio positivo che incarnate, e vi incoraggio – atleti, allenatori, responsabili, assistenti, collaboratori – a continuare con entusiasmo la vostra opera.

Carissimi, vi affido all’intercessione di Maria e di San Piergiorgio Frassati, un giovane sportivo come voi che, innamorato di Gesù, assieme a tanti amici, ha saputo tradurre i valori dello sport in una vita buona e generosa, in una vita santa. Di cuore vi benedico, e con voi le vostre famiglie e tutte le persone che vi sono care. Grazie!

Basilica di San Giovanni in Laterano: Assemblea Diocesana (18 settembre 2026)

Ven, 18/09/2026 - 17:30

Cari fratelli e sorelle,

vorrei ripartire con voi dal mattino di Pasqua, da un giardino, da un sepolcro vuoto. Maria di Magdala è lì, all'alba, quando è ancora buio, e il buio in cui si trova non è soltanto quello della notte che non è finita. È il buio di chi ha perduto qualcuno, di chi cerca e non trova, di chi si china e piange. II Vangelo, però, non la lascia in quel pianto. Le si avvicina un uomo, che lei scambia per il custode del giardino, e le rivolge due domande: «Perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20,15).

Queste due domande, carissimi, vorrei che ispirassero il cammino prossimo della Diocesi di Roma. Credo infatti che possiamo sentirle rivolte, oggi, alla nostra Chiesa e all’intera città: “Perché piangi? Chi cerchi?”. Esse riguardano la ricerca ansiosa di speranza che percepite nelle parrocchie, negli incontri e negli ambienti di vita, quando vi siete messi in ascolto gli uni degli altri e della gente. Maria Maddalena è sveglia prima dell’alba ed è già corsa al sepolcro, perché in lei c’è vita, c’è attesa! Così, a Roma sono tante le persone che ricominciano ogni mattina, ma anche comunità parrocchiali, associazioni, movimenti, gruppi e realtà ecclesiali che lavorano con generosità nell’evangelizzazione, nella carità, nel servizio alla preghiera liturgica. Certo, accanto a questa ricchezza avete riconosciuto con onestà alcune fatiche. È lo smarrimento di chi non riesce più a trovare dove si incontra il Signore. Un’esperienza che condividiamo con tanti fratelli e sorelle, ma che capita di vivere anche a noi. A volte si moltiplicano le proposte, le attività, gli incontri e si smarrisce il centro, il senso evangelico di ciò che si fa.

Ed ecco, nel Vangelo, che una sola parola fa voltare la Maddalena: il suo nome, «Maria!» (Gv 20,16). È così che si incontra Gesù Cristo: sentendosi chiamare per nome da Lui, nei molti modi in cui ciò può avvenire. È da qui che deve ripartire ogni azione pastorale: non tanto chiedendosi “che cosa” fare, ma piuttosto “chi” e “come” incontrare. Nelle nostre comunità si può rimanere anonimi, invisibili e incompresi, oppure essere visti, conosciuti e chiamati per nome. E chi incontra davvero Cristo, come Maria di Magdala, sente riempirsi il cuore e allora non può restare fermo, corre e va ad annunciare. «Ho visto il Signore!» (v. 18), dice la donna ai discepoli. Non un ricordo, non un fatto privato, ma una gioia profonda che genera comunità.

Per questo, fratelli e sorelle, non vi consegno oggi un nuovo programma pastorale. Non ripartiamo da zero, e nulla di quanto abbiamo vissuto va archiviato. Il lavoro sulle “malattie spirituali” ci ha insegnato a riconoscere ciò che, nella nostra vita ecclesiale, chiede di essere curato, corretto o convertito. Il Cammino Sinodale ci ha insegnato come ascoltare e discernere insieme, corresponsabili dell’unica missione. Desidero invece proporvi di sviluppare una terza dimensione: quella della verifica pastorale.

Verificare, sotto la luce dello Spirito Santo, significa fermarsi, rileggere ciò che è accaduto, riconoscere ciò che ha portato frutto, comprendere ciò che non ha funzionato e cercarne insieme le ragioni. Significa, in una parola, fare verità. Vi invito a operare questa verifica coinvolgendo l’intera comunità e, per quanto possibile, ascoltando anche persone che non la frequentano e vedono le cose, per così, dire “dall’esterno”.

Per esercitarvi nella verifica pastorale vi indico alcune attenzioni, che distinguo ma che formano un unico dinamismo.

La prima attenzione: incontrare Cristo e farlo incontrare. La Chiesa non esiste per sé stessa, ma per condurre ogni persona all’incontro con il Signore; e allora non basta domandarsi se un’attività è ben organizzata, se è partecipata, se dura da molti anni; occorre domandarsi se essa conduce realmente a Cristo, se fa incontrare il Vangelo con la vita concreta delle persone.

La seconda attenzione: generare comunità. Dalla Pasqua di Cristo nascono comunità nuove, libere, riconciliate. Abbiamo il coraggio di curare l’essenziale, per lasciare spazio a relazioni vere, dentro le quali le persone si sentano parte di un popolo: si sentano accolte, accompagnate, valorizzate, corresponsabili. Ai giovani impegniamoci a offrire tempo e ascolto, dentro e oltre le iniziative.

La terza attenzione: abitare e servire la città. Roma non è lo sfondo indifferente delle nostre comunità: è il luogo della nostra missione. La comunità generata dal Risorto non può restare chiusa in sé stessa, ma condivide le attese, le fragilità e le domande delle persone; e impara a riconoscere, in ciò che accade nei diversi ambienti della città, le domande alle quali il Vangelo può rispondere, se nuovamente accolto.

A queste tre attenzioni di verifica se ne aggiunge una quarta, che le attraversa tutte: la formazione del Popolo di Dio. Le nostre attività fanno crescere nella fede? Formano discepoli missionari? Aiutano a maturare responsabilità ecclesiali? Generano una fede adulta, capace di tradursi in scelte concrete di vita e di servizio?

Il cuore del metodo che vi propongo è però una domanda semplicissima: “perché?”. Si tratta di fermarsi insieme e di domandarsi, per ogni cosa che si fa: perché la facciamo? Quale intenzione evangelica ci muove, a quale bisogno reale intendiamo rispondere, in che modo questa scelta corrisponde alla missione della Chiesa? E poi, il secondo passo: perché otteniamo questi risultati e non altri? Perché alcune iniziative generano cammini e altre restano isolate? Perché alcune persone partecipano e altre rimangono ai margini? Dall’incontro tra le ragioni delle nostre scelte e le ragioni dei loro effetti nasce un discernimento autentico, che permette di riconoscere ciò che va mantenuto, valorizzato, corretto, abbandonato o avviato.

Perché tutto questo non resti un buon proposito, il cammino avrà un suo “ritmo”, e ringrazio il Cardinale Vicario e gli altri collaboratori di avere predisposto delle tappe che vi saranno presentate.

Vi chiedo perciò di darvi il tempo di camminare insieme – non un anno, ma un cammino –, perché sia un vero discernimento e non un’iniziativa che si aggiunge alle altre. Il Vescovo non vi chiede di programmare nuove attività: vi propone un metodo comune di ascolto, di discernimento, di verifica e di conversione. I contenuti e le priorità restano affidati alla responsabilità delle vostre comunità, nei cinque ambiti che sono la catechesi e l’iniziazione cristiana, i giovani, la famiglia, la carità, le vocazioni, perché l’obiettivo è condividere uno stile pastorale, non uniformare le esperienze. E in questo le Prefetture sono chiamate a diventare sempre più luoghi di incontro, di confronto e di elaborazione pastorale condivisa.

Cari fratelli e sorelle, è vero: un metodo, da solo, non ha mai convertito nessuno. Allora, perché ciò che vi ho proposto non resti astratto, vi ricordo anche un volto. Ho infatti approvato con gioia la decisione di compiere i passi necessari perché sia avviata l’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità di don Luigi Di Liegro, presbitero di questa Chiesa, morto il 12 ottobre 1997. Il dono che egli fa al nostro cammino non sta anzitutto nelle opere che ha fatto: Don Luigi, prima di costruire qualunque cosa, ha voluto “vedere”. Nel 1969 commissionò un’indagine sulla religiosità dei romani, perché aveva imparato che non c’è incarnazione del messaggio senza ascolto della realtà. Nel suo ultimo intervento, poche settimane prima di morire, don Luigi disse ai suoi operatori: «Il discernimento è questa domanda: Signore, dove sei?».

Carissimi, questo fa pensare alla domanda di Maria di Magdala presso il sepolcro di Gesù. È la domanda con cui oggi ricominciamo. Quali segni del Regno e quali appelli dello Spirito Santo emergono oggi dalla vita di Roma, e quale forma di Chiesa occorre assumere per riconoscerli e servirli? Custodire in noi questa domanda ci aiuterà a essere Chiesa solidale con il destino di questa città, a contatto con le sue ferite, le sue attese e le sue trasformazioni.

Vorrei ora dirvi una parola sul ministero ordinato a Roma. Prima però desidero dire “grazie”, e non per formalità. Grazie al Cardinale Vicario, ai Vescovi ausiliari, ai Prefetti e a quanti prestano servizio negli uffici del Vicariato. Grazie ai Parroci e ai Vicari parrocchiali; ai sacerdoti anziani e malati, ai Cappellani degli ospedali, delle carceri, delle scuole e delle università; ai sacerdoti venuti da altre Chiese e da altri Paesi, che servono in questa città come fosse la loro. Grazie ai Diaconi permanenti e alle loro famiglie. Grazie ai religiosi e alle religiose; a chi nel silenzio sostiene Roma con l’intercessione; e a chi la incontra ogni giorno nelle scuole, negli ospedali, nelle case di accoglienza, nelle periferie. Grazie ai catechisti, agli educatori, agli operatori della carità. Lo sappiamo: il bene non fa rumore, lo conosce il Signore, e oggi desidero riconoscerlo anch’io. Grazie!

So anche che il servizio pastorale, oggi, è più faticoso di ieri. Vi esorto a non portare le fatiche da soli. E vi dico con chiarezza che l’arte della verifica pastorale non vi chiede di fare di più: vi dà, anzi, il permesso di fare meno e meglio. Se la verifica pastorale diventasse un’ulteriore incombenza sulle vostre spalle, ne avremmo tradito il senso. Vorrei allora offrirvi qualche considerazione sul volto dei presbiteri di cui Roma ha bisogno. Il prete dovrebbe essere un uomo che ascolta prima di rispondere, che discerne prima di decidere. Una persona che resta davanti al Signore, perché non può condurre altri a un incontro che non sta vivendo. La domanda del “perché?” è anzitutto una sua domanda personale: perché sono prete? Corrisponde ancora, la mia giornata, al motivo per cui il Signore mi ha chiamato per nome? Il prete non concentra in sé ogni responsabilità. Riconosce i carismi, forma le coscienze, rende possibile la corresponsabilità dei laici: non per mancanza di forze, ma per fedeltà alla natura della Chiesa. Una comunità nella quale tutto dipende dal parroco è una comunità fragile, e presiedere non significa fare tutto. Significa generare comunione, valorizzare le energie degli altri, collegare persone e realtà, custodire l’unità. Il prete, infine, si inserisce e desidera appartenere a una comunità capace di leggere il proprio quartiere, di condividerne le ferite e le speranze, responsabile della vita di tutti, anche di chi non varca la soglia della chiesa. Questa è la forma che la carità assume nella presidenza pastorale, ed è ciò che impedisce a una parrocchia di ripiegarsi nell’autoconservazione.

Nessuno è chiamato a vivere tutto questo da solo. Il presbiterio non è la somma di sacerdoti che si incontrano per necessità organizzative: è una fraternità, ed è il primo luogo in cui verificare se ciò che facciamo genera davvero comunione. Desidero che le Prefetture siano, prima che strumenti di coordinamento, luoghi effettivi di fraternità sacerdotale, dove si possa dire anche la propria fatica senza vergognarsene. Accanto a voi, i diaconi ricordano a tutta la Chiesa che essa esiste per servire; e i religiosi e le religiose, con la gratuità delle loro vite, ricordano a Roma che nessuna efficienza salva l’uomo e che il primato spetta a Dio.

Un pensiero particolare va ai nostri seminaristi. Cari giovani, vi state preparando ad essere preti per questa Diocesi. Vi invito a prendere parte, già ora, a questo cammino di verifica, imparando ad assumerlo come stile negli anni della formazione. E lasciatevi formare sia dai libri, che sono necessari per incontrare i buoni maestri, sia dai volti: dai poveri, dai malati, dalla gente delle nostre parrocchie. A voi e ai vostri formatori dico la mia gratitudine e la mia fiducia. I giovani non si consegnano a un ruolo, ma seguono uomini e donne che appaiono felici di ciò che sono.

So che questo cammino di verifica chiederà pazienza, e forse anche il coraggio di lasciare andare qualcosa a cui siamo affezionati. Ma è lo stesso coraggio di Maria di Magdala, che ha dovuto lasciare andare il desiderio di trattenere il Signore per correre, invece, ad annunciarlo. Da questo discernimento pastorale nascerà, lo spero, una fase di condivisione delle esperienze rinnovate e poi la costruzione di un cammino comune che ci prepari, insieme, al Giubileo della Redenzione del 2033.

Cari fratelli e sorelle di Roma, non temete di lasciarvi ancora chiamare per nome! Il Signore vivo si lascia incontrare da chi, come Maria all’alba di Pasqua, ha ancora il coraggio di cercarlo, anche in lacrime, anche nel buio. Vi accompagni la Madre di Dio, Salus Populi Romani, che per prima ha creduto e ha generato Cristo al mondo. E a tutti voi, alle vostre comunità e a questa città, giunga la mia benedizione.

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