Dalla Santa Sede

Abbonamento a feed Dalla Santa Sede
vatican.va
Aggiornato: 8 min 57 sec fa

Partecipanti all'Incontro promosso da "Jesus Youth International Conference 2026" (24 ottobre 2026)

Sab, 24/10/2026 - 11:15

Saluto con gioia tutti voi, delegati dei gruppi della “Jesus Youth” presenti in molte parti del mondo, e saluto anche i vescovi, i sacerdoti e i consacrati e le consacrate vi accompagnano. Questo è un incontro speciale, perché è la prima volta che il movimento della “Jesus Youth”, con tutti i suoi leader e delegati, incontra il Successore di Pietro.

In questi giorni vi siete riuniti per riflettere e discernere come proseguire al meglio il vostro cammino, a quarant’anni dalla nascita del vostro movimento. So che avete svolto una lunga consultazione in stile sinodale nel corso degli ultimi tre anni. Ora volete che i frutti di questa riflessione si trasformino in un nuovo slancio, un’accoglienza più generosa dei doni che lo Spirito Santo vi ha concesso.

Il vostro movimento è stato fondato nello Stato del Kerala, in India, come parte del Rinnovamento Carismatico, attraverso l’iniziativa spontanea degli stessi giovani, ispirati da un incontro personale con il Signore Gesù. Di fatto, il punto di partenza di ogni rinnovamento autentico nella Chiesa è la propria scoperta dell’amore di Gesù. Membri di diversi gruppi di preghiera hanno quindi sentito l’esigenza di riunirsi al fine di incanalare il loro entusiasmo e le loro iniziative in qualcosa che potesse sostenere e guidare il nuovo impulso spirituale e missionario che avevano sperimentato.

Da dieci anni, ormai, miei cari amici, siete riconosciuti dalla Santa Sede come associazione internazionale di fedeli. Pertanto, per voi è iniziato un tempo di maturità ecclesiale, un tempo in cui siete chiamati ad accettare nuove sfide e a dare nuovi frutti. Non perdete il vostro zelo apostolico, ma piuttosto alimentatelo e portatelo in nuovi Paesi. Ancora una volta, tutto ciò è possibile solo mantenendo il vostro sguardo rivolto a Gesù Cristo. Molti giovani del vostro movimento hanno fatto proprio questo, e così sono diventati testimoni gioiosi e coraggiosi della fede. Alcuni lo hanno fatto in un modo particolarmente bello e commovente, come Ajna George, che nella grande prova della sua malattia è stata sostenuta dal suo amore per Gesù presente nell’Eucaristia.

Sebbene molti di voi vivano in aree in cui i cristiani sono una minoranza, non abbiate paura di dare testimonianza della vostra amicizia con Gesù. I cuori dei giovani anelano a scoprire l’amore di Cristo. In modo particolare, vi incoraggio a lavorare con le famiglie per sostenere la vocazione alla vita coniugale. I giovani devono sapere che le loro vite sono grandi e belle perché fanno parte del disegno più grande di Dio. Oltre al sacerdozio e alla vita consacrata, è bene promuovere il matrimonio come una chiamata di Dio, una vocazione alla santità da accogliere con gioia, nella certezza che Gesù sostiene con la sua grazia tutti coloro che chiama. È proprio ciò che avete sperimentato nella “Jesus Youth” in questi anni: giovani cristiani si sposano, diventano genitori e scoprono la loro vocazione a essere famiglie missionarie, lavorando insieme a ministri ordinati per annunciare il Vangelo.

Cari fratelli e sorelle, vi esorto a continuare nel vostro cammino, vivendo fedelmente la vita di preghiera e di servizio ai poveri che contraddistingue la “Jesus Youth”. Cercate di preservare la vostra unità, specialmente in mezzo alla grande diversità di sfondi sociali, culture e lingue che caratterizzano il vostro movimento. A tale riguardo, chiedo anche ai sacerdoti e ai vescovi di adottare una prospettiva paterna e lungimirante, superando qualsiasi difficoltà che possa sorgere dalle differenze rituali, così da cercare soprattutto il bene spirituale più alto dei giovani. Auspico che il movimento della “Jesus Youth” sia sempre caratterizzato dalla sua freschezza giovanile e dal suo entusiasmo per la fede, e che in tal modo possa permettere a molti altri di incontrare il Signore e di crescere nella vita spirituale.

Affidando il vostro impegno all’intercessione della Vergine Maria e a san Francesco di Assisi, imparto di cuore a tutti voi la mia Benedizione Apostolica.

Grazie.

______________________________________

L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 243, sabato 24 ottobre 2026, p. 2.

Partecipanti al Congresso Internazionale promosso dalla Pontificia Università Gregoriana (23 ottobre 2026)

Ven, 23/10/2026 - 09:30

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
 

Eminenze, Eccellenze,
fratelli e sorelle,

sono molto lieto di rivolgere il mio saluto a voi, Rettore Magnifico, Padre Decano, professori e docenti, studenti e amici, che partecipate al Congresso Internazionale in occasione del 150° anniversario della Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università Gregoriana.

Il 16 agosto 1876, per volontà del Beato Pio IX, la Congregazione per gli Studi disponeva l’istituzione della vostra Facoltà. Fu quello il compimento di una lunga tradizione di studio e di insegnamento del diritto canonico, che aveva accompagnato la storia del Collegio Romano e della Compagnia di Gesù. La data in cui celebriamo il 150° anniversario rappresenta, infatti, una tappa fondamentale di una storia iniziata secoli addietro, grazie alla quale l’insegnamento del diritto canonico aveva già maturato una propria tradizione scientifica, mediante l’apporto di numerose figure di maestri che hanno dato lustro alla Facoltà e hanno contribuito in modo rilevante allo sviluppo della scienza canonica. Essi costituiscono una sorta di filo ininterrotto che unisce le generazioni e che ancora oggi consegna una preziosa eredità scientifica ed ecclesiale.

Questa Facoltà, così come l’Università in cui è inserita, è un’opera apostolica della Compagnia di Gesù. Essa partecipa quindi della spiritualità che ha la sua sorgente negli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio di Loyola e che, tra i suoi tratti caratteristici, ha quello sintetizzato nell’espressione: Non multa, sed multum. Importa, cioè, non conoscere molte cose, ma penetrare profondamente nella realtà, comprenderla, interiorizzarla. Così scrive Sant’Ignazio: «Non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose interiormente» (cfr EE. SS., Annotazioni, 2, 4).

Non sorprende, dunque, che questa impostazione spirituale trovi corrispondenza nel modo in cui la vostra Facoltà concepisce l’insegnamento del diritto della Chiesa. La finalità infatti è, oltre che conoscere le norme appropriate a regolare la vita ecclesiale, quella di formare persone che abbiano il senso ecclesiale dello iustum, acquisito mediante lo studio accurato delle fonti, della tradizione canonistica e dei principi teologici che illuminano la norma. Ciò è possibile quando lo studio del diritto canonico avviene alla luce del mistero della Chiesa, così come illustrato dal Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica Lumen gentium. Se è vero, come scrisse San Giovanni Paolo II nella Costituzione apostolica Sacrae disciplinae leges (25 gennaio 1983) con la quale promulgava il Codice di Diritto Canonico per la Chiesa latina, che «è impossibile tradurre perfettamente in linguaggio “canonistico” l’immagine della Chiesa», tuttavia il diritto canonico deve rifletterla. Esso svolge un servizio essenziale nel custodire la comunione ecclesiale e, pertanto, è «estremamente necessario alla Chiesa» e ha come suo fine «creare tale ordine nella società ecclesiale che assegnando il primato all’amore, alla grazia e al carisma, rende […] più agevole il loro organico sviluppo». Il bene della persona e della comunità ecclesiale, infatti, non possono esistere indipendentemente l’uno dall’altro.

Per questo nel Programma di studi della vostra Facoltà si legge: «Il diritto della Chiesa deve sempre tendere al bene soprannaturale dei singoli fedeli e all’edificazione della comunione ecclesiale». Vi esorto a operare fedelmente secondo tale finalità, cioè per il bene soprannaturale delle persone, che si attua perseguendo la vera giustizia, mai separata nella Chiesa dalla verità e dalla misericordia. Sant’Agostino lo esprime con una formula cara alla tradizione cristiana: «Ordinata dilectio est iustitia».

Vorrei, poi, sottolineare una caratteristica della vostra identità che si ritrova anche negli Statuti: la Facoltà «riconosce il suo ruolo speciale nel servizio alla missione petrina. Perciò nell’insegnamento è fedele al magistero della Chiesa e dà priorità al servizio che i suoi professori rendono alla Sede Apostolica». Vi invito pertanto a proporre ai vostri studenti un’esperienza viva della Chiesa universale, che trova nel Vescovo di Roma il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità (cfr Lumen gentium, 23).

Gli studenti e le studentesse – chierici, consacrati e laici –, che giungono da tante parti del mondo per compiere i loro studi a Roma, devono poter sperimentare, anche attraverso la vita universitaria, che la Chiesa è una comunione universale; e, una volta tornati nelle loro Chiese particolari, portare con sé questa esperienza come una ricchezza da condividere, mettendola a servizio delle loro comunità.

Carissimi, dopo 150 anni la vostra Facoltà può guardare al futuro confidando in Dio e anche nella grande eredità ricevuta. Così, sulla scia di coloro che vi hanno preceduto, potrete continuare a portare quei frutti di dottrina, di scienza e di santità di vita che il Signore e la Chiesa attendono da voi.

Vi accompagni in questo cammino l’intercessione di Maria Santissima, Speculum iustitiae, e la mia apostolica benedizione.

Partecipanti al Congresso Internazionale sulla pastorale scolastica e universitaria (22 ottobre 2026)

Gio, 22/10/2026 - 11:00

Cominciamo con il segno della croce con il quale siamo stati tutti battezzati.

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
 

Eminenza,
Eccellenze,
cari fratelli e sorelle,

con gioia vi saluto all’inizio di questo Congresso sulla pastorale scolastica e universitaria. Ringrazio il Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, i Segretari e gli Officiali, come pure coloro che avranno il compito di promuovere la riflessione e l’approfondimento; e accolgo con gioia tutti voi che siete venuti da tante parti del mondo. Mi congratulo con voi per il lavoro che svolgete nelle istituzioni educative e accademiche a favore dell’annuncio del Vangelo e della dignità della persona.

È fondamentale che la pastorale scolastica e universitaria sappia rispondere al desiderio che ognuno porta in sé e percorrere insieme un cammino, umano e cristiano. I destinatari del vostro ministero si distinguono per l’entusiasmo, la generosità, lo spirito di servizio così propri dei giovani. Eppure, quanti studenti vivono anche condizioni di disagio esistenziale! Famiglie ferite, solitudini digitali, sentimento di inadeguatezza o di timore davanti a un futuro che appare incerto. Molti attraversano i corridoi dei nostri istituti e delle nostre università e forse si sentono anonimi. Com’è importante che le scuole e le università cattoliche siano, prima di tutto, “casa”, un luogo familiare dove si è attesi. Il primo annuncio, spesso, passa attraverso uno stile di accoglienza: qualcuno che ti guarda negli occhi, che ricorda il tuo nome, che nota la tua assenza, che si rallegra del tuo ritorno.

In un ambiente accogliente, lo studente può manifestare il suo desiderio profondo di comprendere, di dare un senso alla realtà. Qui si tocca la vocazione propria delle scuole e delle università: la ricerca comune della verità. Vi incoraggio perciò a stimolare l’intelligenza dei giovani, a valorizzare le loro domande. La vostra passione –  specialmente per quanti operate in istituti cattolici –, sia quella di far sperimentare ai giovani la bellezza dell’incontro con Cristo, la fecondità della sinergia tra fede e ragione, tra il sapere della fede e i diversi altri saperi.

La pastorale scolastica e universitaria è chiamata ad accompagnare la germinazione lenta del pensiero, a insegnare a discernere e cercare con perseveranza. I processi educativi «hanno bisogno di tempi di maturazione, di confronto con la realtà oltre le apparenze e di un cammino paziente». Dobbiamo «proteggere i nostri giovani […] da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario» (Lett. enc. Magnifica humanitas, n. 140).

Non pochi giovani, oggi, sono come paralizzati dalla paura di sbagliare, di non essere all’altezza, di essere malintesi, di non corrispondere alle aspettative. Viviamo in una cultura della prestazione che mette continuamente a confronto e classifica in modo a volte spietato. Una meritocrazia male intesa finisce per non rispettare le persone. Per questo molti finiscono per rinunciare prima ancora di provare.

Aiutate i giovani che incontrate ad essere protagonisti di un modo nuovo di abitare il mondo, costruttori di fraternità, di una società più giusta. Il coraggio nasce da un patto di fiducia: dall’esperienza di qualcuno che crede in te prima che tu creda in te stesso. Gesù non ha scelto i Dodici perché erano coraggiosi; li ha chiamati e, con la sua fiducia, li ha resi capaci. Ai nostri ragazzi dobbiamo poter ripetere le parole che i discepoli rivolsero al cieco Bartimeo: «Coraggio! Alzati, ti chiama!» (Mc 10,49).

Sotto la corazza, che tanti adolescenti si costruiscono per non soffrire, si cela il desiderio di amare ed essere amati. Una pastorale scolastica e universitaria sarà tanto più feconda quanto più si concentra sull’educazione del cuore. Educare il cuore alla compassione, alla gratitudine, alla capacità di lasciarsi toccare dal dolore degli altri; educarlo alla lode e al desiderio di Dio. Il servizio ai poveri, il volontariato, la cura del creato non sono attività accessorie, ma luoghi dove il cuore impara a dilatarsi. Non dimentichiamo: carità e preghiera sono inseparabili.

Cari fratelli e sorelle, falsi maestri e messaggi ingannevoli promettono di rispondere rapidamente alle domande dei giovani. Voi, invece, avete scelto di fare qualcosa di più grande: camminare con loro lungo la strada, finché scoprano i doni che Dio ha già deposto in loro. Come il Risorto con i discepoli di Emmaus, che si avvicina, cammina con loro, ascolta, spiega, fa ardere il loro cuore e, infine, si lascia riconoscere allo spezzare del pane (cfr Lc 24,13-35). Il suo Santo Spirito illumini e sostenga sempre il vostro servizio. Maria Santissima, Sede della Sapienza, vi accompagni, insieme con la mia benedizione. Grazie.

Delegazione dell'American Jewish Committee (22 ottobre 2026)

Gio, 22/10/2026 - 10:30

Distinti membri dell’American Jewish Committee,

è un piacere darvi il benvenuto in Vaticano in questo giorno in cui la Chiesa ricorda in modo particolare il mio amato predecessore, san Giovanni Paolo II, i cui sforzi hanno contribuito in modo così significativo a promuovere l’amicizia tra ebrei e cattolici. Rivolgendosi, nel 1995, al Consiglio di Amministrazione del vostro Comitato, osservò che «il dialogo tra Cristiani ed Ebrei [...] deve trovare eloquente espressione nella vita di entrambe le comunità» (6 febbraio 1995). Queste parole continuano a essere pertinenti ancora oggi, come dimostra l’impegno di lunga data della vostra organizzazione nel dialogo e nella cooperazione con la Chiesa cattolica. Pertanto, apprezzo questa opportunità per esprimere gratitudine a tutti coloro che continuano a costruire relazioni, fondate sulla sincerità e sul rispetto reciproco, tra le nostre rispettive comunità.

Radicata nella nostra comune eredità spirituale, questa amicizia ci chiama anche a difendere la dignità umana, a servire i poveri, a proteggere la libertà religiosa e a promuovere la giustizia e la pace. Essenziale per questo impegno è il rifiuto di ogni forma di odio religioso ed etnico e di discriminazione. A tale riguardo, in occasione del sessantesimo anniversario della Dichiarazione Nostra aetate del Concilio Vaticano II ho affermato che «la Chiesa non tollera l’antisemitismo e lo combatte, a motivo del Vangelo stesso» (Udienza generale, 29 ottobre 2025). Le diversità di opinione, per quanto profonde, non devono mai dare vita a pregiudizio e ostilità, che minano le fondamenta morali della nostra società.

In un mondo ferito dalla violenza e dalla diffidenza, questo impegno per la fratellanza è particolarmente urgente. Di fatto, «la testimonianza della nostra fraternità, che mi auguro potremo mostrare con gesti efficaci, contribuirà certamente a edificare un mondo più pacifico, come desiderano in cuor loro tutti gli uomini e le donne di buona volontà» (Discorso ai Rappresentanti di altre Chiese e Comunità Ecclesiali e di altre Religioni, 19 maggio 2025).

Con queste riflessioni, vi ringrazio nuovamente per la vostra visita. Vi assicuro delle mie preghiere. Shalom!

______________________________________

L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 241, giovedì 22 ottobre 2026, p. 2.

Videomessaggio del Santo Padre in occasione dell'apertura delle iscrizioni per partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù di Seoul 2027 (22 ottobre 2026)

Gio, 22/10/2026 - 08:00

Miei cari giovani amici,

oggi, con l’apertura delle iscrizioni alla Giornata Mondiale della Gioventù del prossimo anno, invito calorosamente ciascuno di voi a Seul. Non è semplicemente un invito a visitare una nuova città: è una chiamata a partire per un pellegrinaggio di fede, amicizia e speranza.

Un pellegrinaggio vi offre l’opportunità non solo di scoprire luoghi cristiani in un altro Paese, ma anche di trovare il tempo e lo spazio per incontrare Dio più profondamente, sia personalmente sia nella vita dinamica della Chiesa.

A Seul incontrerete giovani da ogni parte del mondo, espressione di una bella e ricca varietà di lingue e culture. Eppure, nonostante queste differenze, e anzi proprio grazie alla diversità che Dio vi ha donato, sperimenterete un senso ancora più grande di unità, perché siamo tutti membra dell’unico Corpo di Cristo.

Questa occasione sarà dunque un’opportunità speciale per approfondire la vostra fede e incontrare i vostri fratelli e sorelle in Cristo. E spero che creerete ricordi felici e stringerete amicizie che dureranno tutta la vita.

Il tema della Giornata Mondiale della Gioventù è: «Abbiate coraggio: Io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33). Provvidenzialmente, oggi celebriamo la memoria liturgica di san Giovanni Paolo II, che proclamava continuamente a tutti i popoli: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!». Queste parole valgono anche per ciascuno di voi. Perciò, in questo pellegrinaggio, portate tutto ciò che siete e tutto ciò che custodite nel cuore: i vostri sogni, desideri e speranze, ma anche le vostre ferite e fatiche. Il Signore vi aspetta in questo luogo di incontro e di comunione. Chiama ciascuno di voi per nome. Desidera risvegliare la vostra speranza e donarvi la pienezza della vita e della gioia.

Non vedo l’ora di incontrarvi a Seul! Nel frattempo, Dio benedica voi e i vostri cari.

E la benedizione di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, scenda su di voi e con voi rimanga sempre. Amen.

Udienza Generale del 21 ottobre 2026 - I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione <i>Gaudium et spes</i>. 6. <i>L’impegno per la famiglia nella società di oggi</i> (GS, 47-52)

Mer, 21/10/2026 - 11:01

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione Gaudium et spes. 6. L’impegno per la famiglia nella società di oggi (GS, 47-52)

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

La prima cosa che vorrei dirvi è grazie! Grazie per il sostegno delle vostre preghiere. Grazie a Dio per la sua generosità. Rinnoviamo tutti la nostra fiducia nella bontà, nella misericordia di Dio.

La Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS) del Concilio Vaticano II, dopo aver illustrato, nella prima parte, la dignità della persona e la sua vocazione nel mondo, nella seconda parte, «alla luce del Vangelo e dell’esperienza umana», considera alcuni problemi contemporanei più urgenti (cfr GS, 46). L’attenzione si concentra in primo luogo sul matrimonio e sulla famiglia, nella convinzione che «il bene della persona e della società umana e cristiana è strettamente connesso con una felice situazione della comunità coniugale e familiare» (GS, 47).

A tale scopo, non ne vengono semplicemente ribaditi i valori e i fini, ma si prospetta una rinnovata concezione del matrimonio quale «intima comunità di vita e d’amore coniugale» (GS, 48). Integrando la dimensione giuridica del matrimonio come contratto, il fondamento di tale unione viene riconosciuto nel «patto coniugale», inteso come «l’atto umano col quale i coniugi mutuamente si danno e si ricevono» (ibid.). La  reciproca donazione dell’uomo e della donna, tale per cui «non sono più due, ma una sola carne» (Mt 19,6), motiva l’esigenza della «piena fedeltà» e della «indissolubile unità» dei coniugi, trovando viva espressione nella procreazione e nell’educazione dei figli (cfr GS, 48). Riflesso della Trinità divina, l’amore coniugale e genitoriale, attraverso il Sacramento del matrimonio, viene «sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo», affinché i coniugi possano amarsi l’un l’altra così «come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa» (ibid.).

Dopo aver illuminato la realtà del matrimonio alla luce dell’amore di Cristo, che è verità dell’amore umano e divino, Gaudium et spes rivolge l’attenzione all’amore coniugale e alla fecondità matrimoniale. Non limitandosi all’attrattiva erotica, che pure integra in sé, l’amore coniugale coinvolge tutta la volontà degli sposi, ravvivandone gli affetti dell’animo ed esprimendosi mediante sentimenti e gesti di tenerezza (cfr GS, 49). Abbracciando il bene di tutta la persona dell’uomo e della donna, uguali nella dignità, quest’amore pervade tutta quanta la vita dei coniugi, trovando espressione negli atti esclusivamente propri del matrimonio (cfr ibid.). Mentre significa l’amore integrale da persona a persona, la singolare intimità degli sposi ne favorisce la mutua donazione e arricchisce la loro vicendevole gioia (cfr ibid.).

La fecondità dell’amore coniugale, inoltre, si esprime nella procreazione dei figli, «il dono più eccellente del matrimonio» (GS, 50). Trasmettendo ed educando la vita umana, che mai va scartata, gli sposi diventano «cooperatori dell’amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti» (ibid.). Chiamati a tale responsabilità umana e cristiana, essi sono tenuti a lasciarsi guidare da un retto giudizio circa il bene loro e dei loro figli, già nati o venturi. Un tale giudizio, che, in ultima analisi, gli sposi stessi devono formulare davanti a Dio, esige che la loro coscienza si conformi alla legge divina, interpretata dal Magistero ecclesiale alla luce del Vangelo (cfr ibid.).

La valorizzazione della comunione amorosa e della fecondità procreativa nel matrimonio porta il Concilio a escludere che possa esserci «vera contraddizione tra le leggi divine, che reggono la trasmissione della vita, e quelle che favoriscono l’autentico amore coniugale» (GS, 51) e ad affermare, invece, che «quando si tratta di mettere d’accordo l’amore coniugale con la trasmissione […] della vita» si deve «mantenere «in un contesto di vero amore, il significato totale  della mutua donazione e della procreazione umana» (ibid.). Da ciò consegue sia che «la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura», scongiurando «l’aborto e l’infanticidio»; sia che «gli atti specifici della vita coniugale, ordinati secondo la vera dignità umana, devono essere rispettati con grande stima» (ibid.).

L’insegnamento di Gaudium et spes sulla comunità coniugale e familiare giunge quindi a evidenziare la funzione sociale della famiglia, definita «una scuola di umanità più ricca» e «il fondamento della società» (GS, 52), richiamando tutti coloro che hanno responsabilità sociali, specialmente in ambito politico e culturale, al dovere di «collaborare efficacemente alla promozione del matrimonio e della famiglia» (ibid.).

Carissimi, quest’impegno è più che mai urgente. La Chiesa lo sa bene, come dimostra la sollecitudine pastorale dei Papi che si sono succeduti dopo l’ultimo Concilio, fino alla duplice Assemblea sinodale voluta da Papa Francesco, sulla quale sono ritornati, nei giorni scorsi, i Capi delle Chiese Orientali Cattoliche e i Presidenti delle Conferenze Episcopali. La Santa Famiglia di Nazaret ci illumini nel cammino e protegga le famiglie del mondo intero.

_________________________

Saluti

Je salue cordialement tous les pèlerins francophones, en particulier ceux venus de France, de Suisse, de la République de Maurice, d'Haïti et du Cameroun. Puissent vos familles être missionnaires et source de paix et d'unité au sein de la société. Que Dieu vous bénisse !

[Saluto cordialmente tutti i pellegrini di lingua francese. Possano le vostre famiglie essere missionarie e fonte di pace e di unità nella società. Dio vi benedica!]

I extend a warm welcome to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience. Upon all of you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ. God bless you all!

Herzlich begrüße ich die Pilger deutscher Sprache! Ich wünsche euch allen einen schönen Aufenthalt in der Ewigen Stadt. Gott segne und behüte euch!

[Un cordiale saluto ai pellegrini di lingua tedesca. Auguro a tutti un buon soggiorno nella Città Eterna. Dio vi benedica e vi protegga!]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Que la Sagrada Familia de Nazaret proteja a todas las familias del mundo entero. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

Saúdo os peregrinos de língua portuguesa! Confio todos vós e as vossas famílias à Sagrada Família de Nazaré. Que Deus vos abençoe!

[Saluto i pellegrini di lingua portoghese! Alla Sacra Famiglia di Nazaret affido voi e le vostre famiglie. Dio vi benedica!]

Pozdrawiam serdecznie Polaków, a szczególnie organizatorów i wykonawców koncertu „Psalmy Pokoju”, zorganizowanego w 45. rocznicę Watykańskiej Fundacji Jana Pawła II. Niech to wydarzenie sprzyja dążeniom do pokoju i pojednania. Wszystkim wam błogosławię!

[Saluto cordialmente i polacchi, in particolare gli organizzatori e gli interpreti del concerto «Salmi di Pace», per il 45° anniversario della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo II. Tale evento favorisca propositi di pace e di riconciliazione. Vi benedico tutti!]

* * *

Sabato scorso, a Ibiza, Spagna, sono stati beatificati don Juan Torres Torres e 19 compagni, sacerdoti delle isole di Ibiza e Formentera, uccisi in odio alla fede nella persecuzione religiosa del secolo scorso. La loro testimonianza ci incoraggia a fare della vita un'offerta d'amore a Dio e ai fratelli.

Rivolgo il mio cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, come pure ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Esorto ciascuno a vivere con coerenza la fede per irradiare nel vostro ambiente il messaggio liberante del Vangelo.

A tutti la mia Benedizione.

Partecipanti al Convegno promosso dal Dicastero delle Cause dei Santi (21 ottobre 2026)

Mer, 21/10/2026 - 09:00

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.

È bello vedere tanto entusiasmo per i santi di oggi, e grazie!
 

Eminenze, Eccellenze,
cari fratelli e sorelle!

Sono lieto di incontrarvi nella giornata conclusiva del vostro Convegno “La santità nella storia”, organizzato dal Dicastero delle Cause dei Santi. Saluto e ringrazio per il loro impegno i suoi Superiori, i Membri, i Consultori, gli Officiali, i Relatori del Convegno e tutti coloro che, a diverso titolo, lavorano alle Cause dei Santi.

Il tema scelto per queste giornate di studio mira ad approfondire il rapporto tra santità e storia, offrendo l’opportunità di soffermarsi su vari aspetti. Il primo è riferito alla santità canonizzata, che richiede di essere provata da testimonianze autentiche, credibili e al di sopra di ogni sospetto. A questo fine, il lavoro della Commissione storica in ambito diocesano e quello dei Relatori e Consultori del Dicastero per le cosiddette “cause antiche”, rivestono un ruolo essenziale.

Fu proprio un autorevole storico come Papa Pio XI a istituire nell’allora Sacra Congregazione dei Riti la Sezione Storica, aprendo le cause dei santi all’utilizzo specifico del metodo storico-critico. Anche la trattazione delle “cause recenti” non può prescindere da una verifica seria e rigorosa di tutto il materiale raccolto. Le cause dei santi utilizzano gli strumenti propri dello studio della storia, anche se il loro fine non è fare storiografia, quanto piuttosto far emergere l’esemplarità, la spiritualità e la fama di santità dei candidati agli altari.

Un secondo aspetto è come l’evoluzione storica e culturale influenzi, nelle sue diverse fasi, il concetto stesso di santità. Nel trascorrere delle epoche, anche il profilo dei santi può conoscere degli sviluppi: non per seguire gli stereotipi del momento, ma per leggere l’esperienza contingente attraverso le categorie del Vangelo vissuto. Per questo, situare la testimonianza di un santo o di una santa nel contesto in cui è vissuto è molto importante. Il popolo di Dio cerca modelli per abitare il presente, intercessori che aiutino i membri della Chiesa ad affrontare le sfide odierne e a riconoscerne le opportunità. Non va dimenticato, tuttavia, che l’atto solenne della canonizzazione trascende la contingenza storica. Con esso, infatti, il Successore di Pietro non solo approva, ma indica a tutta la Chiesa testimoni credibili del Vangelo, capaci di parlare ad ogni epoca.

Infine, occorre considerare come la presenza e la testimonianza dei santi abbiano trasformato la storia. Illuminati dalla Grazia, essi hanno saputo ascoltare gli appelli del loro tempo, coniugando fede e storia, e spendendo la vita per edificare la realtà nuova del Regno di Dio. La storia del mondo senza i santi e le sante sarebbe immensamente più povera, cioè meno umana.

Carissimi, la testimonianza dei santi, profondamente inserita nella concretezza del loro tempo, ci ricorda la forza innovatrice e trasformatrice della Pasqua. Essi ci mostrano una storia plasmata dalla fede. Vi ringrazio perché, col vostro lavoro, voi contribuite a mettere in luce questa meravigliosa realtà. Vi affido alla protezione della Vergine Maria Regina dei Santi e di cuore vi imparto la Benedizione Apostolica. Grazie.

Angelus, 18 ottobre 2026

Dom, 18/10/2026 - 12:00

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Il Vangelo proclamato nella liturgia odierna (Mt 22,15-21) ci pone a confronto con uno dei detti più celebri di Gesù: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (cfr v. 21). Per questo è importante collocarlo nel contesto in cui fu originariamente pronunciato.

L’evangelista Matteo descrive una situazione ostile verso Gesù: i farisei si radunano per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi (cfr v. 15). Decidono di mandare alcune persone a interrogarlo su una questione controversa: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» (v. 17). La risposta del Maestro è astuta, perché lo tiene fuori dalla trappola e smaschera l’ipocrisia di chi vuol farlo cadere. Chiede loro la moneta del tributo, cioè un denaro. Quelli gliela danno, e Gesù dice: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli rispondono: «Di Cesare». Allora afferma: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (vv. 17-21).

In Gesù contempliamo un Dio che non teme la storia e viene invece ad abitarla. Il suo Regno non toglie le cariche e le responsabilità umane. Chiede però di vivere senza compromessi, liberi da cattive ambizioni e ingiusti interessi, anteponendo a tutto il Regno di Dio e la sua giustizia (cfr Mt 6,33). Colpisce, in questo senso, l’elogio che quelle stesse persone rivolgono a Gesù, seppure mosse da intenzioni non buone: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno» (v. 16).

Carissimi, è proprio questo il profilo di chi “rende a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”: essere veritieri, senza soggezione e ipocrisia, liberi per il bene. Preghiamo il Signore che ci aiuti ad essere così. E affidiamoci all’intercessione della Vergine Maria.

______________________

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

oggi si celebra la centesima Giornata Missionaria Mondiale. Pensiamo a quanta storia missionaria in questi cento anni! Preghiamo perché la Chiesa sia sempre fedele al mandato del Signore risorto: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).

Desidero ringraziare tutti coloro che in questi giorni hanno pregato per me. Ho sentito davvero il vostro sostegno, grazie!

Particolare riconoscenza esprimo ai medici, agli infermieri e a tutto il personale del Policlinico “Gemelli”.

Questa esperienza mi ha fatto provare in modo particolare la vicinanza a quanti attraversano la malattia e una condizione di infermità.

Superata questa fase delicata, come sapete adesso riprenderò gradualmente le mie attività, sempre con l’aiuto di Dio e delle vostre preghiere.

Grazie ancora, grazie a tutti e buona domenica!

 

Santa Messa alla conclusione dell’incontro in occasione del 10° anniversario della pubblicazione dell’Esortazione Apostolica Amoris lætitia (14 ottobre 2026)

Mer, 14/10/2026 - 10:00

Ora leggerò l’omelia preparata dal Santo Padre, Papa Leone XIV.

«La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa» (Francesco, Esort. ap. Amoris laetitia, 19 marzo 2016, 1). Così il Santo Padre Francesco, dieci anni fa, iniziava l’Esortazione apostolica Amoris laetitia (AL).

Oggi celebriamo l’Eucaristia presentando al Signore i frutti del lavoro compiuto sul Documento in questo periodo, cercando di assimilarne la ricchezza e di attuarne le indicazioni pastorali.

La Liturgia odierna ci offre al riguardo alcuni spunti di riflessione. Abbiamo ascoltato, nella prima Lettura, l’“inno alla carità” di San Paolo (cfr 1Cor 12,31-13,13), che l’Esortazione, al capitolo quarto, pone alla base di una ricca meditazione sulle virtù del Matrimonio cristiano, unione «affettiva, spirituale e oblativa» (AL, 120) e icona dell’amore di Dio (cfr AL, 121). È infatti attraverso questi valori che gli sposi, a immagine della Trinità e con l’aiuto della grazia, crescono insieme, giorno per giorno, maturando ciascuno nella propria peculiarità e, al tempo stesso, realizzando quella mutua somiglianza che cresce attraverso il «progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza» (AL, 123). Così, la vera gioia dell’amore è un lento fondersi insieme, in cui l’unicità dell’uno fiorisce, nel dono, attraverso la presenza dell’altro.

L’Apostolo, del resto, rivolgeva le sue parole a una comunità ricca di doni e di carismi (cfr 1Cor 12,4-11), ma bisognosa di maturare nella carità. Ricordava ai Corinzi che senza di essa, pur con tutti i talenti ricevuti, l’uomo è «come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita» (1Cor 13,1): una voce priva d’amore, un orecchio incapace di portare messaggi al cuore, una individualità lontana, fredda, impenetrabile.

Noi non siamo fatti per questo. Ce lo ha ricordato anche il Salmo responsoriale, definendoci “popolo” e “gregge” di un Dio il cui «amore è per sempre» e la cui fedeltà si estende «di generazione in generazione» (Sal 99,5), di un Signore che ama senza mai tirarsi indietro, senza mai smettere di cercarci, di darci fiducia e di rinnovarci la sua amicizia.

È questa la carità che Amoris laetitia ci invita a porre a fondamento delle nostre famiglie. È l’amore vero al quale ci esorta, in modo particolare, a educare i giovani che si preparano al Matrimonio, insegnando loro «l’importanza delle virtù», tra le quali un posto speciale assegna alla castità, «condizione preziosa per la crescita genuina dell’amore interpersonale» (AL, 206). Sono lodevoli, a tale scopo, i cammini che con impegno si fanno a livello parrocchiale o di zone pastorali. Ricordiamo, però, che questi percorsi da soli non bastano, se non sono preceduti e sostenuti da un’educazione all’amore che accompagni tutta la crescita, fin dall’infanzia. Papa Francesco, in proposito, osservava che «imparare ad amare qualcuno non è qualcosa che si improvvisa, né può essere l’obiettivo di un […] corso previo alla celebrazione del matrimonio» (AL, 208). E spiegava: «In realtà ogni persona si prepara per il matrimonio fin dalla nascita» (ibid.), e tutto ciò che un giovane vive in famiglia deve contribuire a «renderlo capace di un impegno pieno e definitivo» (ibid.).

Così la carità domestica, concreta, non priva di momenti di fatica, di errori e di cadute, e al tempo stesso meravigliosa nella sua imprevedibile quotidianità, è la prima scuola degli affetti, il primo prezioso e insostituibile apprendistato della “gioia dell’amore”. Per questo meritano di essere valorizzati e sostenuti gli sforzi di tante famiglie che, nelle nostre città e nei nostri paesi, vivono la loro vocazione e missione giorno per giorno, senza clamore, ma con fedeltà a volte eroica. Esse sono una risposta generosa e comprensibile per tutti alle parole di Gesù che abbiamo ascoltato nel Vangelo: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16). Attraverso la testimonianza di questi genitori, figli, nonni, giovani e anziani, piccoli e grandi, il messaggio di verità e di pienezza di vita del Vangelo si diffonde efficacemente nel mondo.

L’Evangelista Giovanni ci ha riportato la consegna semplice e chiara lasciataci da Gesù al termine della sua vita terrena: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12). Mettiamola in pratica, per crescere come Chiesa che è «famiglia di famiglie» (AL, 87), in un clima di cura reciproca da cui tutti trarremo beneficio: i giovani sposi, che si sentiranno incoraggiati mentre iniziano il loro cammino coniugale; i genitori, che avranno aiuto nell’affrontare le sfide impegnative legate alla crescita dei figli e alla gestione della vita familiare; gli anziani, che vedranno riconosciuto e valorizzato il loro ruolo di testimoni di saggezza e di virtù, mentre le forze fisiche diminuiscono. Qui troverà appoggio e motivazione anche chi è più fragile, o vive situazioni difficili e momenti di crisi, circondato da affetto e protetto da giudizi e pregiudizi. Ricordiamoci che, «per quanto ferita possa essere una famiglia, essa può sempre crescere a partire dall’amore» (XIV Ass. Gen. Ord. del Sinodo dei Vescovi, Relatio finalis, 10).

In questa carità, fondamentale per il nostro stesso esistere e stare insieme come esseri umani, affondano poi le loro radici anche i valori dell’apertura e del rispetto verso la vita, dal concepimento al termine naturale. Di tali valori la famiglia è depositaria per eccellenza, come faro per il bene dell’umanità. Papa Francesco, in merito, sottolineava che «nessuna unione precaria o chiusa alla trasmissione della vita […] assicura il futuro della società» (AL, 52). Senza famiglie solide, aperte al dono dei figli, attente alla loro educazione e alla loro crescita, il mondo non ha avvenire.

Nei testi che abbiamo ascoltato, c’è però ancora un importante invito di Gesù che vorrei richiamare: quello a “chiedere al Padre nel suo nome” (cfr Gv 15,16). Queste parole ci ricordano che la famiglia è luogo privilegiato di preghiera. Bisogna riconoscere, purtroppo, che oggi, in molte parti del mondo, l’abitudine a pregare insieme tra le mura domestiche – prima dei pasti, all’inizio e al termine della giornata, o in occasioni particolari – si è assai indebolita. Amoris laetitia ci rammenta che farlo è fondamentale: «Va sottolineata – afferma – l’importanza della spiritualità familiare, della preghiera e della partecipazione all’Eucaristia domenicale» (AL, 223), e raccomanda che anche tra famiglie ci si riunisca «regolarmente per promuovere la crescita della vita spirituale e la solidarietà nelle esigenze concrete della vita» (ibid.). La preghiera comune e i Sacramenti hanno un ruolo molto rilevante nella vita familiare, perché, aprendo i cuori all’agire di Dio, permettono di giungere insieme anche là dove da soli non si arriverebbe mai. Sono un nutrimento solido e una medicina salutare; perciò esorto calorosamente tutti a riscoprire e promuovere questa pratica.

Cari fratelli e sorelle, ho anche l’onore di presiedere questa celebrazione con uno speciale mandato del Santo Padre Leone XIV, al fine di manifestare pubblicamente la comunione ecclesiastica da Lui concessa a Sua Beatitudine Polis III Nona, Patriarca di Baghdad dei Caldei, che partecipa a questa Eucaristia.

La comunione di un Patriarca con il Successore di Pietro richiama una prassi antica, che sanciva l’unità nella fede e nella carità di una Chiesa patriarcale con la Sede di Roma e, all’epoca, delle stesse Chiese tra di loro: non rappresenta dunque una mera formalità, ma una realtà viva, che attinge la propria ragione d’essere nella Comunione eucaristica, fonte e culmine dell’unità della Chiesa in Cristo.

Beatitudine, la Sua presenza ci aiuta a meglio comprendere il nostro essere Chiesa, comunione in Cristo Signore di Chiese di vari riti e tradizioni nell’unità visibilmente manifestata con il Successore di Pietro. Le assicuriamo l’affetto di tutta la Chiesa cattolica e la preghiera per i fedeli affidati alle Sue cure pastorali, da tempo provati, ma saldi e spesso eroici nel testimoniare, tra molte avversità, la fede in Gesù.

Cari fratelli e sorelle, affidiamo tutte le famiglie e la Chiesa intera alla Santa Famiglia di Nazaret, riprendendo la preghiera posta da Papa Francesco al termine di Amoris laetitia.

«Santa Famiglia di Nazaret,
rendi le nostre famiglie
luoghi di comunione e cenacoli di preghiera,
autentiche scuole di Vangelo
e piccole Chiese domestiche. […]
Mai più ci siano nelle famiglie
episodi di violenza, di chiusura e di divisione;
[…] chiunque sia stato ferito o scandalizzato
venga prontamente confortato e guarito.
[…] Fa’ che tutti ci rendiamo consapevoli
del carattere sacro e inviolabile della famiglia,
della sua bellezza nel progetto di Dio.
Gesù, Maria e Giuseppe,
ascoltateci e accogliete la nostra supplica. Amen» (AL, 325).

Messaggio del Santo Padre al termine dell’Incontro in occasione del decimo anniversario di <i>Amoris laetitia</i> (13 ottobre 2026)

Mar, 13/10/2026 - 19:30

Cari fratelli nell’Episcopato,
Care famiglie,
Cari fratelli e sorelle,

come sapete, in questi giorni non mi è stato possibile essere tra voi. Vi ringrazio di cuore per le vostre preghiere e per il lavoro che avete svolto assieme. La condivisione delle vostre esperienze e il vostro ascolto attento costituiscono veramente un dono per tutta la Chiesa.

Sono particolarmente grato alle famiglie che hanno parlato delle loro gioie, delle difficoltà e delle speranze, nonché ai Capi delle Chiese Cattoliche Orientali e ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, per la loro preparazione e per il tempo che hanno dedicato a questo incontro.

Leggerò i frutti del vostro lavoro e delle vostre discussioni, e a suo tempo offrirò le mie riflessioni. Intanto vi incoraggio a cominciare a condividere con le vostre Conferenze Episcopali e Diocesi ciò che avete vissuto e ricevuto, e a continuare a proclamare il Vangelo insieme alle famiglie, attingendo alla ricchezza di Amoris Laetitia.

In particolare, spero che le famiglie stesse siano sempre attivamente coinvolte nella vita e nella missione delle vostre Chiese locali, e che vi aiutino a discernere le vie da percorrere. Tornando a casa, vi prego di assicurare a tutti i membri delle vostre comunità la mia vicinanza spirituale e il mio incoraggiamento.

Mentre affido ciascuno di voi alla protezione della Sacra Famiglia di Nazareth, vi chiedo di pregare per me, come io faccio per voi. Volentieri imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 13 ottobre 2026

 

LEONE PP. XIV

Soci del Circolo San Pietro (12 ottobre 2026)

Lun, 12/10/2026 - 12:00

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
 

Carissimi fratelli e sorelle, benvenuti!

Sono molto lieto di accogliere per la prima volta il Circolo San Pietro. Ringrazio di cuore il Presidente e tutti voi soci oggi convenuti.

Dal 1869 il vostro benemerito Sodalizio raggiunge, a nome del Papa, tante persone bisognose della nostra amata città di Roma, offrendo i pasti che quotidianamente distribuite, gli asili notturni per le persone senza fissa dimora, gli alloggi per le famiglie in difficoltà e altri servizi. È un’opera lodevole, che realizza il comandamento del Signore di una carità che, nel segreto, attende solo da Dio la sua ricompensa (cfr Mt 6,3-4). Contribuite a formare il volto bello della Chiesa, che testimonia il Vangelo tra i poveri e gli ultimi. Grazie!

Riflettendo sui tre cardini del vostro carisma – preghiera, azione e sacrificio – vorrei consegnarvi oggi una parola che le raccoglie in perfetta armonia: carità.

In primo luogo, infatti, la preghiera è il fondamento della carità. Non è casuale che la prima parola del vostro motto rimandi al legame con Dio. Non si può dare se non ciò che si è ricevuto. E la preghiera è appunto quella relazione attraverso la quale riceviamo la medesima carità che siamo chiamati a donare. Vi incoraggio sempre a tornare alla Parola di Dio e alla preghiera come fonte inesauribile della vostra dedizione.

La seconda parola del vostro motto, “azione”, indica la prospettiva verso cui volgere l’amore ricevuto da Dio. La preghiera, infatti, diventa efficace quando tende verso il prossimo. La caritas generata dallo Spirito Santo è l’amore di Dio riversato nei nostri cuori: un amore che si fa impegno di vita e servizio. Questo amore deve diventare meta, stile e senso del nostro vivere.

Il terzo perno attorno a cui ruota il vostro carisma, il sacrificio, rinvia, infine, al cuore della carità, indicandoci il modo con cui vivere l’equilibrio tra preghiera e azione. «Vero sacrificio – scrive Sant’Agostino –­ è ogni opera con cui ci si impegna ad unirci in santa comunione a Dio. Quindi anche il bene con cui si soccorre l’uomo, se non si compie in relazione a Dio, non è sacrificio. Infatti, sebbene il sacrificio sia compiuto e offerto dall’uomo, è cosa divina» (De Civitate Dei, X, 6). Nell’offerta del vostro tempo, del vostro entusiasmo e anche della vostra fatica a favore dei più piccoli, voi prendete parte all’opera stessa di Cristo, che ci ha amati e ha dato la sua vita per noi. Uniti al suo sacrificio, dunque, non siamo più noi a vivere, ma Cristo stesso vive in noi (cfr Gal 2,20).

Carissimi, la carità sia sempre fonte della vostra preghiera, anima della vostra azione, espressione del vostro sacrificio spirituale.

Vi sono grato per l’obolo di San Pietro che oggi consegnate come segno della vostra fedeltà e devozione al Santo Padre. La vostra devozione è sempre presente con me, perché porto sempre anche il dono che mi avete fatto al momento della mia elezione e vi ringrazio sinceramente. Esso sostiene – qui parlo dell’obolo che voi oggi consegnate – la sollecitudine del Vescovo di Roma per questa città ed è, al contempo, aiuto alle esigenze della Sede Apostolica nel servizio di tutta la Chiesa.

Affido il Circolo San Pietro alla protezione della Vergine Maria, Salus Populi Romani, e benedico di cuore tutti voi, le vostre famiglie e quanti incontrate nel vostro apostolato caritativo. Grazie.

Messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale dell'Alimentazione 2026 (12 ottobre 2026)

Lun, 12/10/2026 - 11:00

Sua Eccellenza Qu Dongyu
Direttore Generale della FAO
 

Eccellenza,

1. Il tema della Giornata Mondiale dell’Alimentazione di quest’anno è “Innovare oggi per nutrire domani”. Aiutando la terra a produrre i suoi frutti, l’umanità non si limita a compiere un’operazione tecnica, ma adempie al comando di custodire la terra e di coltivarla (cfr Gen 2,15), un comando che precede ogni quadro giuridico e ogni innovazione tecnologica. Ciononostante, ci troviamo attualmente in una situazione paradossale, in cui il progresso globale avanza a un ritmo sempre più sostenuto, mentre la fame e la povertà continuano a persistere. Non si tratta di un problema tecnico o finanziario, ma piuttosto di una profonda crisi antropologica ed etica.

2. Oggi si parla di innovazione con gran disinvoltura. Tuttavia, questo termine viene spesso utilizzato solo in riferimento allo sviluppo di dispositivi e algoritmi, oppure all’ottimizzazione delle prestazioni con l’unico fine di ottenere un guadagno economico. È quindi necessario cambiare il modo in cui concepiamo tale progresso, poiché la vera innovazione non sostituisce la creazione, ma implica un’indagine rispettosa delle leggi complesse che guidano l’opera delle mani del Creatore. L’uso di una tecnologia adeguata per coltivare la terra è un’espressione del ruolo della persona umana come collaboratrice di Dio nell’opera della creazione. Eppure, quando la tecnologia moderna viene impiegata in agricoltura in modi che privano il suolo della sua fertilità naturale o allontanano gli agricoltori dalle loro terre, spinti soltanto da motivi economici, ciò non può essere considerato un progresso, ma una forma sofisticata di distruzione. Inoltre, l’uso irresponsabile della tecnologia per interessi esclusivamente egoistici, anziché per il bene comune, non solo viola il principio di solidarietà, ma ignora anche il dovere dell’umanità di salvaguardare il creato. Il tipo di innovazione di cui il mondo ha bisogno, quindi, non si misura solo in base alla quantità di grano prodotto, ma anche alla tutela della dignità umana che Dio ha donato a ciascuno di noi e all’integrità dell’ecosistema che siamo chiamati a preservare.

3. La fame non può essere considerata un’anomalia statistica, poiché è causata principalmente dalla mancanza di volontà politica e di solidarietà collettiva. Né le carenze alimentari sono geograficamente inevitabili. Infatti, in un’epoca caratterizzata da un progresso tecnologico senza precedenti, è intollerabile che il pane sia considerato un privilegio e l’acqua una merce contesa. L’accesso regolare a un’alimentazione sicura, adeguata e sufficiente, in linea con la dignità di ogni persona, è un diritto umano fondamentale. Garantire questo diritto è un obbligo di giustizia che vincola sia i singoli Stati che la comunità internazionale. Eppure, mentre le innovazioni accelerano la produzione, la distribuzione viene trascurata. I mercati dei cereali vengono capitalizzati in borsa, mentre i semi che germogliano nel terreno finiscono nelle mani di monopoli che soffocano l’agricoltura su piccola scala.

4. Per garantire che le esigenze alimentari di domani siano soddisfatte, è necessario liberare la produzione di cibo da una mentalità puramente speculativa. Il pane non dovrebbe essere né uno strumento di pressione geopolitica né un bene finanziario volatile. Né deve mai essere usato come arma di guerra. Infatti, impedire che il pane raggiunga una persona o distruggere i mezzi con cui viene prodotto costituisce una terribile offesa alla dignità umana. Il pane è prezioso perché sostiene la vita che Dio ci ha donato. Dobbiamo quindi superare la tentazione di una visione a breve termine. Il mito secondo cui la crescita possa essere infinita nonostante le risorse limitate ha raggiunto il punto di rottura. Oggi l’innovazione richiede l’adozione di un senso di responsabilità intergenerazionale che guardi oltre i bilanci annuali. Innovazione significa conciliare la tecnologia con la saggezza, compresa quella ancestrale, mantenendo al contempo una visione per il futuro. Non si tratta di rifiutare i progressi tecnologici, ma piuttosto di integrarli con la saggezza dei contadini, che hanno maturato la loro conoscenza della terra e del clima attraverso secoli di osservazione coscienziosa. Ciò comporta anche la tutela dell’acqua come bene comune inalienabile.

5. Signor Direttore Generale, incoraggio l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura e i suoi Stati membri a non accontentarsi di analisi astratte o di dichiarazioni di efficacia limitata. È giunto il momento di dare prova di audacia morale. È essenziale un nuovo ordine alimentare globale, in cui l’innovazione tecnologica sia incondizionatamente subordinata al rispetto della dignità umana donata da Dio e al bene comune universale. Inoltre, esiste un imperativo etico urgente di riconvertire le risorse investite nell’industria bellica verso la ricerca agricola sostenibile e la rigenerazione dei terreni degradati. Il domani non è un arco di tempo astratto che ci attende passivamente; è piuttosto il raccolto di ciò che seminiamo oggi attraverso le nostre decisioni. Se seminiamo un’innovazione non etica, basata sul desiderio di dominare la terra ed escludere i deboli, raccoglieremo aridità e conflitti. Se invece l’innovazione scaturisce dal rispetto per l’ordine naturale e dalla giustizia verso chi ha fame, il domani porterà una tavola imbandita per il sostentamento dell’umanità.

6. Con questi pensieri nei confronti di coloro che si dedicano alla coltivazione e alla tutela del creato, invoco su tutti le benedizioni di Dio Onnipotente e assicuro il costante sostegno della Santa Sede alle iniziative che assistono la FAO nei suoi nobili sforzi.

Dal Vaticano, 12 ottobre 2026

LEONE PP. XIV

Lettera del Santo Padre al Cardinale Giovanni Battista Re, Decano emerito del Collegio Cardinalizio (11 ottobre 2026)

Dom, 11/10/2026 - 12:00

Al Signor Cardinale
GIOVANNI BATTISTA RE
Decano emerito del Collegio Cardinalizio 

Venerato e caro Fratello,

dopo aver accettato la Sua rinuncia all’ufficio di Decano del Collegio Cardinalizio, svolto egregiamente per più di sei anni, desidero esprimerLe la mia gratitudine per il servizio reso da Vostra Eminenza, che è stato per me e per tutti una edificante testimonianza di amore alla Chiesa e al Papa.

Chiamato già da giovane sacerdote al servizio della Santa Sede, Ella è diventato, attraverso i numerosi e delicati incarichi nella Curia Romana, collaboratore fidato dei Sommi Pontefici, in particolare di San Giovanni Paolo II, che La volle prima Assessore della Segreteria di Stato, poi Segretario della Congregazione per i Vescovi e quindi Sostituto della Segreteria di Stato.

Al fianco del Papa del Grande Giubileo del 2000, Ella ha diretto e coordinato con efficacia i molteplici uffici posti a disposizione del suo magistero e della sua missione pastorale, accompagnandolo in una serie memorabile di Viaggi apostolici in Italia e in tutto il mondo. All’inizio del nuovo millennio, il Santo Pontefice La pose a capo della Congregazione per i Vescovi e La creò Cardinale.

Questo lungo cammino Le ha permesso di acquisire una straordinaria conoscenza della Chiesa universale, arricchita da moltissime relazioni personali. Penso di non sbagliare dicendo che Lei, Eminenza, è stato ed è uno dei servitori della Santa Sede più conosciuti e stimati. A ciò ha contribuito non poco il Suo stile aperto, cordiale, franco, e la Sua capacità di affrontare le situazioni e i problemi con saggezza e concretezza, sempre fedele agli insegnamenti della Chiesa e con grande amore per il Successore di Pietro.

Nell’ufficio di Decano del Collegio Cardinalizio, la Sua figura è apparsa ancora più visibile e molti, nel Popolo di Dio e non solo, hanno apprezzato la Sua testimonianza sacerdotale nelle Celebrazioni eucaristiche da Lei presiedute, da ultimo in occasione delle esequie di Papa Francesco.

Caro e venerato Fratello, tutti abbiamo sempre ammirato in Lei il vigore della fede e dello zelo nel ministero, così ben fusi con le doti di operosità attinte dalle Sue radici familiari e dell’amata Val Camonica. Ma il motto che scelse al momento dell’elezione all’episcopato, “Virtus ex alto”, attesta quanto Lei abbia sempre saputo invocare e ricevere forza dal Signore e dalla sua Grazia, e questo accresce in chi La conosce la stima e la gratitudine.

Con questi sentimenti, Le assicuro il mio ricordo nella preghiera, che affido all’intercessione della Vergine Maria e di San Giovanni Battista, e di cuore Le rinnovo la mia Benedizione, estendendola volentieri ai familiari e alle persone care. 

Dal Vaticano, 11 ottobre 2026

        

LEONE PP. XIV

Angelus, 11 ottobre 2026

Dom, 11/10/2026 - 12:00

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi, nel Vangelo, Gesù parla della festa di nozze preparata da un re per suo figlio (cfr Mt 22,1-14).

Il matrimonio di un figlio è un momento speciale per ogni famiglia, e questo padre felice vuole condividere con tutti la sua gioia. Offre un banchetto e invita tante persone. San Tommaso d’Aquino dice, in proposito, che il bene tende per sua natura a diffondersi: «Bonum dicitur diffusivum sui» (Summa theologiae, I, q. 5 a. 4, ad 2), e anche l’immagine del nostro racconto ci parla, in un contesto particolare di vita vissuta, di questa realtà. Quando accade qualcosa di buono, si accende una luce che porta a coinvolgere gli altri nella propria felicità.

Di fronte a un’offerta così bella, però, gli invitati, invece di unirsi alla festa, si tirano indietro e preferiscono continuare a occuparsi dei loro affari. Alcuni, anzi, infastiditi, insultano e addirittura uccidono i messaggeri del re. Anche questo purtroppo, succede: non sempre il bene che offriamo è compreso, riconosciuto, apprezzato, anzi a volte è frainteso e respinto. Ma ciò non deve scoraggiarci. Il re, davanti al rifiuto, non annulla le nozze e non cancella i festeggiamenti, anzi, estende il suo appello a un numero ancora più grande di persone, inviando i suoi servi a chiamarle per le strade, perché la gioia degli sposi sia un dono per tutti.

A questo punto, ci domandiamo: chi rappresentano i protagonisti di questa storia? San Girolamo identifica il re con il Padre dei Cieli, lo sposo con Gesù e la sposa con la Chiesa (cfr Commento a Matteo, Libro III, cap. 22). Tra i protagonisti, allora, ci siamo anche noi, scelti dal Signore per condividere con Lui la nostra esistenza e per essere assieme a Lui portatori di vita. La festa di nozze è la nostra, e la sala del banchetto sono le nostre chiese, le nostre case, i posti in cui viviamo, e in cui ogni giorno il Figlio del Re, Gesù Cristo, torna a dichiararci il suo amore e attende il nostro “sì”. Lì noi lo incontriamo, vestiti, come la sposa, con l’abito bianco del Battesimo e ornati con i gioielli delle opere buone, che ci avvicinano a Dio e tra noi.

La gioia che annunciamo, allora, non è artificiale, ma profonda, concreta, reale, bella come i volti delle persone che incontriamo, vera come il lavoro, i sorrisi, le lacrime, le strette di mano, i gesti di bene delle nostre giornate. Ed è un dono di Dio, per la salvezza del mondo.

Chiediamo dunque a Maria, Madre del Signore, che ci aiuti a crescere in questa gioia e ad annunciarla sempre e ovunque, anche là dove non è compresa, con generosità, con coraggio e con fede.

__________________

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri, a Mantova, è stata beatificata Suor Maria Ignazia Isacchi, fondatrice della Congregazione delle Suore Orsoline del Sacro Cuore di Gesù. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, si prodigò con carità coraggiosa per i bisognosi e disagiati. Il suo esempio ravvivi in tutti noi il desiderio di essere nel mondo testimoni di amore evangelico verso tutti.

La guerra nella martoriata Ucraina continua a causare sofferenze anche ben oltre i suoi confini, soprattutto nei Paesi più poveri, dove tante persone dipendono dalle importazioni di cereali. Rivolgo un accorato appello alle parti in conflitto affinché consentano il trasporto sicuro dei cereali nel Mar Nero. Il pane quotidiano di milioni di persone non può essere ostaggio della guerra.

Oggi in Italia ricorre la Giornata per le Vittime degli incidenti sul lavoro. Saluto l’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro e incoraggio gli sforzi per la prevenzione.

Rivolgo il mio caloroso benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini!

Saluto i membri della Hermandad del Señor de los Milagros a Roma e quanti hanno partecipato alla processione con la venerata Icona del Crocifisso. Grazie della vostra preghiera per la Visita pastorale che compirò in Perù.

Accolgo con gioia i fedeli dell’Eparchia Greco Cattolica di Mukacevo in Ucraina, accompagnati dal loro Vescovo; la Asociación de fieles Hakuna; las “Antiguas Alumnas Jesús Maria España”; il Coro e la Scuola corale della Cattedrale di Haarlem, nei Paesi Bassi; e i fedeli provenienti da Vienna.

Saluto i giovani della vicaria di Chiaravalle, in diocesi di Senigallia; i soci dell’AIDO provinciale di Belluno; il gruppo “Ars Enotria” di Cosenza; e la squadra di calcio femminile dell’Ospedale di Biella.

Carissimi, di recente, durante alcuni controlli, i medici mi hanno trovato un nodulo circoscritto al polmone. È stato individuato in una fase molto iniziale e ben localizzato. I medici ritengono opportuno intervenire e allora, seguendo i loro consigli, ho deciso di operarmi per toglierlo. L’intervento è già programmato nei prossimi giorni. Vi ringrazio per la vostra vicinanza spirituale e mi affido alla vostra preghiera. 

Grazie e buona domenica!

Partecipanti al Meeting dei Direttori dei Musei di tutto il mondo (Bizot Group) (10 ottobre 2026)

Sab, 10/10/2026 - 12:00

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

La pace sia con voi.

Signore e Signori,   

ho colto con piacere la possibilità di incontrarmi con voi membri del Bizot Group, che rappresentate alcuni tra i più prestigiosi Musei del mondo. Saluto il vostro Presidente, Dottor Taco Dibbits, e ciascuno di voi. Per lavoro e per passione, sapete bene che ogni museo è luogo di memoria, di bellezza e di storia, che favorisce l’incontro tra generazioni, promuovendo la cultura e l’umana creatività.

Nel corso dei secoli la Chiesa ha coltivato un rapporto speciale con la dimensione artistica, apprezzando ogni sua forma. L’arte, infatti, è il modo attraverso il quale l’uomo, con il proprio ingegno, valorizza e trasfigura la materia, ovvero il creato che abita a immagine e somiglianza di Dio. Il tema del vostro incontro, la Materialità, risulta al riguardo di particolare interesse, oltre che per esplorare i rapporti tra oggetto e interpretazione dell’opera d’arte, anche per riflettere sulla qualità specifica della materia, come luogo nel quale Dio stesso ha voluto rivelarsi.

A questo proposito, vorrei condividere con voi stamattina alcune brevi riflessioni.

Anzitutto, la materia è disponibile: è un dono che ci viene consegnato. Con la sua maestria l’artista trasforma quanto ha tra le mani facendone a propria volta dono per gli altri: è così che l’elaborazione della cultura valorizza la bellezza del creato. Lo stesso «Gesù lavorava con le sue mani, prendendo contatto quotidiano con la materia creata da Dio per darle forma con la sua abilità di artigiano» (Francesco, Lett. Enc. Laudato sì’, 98).

La materia, inoltre, è duttile: può essere modellata secondo l’idea dell’artista, per esprimerne l’intuizione, dando corpo o suono a emozioni, sogni e parole. L’arte, infatti, è un processo creativo attraverso cui l’uomo, imitando l’opera di Dio, plasma la materia per infondervi un significato trascendente. Essa diventa così segno di quella bellezza che ridesta gli occhi del cuore e della mente, orientando l’uomo verso l’alto.

E infine la materia è memoria. Le opere conservate nei musei sono testimonianze di una storia che interpella ogni persona, di generazione in generazione. L’oggetto museale porge così al presente la sapienza del passato. La Chiesa, pellegrina nel tempo, proprio in questo modo ha inteso l’arte: non come mero estetismo, ma come forma d’annuncio evangelico attraverso la bellezza.

Mi congratulo pertanto con tutti voi per il lavoro di conduzione e amministrazione dei Musei ai quali vi dedicate, custodendo un patrimonio comune all’umanità. Auguro ogni bene per le iniziative del vostro Gruppo e invoco per voi, per i vostri cari e i vostri collaboratori la benedizione del Signore.

Partecipanti al Sinodo dei Vescovi della Chiesa di Antiochia dei Greco-Melchiti (10 ottobre 2026)

Sab, 10/10/2026 - 10:00

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!

Beatitudine,
Cari Fratelli Vescovi,
fratelli e sorelle,

è un piacere incontravi in occasione del vostro Sinodo, che non è soltanto un atto di governo, ma anche un momento di comunione e di servizio come vescovi. Attraverso voi porgo un cordiale saluto ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai seminaristi e a tutti gli amati fedeli della Chiesa melkita, sia nei vostri territori sia nella diaspora in tutto il mondo.

Come ben sapete, fu ad Antiochia che i seguaci di Cristo furono per la prima volta chiamati «cristiani». Adesso come allora, i cristiani sono chiamati a vivere la propria vita in un modo che dia testimonianza della presenza viva di Dio che dimora in mezzo a noi. Di fatto, i primi cristiani si distinguevano dagli altri per la loro vita di carità, cosa che ancora avviene nelle vostre parrocchie. Voi non portate semplicemente la fede nelle vostre menti, ma le permettete di penetrare nei vostri cuori, spinti dallo Spirito a condividere cibo con gli affamati, a fornire istruzione e cure sanitarie, ad accompagnare e a incoraggiare chi soffre, per permettere alla Chiesa di essere un faro — la luce di Cristo — specialmente in questo periodo tumultuoso.

In molte delle terre tradizionali della vostra Chiesa i fedeli sono afflitti da guerre, disordini, estremismi religiosi e difficoltà economiche. Per tramite vostro, vorrei dire alla vostra amata Chiesa: sono con voi. Tutta la Chiesa cattolica è con voi. Perché quando un membro soffre, tutto il corpo soffre insieme (cfr. 1 Cor  12, 26). E proprio perché state soffrendo e cercando di imitare Gesù nella mitezza con cui ha redento il mondo, voi siete nel cuore della Chiesa. Penso in particolare alle ferite, alle difficoltà che affrontate, che spingono molti vostri fedeli a recarsi in Paesi lontani per trovare lavoro, per sfuggire ai pericoli e talvolta persino alla persecuzione, per far crescere la loro famiglia in sicurezza.

Che grande vocazione ha la vostra Chiesa: essere testimone di riconciliazione e di pace in terre devastate dal conflitto. Voi siete i semi di comunione in terre che sono deturpate dalla violenza. Questa testimonianza vi rende davvero icone di secoli di fede nei luoghi più santi della nostra salvezza.

Talvolta la propensione umana per il conflitto può riguardare anche noi all’interno della Chiesa. Non a caso, nel sacro ed evocativo rito della vostra tradizione bizantina la prima istruzione per il sacerdote e il diacono che si preparano a celebrare la Divina Liturgia è di essere riconciliati con tutti, non serbare alcun rancore verso nessuno e non nutrire nessuna malvagità nel cuore. Questa riconciliazione è di per se stessa un sacrificio in e con Cristo.

A tale riguardo, il vostro Sinodo dei Vescovi funge da custode della comunione. Avete una grande responsabilità, che deve essere salvaguardata e alimentata in seno alla collegialità episcopale, come ho voluto sottolineare attraverso la Lettera Apostolica Mutua concordia. Dobbiamo essere sempre vigili per non cadere nella tentazione di elevarci al di sopra degli altri, cercando il potere invece del servizio, il profitto invece della trasparenza e dell’onestà e il successo personale invece della cura pastorale. Lo Spirito Santo ci spinge a cercare e a pregare, a pregare per quell’unità che aiuterà tutte le persone a riconoscere che Cristo è in mezzo a noi.

Inoltre, l’espressione più eloquente della nostra fede e la comunicazione più chiara della Buona Novella a coloro che non conoscono Cristo avviene quando prendiamo la nostra croce e scegliamo di manifestare amore nei momenti in cui proviamo paura, rabbia o sofferenza. Noi che serviamo la Chiesa come clero diamo ai nostri fedeli una speranza più grande nel Vangelo quando esaminiamo noi stessi e ci consideriamo responsabili non solo nella gestione dei beni materiali, ma anche nel modo in cui cerchiamo la riconciliazione.

Nel corso della storia abbiamo visto che le prove che affrontiamo — che sia il martirio o i semplici sacrifici che compiamo per amore del prossimo — di danno l’opportunità di mostrare la nostra fede in un modo che riecheggia nei cuori di quanti stanno cercando la vera pace. Prego, dunque, perché, con speranza cristiana e con amore per tutte le persone con le quali vivete, continuiate a formare i giovani e a incoraggiare tutti nelle vostre più nobili tradizioni.

Da parte sua — e grazie alla generosità di così tanta gente — la Sede Apostolica sta assicurando che vi siano borse di studio per i fedeli in Siria, Libano e Iraq, affinché ricevano un’educazione cattolica. Il nostro obiettivo è di sostenere i giovani, di modo che le famiglie cristiane abbiano l’assistenza necessaria per restare in Medio Oriente e mantenere una presenza cristiana.

Vi ringrazio per ciò che fate e vi assicuro della mia vicinanza spirituale. Affidando questo Sinodo all’intercessione della Theotokos  — la genitrice di Dio — prego perché lo Spirito Santo vi illumini e vi guidi nelle vostre decisioni. Su tutti voi e sui fedeli della Chiesa melkita, invoco l’abbondanza delle benedizioni di Dio.

Grazie.

___________________________

L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 231, sabato 10 ottobre 2026, p. 2.

 

 

Celebrazione eucaristica per l’inaugurazione dell’Anno Accademico delle Università Pontificie (8 ottobre 2026)

Gio, 08/10/2026 - 18:00

Cari fratelli e sorelle,

celebriamo oggi l’Eucaristia invocando il dono dello Spirito Santo, affinché l’inizio di un nuovo anno accademico nelle Università Pontificie sia più di una semplice ripresa delle attività di studio e di ricerca. Desideriamo aprire l’intelligenza e le relazioni educative al soffio creatore del Risorto, che dona pace e unità, per assumere ciascuno il proprio compito e rispondere così a Dio che chiama e a un’umanità in attesa. Sia, dunque, questo nuovo inizio un vero momento ecclesiale, in cui l’esserci radunati attorno alla mensa del Signore alimenti la nostra comune missione. Nessuno, allora, insegnerà, studierà, ricercherà solo per sé stesso, ma con gli altri, per gli altri e soprattutto con il Signore e per il Signore. Come abbiamo ascoltato dalla Lettera ai Galati, infatti, l’intelligenza è determinante per la fede e la missione.

L’apostolo Paolo, preoccupato per le notizie ricevute dalle comunità della Galazia, scrive parole che invitano i destinatari della Lettera a pensare. Il tono è vibrante, acceso, ma quello che potrebbe apparire un rimprovero è in realtà un appello all’intelligenza, alla memoria, al senso critico. In ogni epoca non mancano falsi maestri che volgono ai propri interessi il sentimento religioso di non pochi credenti, spingendoli spesso a radicalizzare qualche aspetto dell’insegnamento ricevuto a discapito dell’intero, che è Cristo e il suo Vangelo.

Carissimi, stimate lo studio come servizio alla fede e alla verità: per il bene vostro e di tanti fratelli e sorelle per i quali il Signore ha dato la sua vita. Sebbene, infatti, l’incontro con Lui generi gioia ed entusiasmo, mai si tratta di un venire “ammaliati” o “incantati” (cfr Gal 3,1). La ragione, il porsi e porre domande, alla luce della Parola di Dio e della Tradizione della Chiesa sono parte essenziale del cammino di fede alla sequela di Gesù Cristo. La Chiesa ha per ciò stesso il desiderio e la responsabilità di custodire integro il tesoro della Rivelazione e di svilupparne nei diversi contesti l’intelligenza orante, la riflessione scientifica, la mediazione culturale, la traduzione pratica. Sono, queste, tutte espressioni di un unico amore, che oggi vi chiama, vi sostiene e vi impegna nella comune ricerca. È una missione! Diverse sono le nostre vocazioni, ma unica è la missione.

Troviamo poi un ulteriore suggerimento nelle parole dell’Apostolo. Egli, infatti, invita i Galati a ricordare da dove avevano cominciato. Scrive: «Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver cominciato nel segno dello Spirito, ora volete finire nel segno della carne? Avete tanto sofferto invano?» (Gal 3,3-4). L’intelligenza, quindi, deve fare memoria: non semplicemente accostando dati, come un algoritmo fa ormai più rapidamente di noi, ma ricordando le esperienze vissute, con le risonanze che solo l’animo umano può provare, ed entrando più intensamente in contatto con la loro bontà. Tutto ciò che è buono inizia “nel segno dello Spirito Santo” e ha, dunque, un respiro, un dinamismo, un senso di comunione che, una volta sperimentati, si imprimono nel cuore. La routine, le ambizioni, le rivalità e altri fattori negativi possono col tempo distrarre attenzione ed energia, lasciando inariditi e fiacchi, litigiosi e tristi. Occorre allora ritornare al cuore. Lì tutto è cominciato, lì è l’inizio che rimane con noi. Carissimi, custodite il cuore! Che siate studenti, ricercatori o docenti, custodite il cuore, perché ogni età e responsabilità siano vissute “nel segno dello Spirito”.

Carissimi, in università coltivate l’amicizia, dono prezioso, tanto più quando è vissuta nella comune ricerca della verità in Cristo. Mantenetevi radicati nel popolo di Dio, stimatene il sensus fidei, accoglietene le domande. E non dimenticatevi dei poveri, che a volte sono quell’amico importuno, che viene a bussare di notte (cfr Lc 11,5-13). Portate la vita nello studio e lo studio nella vita, secondo la logica dell’Incarnazione, fuori dalla quale tace la Rivelazione. Sì, più ci allontaniamo dalla realtà intera che il Figlio di Dio ha assunto e abitato con infinito amore, meno avremo qualcosa da dire e possibilità di capire. Sorelle, fratelli, ascoltiamo il desiderio di Dio che oggi torna a bussare e portiamolo nella ricerca scientifica. Condividiamo ciò che ci nutre. Sono molti a non avere le stesse opportunità formative che noi abbiamo ricevuto. Apriamo la porta, non chiudiamoci.

Come ho suggerito nella mia prima Enciclica, siamo oggi chiamati ad assumere l’atteggiamento del popolo al tempo di Neemia, per costruire la città che Dio desidera abitare con l’intera umanità nella pace (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 8). Ognuno ha il suo compito in questo cantiere, nel quale è importante lavorare insieme. Ad esempio, chi fa i conti con la frammentazione del sapere e con l’impatto delle nuove tecnologie sulla mente umana si accorge che «occorre promuovere una vera igiene dell’attenzione: ritmi che prevedano silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato; senza questi elementi la libertà interiore può risultare compromessa» (ibid., 146).

Lo studio della Teologia non è estraneo a queste sfide, ma nel cantiere della “città di Dio” la sua ricerca contribuisce a illuminare il lavoro di tutti, ponendosi come crocevia dei diversi saperi. In particolare, la Comunità ecclesiale che è a Roma, con la sua vocazione a servire l’intera cattolicità, è punto di incontro, di confronto e di reciproco arricchimento fra sensibilità, culture e tradizioni diverse, nelle quali il Vangelo dischiude i suoi inesauribili tesori.

Cari fratelli e sorelle, che possiate vivere con pienezza questi vostri anni romani. Non lasciateli passare invano! Qui Pietro ha confessato la sua fede fino al martirio. Qui Paolo, il grande traduttore universale dell’esperienza cristiana per tanti popoli, lingue e culture, ha terminato la sua corsa conservando la fede (cfr 2Tm 4,7). In università, guardatevi intorno: nelle vostre aule siede il mondo. Accanto a voi studiano persone provenienti dall’Africa, dall’Asia, dall’America, dall’Europa e dall’Oceania. Non limitatevi a sedervi accanto: incontratevi, parlatevi, ascoltatevi, raccontatevi le vostre esperienze di Chiesa, pregate insieme, condividete momenti di svago, fate nascere amicizie che vi accompagneranno per tutta la vita.

Il Signore ci ha detto: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto» (Lc 11,9-10). Forti di questa promessa, perseveriamo uniti nella preghiera. Affidiamo il nuovo anno accademico alla materna intercessione della Vergine Maria, Sede della Sapienza, e accogliamo lo Spirito Santo che il Padre nostro celeste non fa mancare a coloro che lo chiedono con fiducia filiale.

Videomessaggio del Santo Padre in occasione della 100ª Giornata Missionaria Mondiale (7 ottobre 2026)

Mer, 07/10/2026 - 13:00

Cari fratelli e sorelle in Cristo, 

mentre ricordiamo la Giornata Missionaria Mondiale, ringraziamo Dio per i frutti abbondanti che ha donato alla Chiesa da quando il mio predecessore, Papa Pio XI, ha istituito questa celebrazione annuale, cento anni fa. Egli desiderava così promuovere, in ogni Diocesi e parrocchia, una più profonda comprensione della grandezza del compito missionario e una fervente preghiera per l’opera di evangelizzazione, incoraggiando la vocazione missionaria e sostenendo l’impegno delle Pontificie Opere Missionarie. 

La realizzazione del fine scelto da Pio XI ha portato frutto anche nella mia vita. Guardando alla mia giovinezza, posso vedere come le preghiere offerte al Signore della messe abbiano misteriosamente aiutato a preparare il mio cuore per ascoltare la chiamata di Gesù a seguirlo come missionario agostiniano. Inoltre, le preghiere e le offerte dei fedeli hanno incoraggiato e sostenuto il mio lavoro missionario in Perù, così come quello di innumerevoli altri missionari in tutto il mondo. Per questo motivo vorrei esprimere la mia sincera gratitudine a tutti coloro che hanno sostenuto la Giornata Missionaria Mondiale nel corso degli anni.

Il tema di questo centenario, “Uno in Cristo, uniti nella missione”, ci invita a riflettere sul compito fondamentale di coltivare l’unità della Chiesa nel seguire Cristo, specialmente col nostro impegno e con la nostra responsabilità di diffondere il Vangelo di salvezza a tutte le persone. Attraverso il Battesimo, infatti, ciascuno di noi diventa membro del Corpo di Cristo e ha un ruolo unico nel contribuire all’opera salvifica di Gesù. Il Signore ci chiama a cooperare come una sola famiglia, con l’aiuto dello Spirito Santo, per portare ogni persona, ovunque sia, alla comunione della fede in Cristo. Ribadisco quindi lo speciale appello del Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale: «impegniamoci tutti a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione e i doni ricevuti, alla grande missione evangelizzatrice, che è sempre opera dell’amore. Le vostre preghiere e il vostro sostegno concreto […] saranno di grande aiuto per portare il Vangelo dell’amore di Dio a tutti, specie ai più poveri e bisognosi» (Messaggio per la 100ª Giornata Missionaria Mondiale, 25 gennaio 2026).

Mentre celebriamo questo centenario, vi ringrazio per tutto ciò che farete portando avanti l’eredità della Domenica Mondiale delle Missioni, così da sostenere generosamente la missione di evangelizzazione che la Chiesa svolge in tutto il mondo.

Possa la benedizione di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, scendere su di voi e rimanere con voi per sempre. Amen.

Videomessaggio del Santo Padre in occasione della 100ª Giornata Missionaria Mondiale (7 ottobre 2026)

Mer, 07/10/2026 - 13:00

Cari fratelli e sorelle in Cristo, 

mentre ricordiamo la Giornata Missionaria Mondiale, ringraziamo Dio per i frutti abbondanti che ha donato alla Chiesa da quando il mio predecessore, Papa Pio XI, ha istituito questa celebrazione annuale, cento anni fa. Egli desiderava così promuovere, in ogni Diocesi e parrocchia, una più profonda comprensione della grandezza del compito missionario e una fervente preghiera per l’opera di evangelizzazione, incoraggiando la vocazione missionaria e sostenendo l’impegno delle Pontificie Opere Missionarie. 

La realizzazione del fine scelto da Pio XI ha portato frutto anche nella mia vita. Guardando alla mia giovinezza, posso vedere come le preghiere offerte al Signore della messe abbiano misteriosamente aiutato a preparare il mio cuore per ascoltare la chiamata di Gesù a seguirlo come missionario agostiniano. Inoltre, le preghiere e le offerte dei fedeli hanno incoraggiato e sostenuto il mio lavoro missionario in Perù, così come quello di innumerevoli altri missionari in tutto il mondo. Per questo motivo vorrei esprimere la mia sincera gratitudine a tutti coloro che hanno sostenuto la Giornata Missionaria Mondiale nel corso degli anni.

Il tema di questo centenario, “Uno in Cristo, uniti nella missione”, ci invita a riflettere sul compito fondamentale di coltivare l’unità della Chiesa nel seguire Cristo, specialmente col nostro impegno e con la nostra responsabilità di diffondere il Vangelo di salvezza a tutte le persone. Attraverso il Battesimo, infatti, ciascuno di noi diventa membro del Corpo di Cristo e ha un ruolo unico nel contribuire all’opera salvifica di Gesù. Il Signore ci chiama a cooperare come una sola famiglia, con l’aiuto dello Spirito Santo, per portare ogni persona, ovunque sia, alla comunione della fede in Cristo. Ribadisco quindi lo speciale appello del Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale: «impegniamoci tutti a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione e i doni ricevuti, alla grande missione evangelizzatrice, che è sempre opera dell’amore. Le vostre preghiere e il vostro sostegno concreto […] saranno di grande aiuto per portare il Vangelo dell’amore di Dio a tutti, specie ai più poveri e bisognosi» (Messaggio per la 100ª Giornata Missionaria Mondiale, 25 gennaio 2026).

Mentre celebriamo questo centenario, vi ringrazio per tutto ciò che farete portando avanti l’eredità della Domenica Mondiale delle Missioni, così da sostenere generosamente la missione di evangelizzazione che la Chiesa svolge in tutto il mondo.

Possa la benedizione di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, scendere su di voi e rimanere con voi per sempre. Amen.

Udienza Generale del 7 ottobre 2026 - I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione Gaudium et spes. 5. <i>La missione della Chiesa nel mondo contemporaneo</i> (<i>GS</i>, 40-45)

Mer, 07/10/2026 - 10:00

I Documenti del Concilio Vaticano II. IV. Costituzione Gaudium et spes. 5. La missione della Chiesa nel mondo contemporaneo (GS, 40-45)

 

Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Riprendendo la riflessione sulla Costituzione conciliare Gaudium et spes (GS), oggi consideriamo il quarto capitolo della prima parte, dedicato alla missione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Prima di tutto il Concilio ricorda che la Chiesa non è “sopra” o “accanto” al mondo, ma come innestata in esso. «Mundus reconciliatus Ecclesia», scriveva S. Agostino (Sermo 96): la Chiesa è mondo già riconciliato con Dio; siamo pellegrini sulla terra e con questo mondo condividiamo la fragilità e la bellezza (cfr GS, 40).

Come il Figlio di Dio si è incarnato per dare la vita al mondo e riconciliarlo con il Padre, così la Chiesa abita nel mondo come segno dell’incarnazione di Dio per manifestare il suo disegno di renderci tutti suoi figli in un’unica grande famiglia umana. Perciò, la Chiesa cammina nella storia in mezzo alle genti e alle culture, e «questo intreccio di vita con i popoli le fa comprendere sempre più che la sua missione ha una portata storica e comporta una responsabilità nei confronti del modo in cui si tessono le relazioni sociali» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 19).

La prima missione della Chiesa è quella di aiutare le persone ad essere attente alle domande profonde della vita: quelle sulla nostra origine e il nostro destino, così come quelle sul senso dell’amore e del dolore (cfr GS, 41). La logica del profitto a tutti i costi e la manipolazione dell’informazione rischiano di esercitare una indebita pressione affinché le persone si conformino a uno stile di vita centrato sul consumo di beni materiali, ma il nostro cuore è fatto per guardare in alto.

I Padri del Concilio ricordano che la missione della Chiesa si realizza anche nel contribuire alla costruzione della città terrena. Tuttavia, i suoi metodi e la sua finalità non sono primariamente di ordine politico, bensì consistono nella testimonianza della fede e della carità, insieme con l’impegno per la giustizia, la pace, la fraternità. Adorando Cristo, il Giusto morto per gli ingiusti, il credente non può accettare l’oppressione dei piccoli e dei poveri, come pure quelle strutture inique che perpetuano condizioni di dipendenza e di ingiustizia. La Dottrina sociale della Chiesa orienta l’azione dei cristiani, che collaborano con tutte le persone di buona volontà nel promuovere il bene comune. Alla Chiesa, dunque, «niente sta più a cuore che di servire al bene di tutti e di potersi liberamente sviluppare sotto qualsiasi regime che rispetti i diritti fondamentali della persona e della famiglia e riconosca le esigenze del bene comune» (GS, 42).

Per compiere con efficacia la missione evangelica è necessario che ogni battezzato si impegni a cooperare con la grazia dello Spirito Santo, affinché la sua fede sia viva e si esprima in comportamenti coerenti. Infatti, come ricordano i Padri conciliari, il distacco tra fede professata e vita quotidiana «va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo» (GS, 43).

Gaudium et spes riserva una menzione particolare (cfr ibid.) alla missione dei fedeli laici, i quali, in forza del Battesimo, sono chiamati ad animare il mondo con lo spirito cristiano e la visione del Vangelo. Luoghi principali di questa azione, che può ben dirsi sacerdotale, sono indubbiamente la famiglia e l’attività lavorativa, ma essa si estende ad ogni ambiente di vita.

La Chiesa, infine, è sempre attenta a ciò che nella società avviene e si sviluppa (cfr GS, 44). È compito di tutto il Popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, discernere ciò che nelle culture del nostro tempo è degno di considerazione, avendo sempre come supremo criterio di discernimento la Parola di Dio e la Tradizione della Chiesa. Questo richiede un animo equilibrato e libero dalle mode culturali, capace di guardare al mondo in modo positivo e, al contempo, saldo nel custodire e presentare il messaggio evangelico nella sua integralità. Infatti, «non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo» (Discorso alla Plenaria del Dicastero per l’Evangelizzazione - Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione del mondo, 28 maggio 2026).

Carissimi, la Chiesa, mentre è in cammino nella storia, «ha di mira un solo fine: che venga il regno di Dio e si realizzi la salvezza di tutta l’umanità» (GS, 45). A questo fine essa tende soprattutto attraverso la santità personale e l’amore fraterno. Scriveva San Paolo VI: «Senza questo contrassegno di santità, la nostra parola difficilmente si aprirà la strada nel cuore dell’uomo del nostro tempo, ma rischia di essere vana e infeconda» (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 76). Pertanto, facciamoci docili all’azione dello Spirito Santo, perché ci aiuti a vivere in santità e carità, così che il mondo possa credere e sperare.

________________________

Saluti

Je salue cordialement les personnes de langue française, en particulier les pèlerins provenant des diocèses d’Amiens, d’Arras, de Marseille et le groupe de “Gens du Voyage”, ainsi aux fidèles venus du Sénégal. Frères et sœurs, apprenons à cultiver l’ouverture d’esprit et la capacité de porter un regard positif sur les personnes, afin de les aider à accueillir le message évangélique et à devenir des semeurs d’espérance dans la société. Que Dieu vous bénisse !

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua francese, in particolare ai pellegrini provenienti dalle diocesi di Amiens, Arras e Marsilia, al gruppo “Gens du Voyage”, nonché ai fedeli venuti dal Senegal. Fratelli e sorelle, impariamo a coltivare l’apertura mentale e la capacità di guardare le persone con uno sguardo positivo, per aiutarle ad accogliere il messaggio evangelico e a diventare seminatori di speranza nella società. Dio vi benedica!]

I extend a warm welcome to all the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those from England, Scotland, Ireland, Uganda, South Africa, Australia, New Zealand, India, Indonesia, the Philippines, Sri Lanka, Canada and the United States of America. Upon each of you and your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ. God bless you all!

Herzlich begrüße ich die Pilger deutscher Sprache, besonders die jungen Männer aus der Schweizerischen Eidgenossenschaft, die an der Informationswoche der Päpstlichen Schweizergarde teilnehmen. Allen wünsche ich einen guten Aufenthalt hier in Rom. Möge der Herr euch segnen und euch immer beschützen.

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua tedesca, in particolare i giovani provenienti dalla Confederazione Elvetica che partecipano alla settimana informativa della Guardia Svizzera Pontificia. A tutti auguro un buon soggiorno qui a Roma. Il Signore vi benedica e vi protegga sempre.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Los animo a ser dóciles a las inspiraciones del Espíritu Santo, para que cada uno, desde su propio estado de vida, colabore a fin de que se instaure el Reino de Dios en el mundo y toda la humanidad reciba la salvación obtenida mediante el sacrificio de Cristo. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

我向中文的人们致以诚挚的问候。亲爱的弟兄姐妹,愿玛利亚,耶稣的母亲,在你们困难与苦难时,成为你们的避难所与力量。我由衷地降福你们。

[Rivolgo il mio cordiale saluto alle persone di lingua cinese. Cari fratelli e sorelle, Maria, la madre di Gesù, sia per voi rifugio e forza nei momenti di difficoltà e di sofferenza. Vi benedico di cuore.]

Uma saudação cordial aos peregrinos de língua portuguesa, em especial aos grupos vindos do Brasil e de Portugal. Queridos irmãos e irmãs, na próxima segunda-feira, 12 de outubro, celebra-se Nossa Senhora Aparecida, Padroeira do Brasil. Confio todos vós e as vossas famílias à sua intercessão maternal. Que Nossa Senhora vos proteja sempre! Deus vos abençoe!

[Un cordiale saluto ai pellegrini di lingua portoghese, in modo speciale, ai gruppi venuti dal Brasile e dal Portogallo. Cari fratelli e sorelle, il prossimo lunedì 12 ottobre si celebra Nossa Senhora Aparecida, Patrona del Brasile. Alla sua materna intercessione affido voi e le vostre famiglie. La Madonna vi custodisca sempre! Dio vi benedica!]

أُحَيِّي المُؤمِنينَ النَّاطِقينَ باللغَةِ العربِيَّة. نَحنُ مَدعُوُّونَ إلى أنْ نَشهَدَ لِلمَسِيحِ بالمَحَبَّةِ والعَدلِ والسَّلام، مِن أجلِ بِناءِ عالَمٍ يَسُودُ فِيهِ الخَيرُ العام والأخُوَّةُ بَينَ الجَمِيع. باركَكُم الرّبُّ جَميعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba. Siamo chiamati a testimoniare Cristo attraverso l’amore, la giustizia e la pace, per costruire un mondo in cui il bene comune e la fraternità prevalgano tra tutti. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Serdecznie pozdrawiam Polaków, a szczególnie pielgrzymów z Diecezji Łomżyńskiej przybyłych wraz ich Biskupem, by dziękować za 100 lat tego Kościoła lokalnego, a także pielgrzymów z Diecezji Siedleckiej z ich Biskupami. Polecam was wstawiennictwu Maryi, Matki Pięknej Miłości, oraz wspominanej niedawno św. Faustyny Kowalskiej, „Apostołki Bożego Miłosierdzia”, byście na drogach codzienności zawsze ufali Bogu, który jest Panem dziejów. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus!

[Saluto cordialmente i polacchi, in particolare i pellegrini della Diocesi di Łomża, venuti con il loro Vescovo per rendere grazie per i 100 anni della Chiesa locale, nonché i pellegrini della Diocesi di Siedlce con i loro Vescovi. Vi affido all’intercessione di Maria, Madre del Bell’Amore, e di Santa Faustina Kowalska, «Apostola della Divina Misericordia», di cui abbiamo fatto di recente memoria, affinché nel cammino quotidiano confidiate sempre in Dio, Signore della storia. Sia lodato Gesù Cristo!]

* * *

Rivolgo il mio cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai Frati Minori della Puglia e del Molise, ai fedeli delle parrocchie di Montenero di Bisaccia e di Bisceglie, all’Associazione nazionale Direttori Amministrativi e Finanziari.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. L’odierna memoria liturgica della Beata Vergine Maria del Rosario mi offre l’opportunità per ricordare l’importanza del Santo Rosario, preghiera mariana tanto cara alla tradizione della Chiesa. Vi invito a recitarla per sperimentare il conforto della nostra Madre celeste, rifugio sicuro in mezzo alle difficoltà della vita.

A tutti la mia Benedizione.

Pagine