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Conferenza Episcopale Italiana
Aggiornato: 11 min 11 sec fa

Quando la cura del Creato si unisce al riscatto sociale

Lun, 07/09/2026 - 17:44

“Immaginiamo un mondo in cui le energie attualmente impiegate nella guerra siano destinate allo sviluppo umano integrale, al superamento della povertà, alla difesa della dignità umana e alla riconciliazione tra i popoli divisi. Una visione del genere riflette la fede nell’avvento del Regno di Dio”. Così Papa Leone XIV nel Messaggio “Forgeranno le spade in vomeri e le loro lance in falci” (Is 2,4) per la XI Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato del 1° settembre, inizio del Tempo del Creato che termina il 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi. Cinque settimane dedicate alla preghiera, all’impegno nella cura della “casa comune”, in cui si inserisce anche la Giornata Nazionale per la Custodia del Creato ospitata quest’anno dalla Diocesi di Savona-Noli, dal 12 al 13 settembre. Un tempo forte per rilanciare l’urgenza di una “conversione ecologica” che unisce la salvaguardia dell’ambiente al riscatto sociale delle comunità locali. Quella conversione che la Chiesa cattolica sostiene grazie anche ai fondi dell’8xmille con migliaia di progetti in tutto il mondo.

È quello che accade nella Repubblica Democratica del Congo, dove il VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo) porta avanti la campagna “Proteggiamo la terra”. Oltre a obiettivi sociali come la tutela di minori e vulnerabili con centri di accoglienza e programmi di protezione per ragazze madri e minori a rischio, gli interventi includono la promozione di percorsi formativi e kit didattici per l’educazione ambientale, la formazione professionale e il sostegno a cooperative agricole locali per favorire tecniche di coltivazione sostenibili che non danneggino il delicato ecosistema del territorio. L’arte e i video sono utilizzati come strumenti di trasformazione sociale per denunciare lo sfruttamento iniquo delle risorse naturali e delle terre congolesi e dare voce ai giovani, perché possano essere protagonisti di un deciso cambio di rotta.

“Il Futuro è nelle nostre Mani! – Azioni integrate di protezione e promozione dei Giovani dell’Angola” è il titolo di un altro progetto realizzato sempre dal VIS in collaborazione con i Salesiani di Don Bosco e finanziato dall’8xmille. Una cinquantina di giovani sono stati formati sull’importanza delle loro azioni di mobilitazione a favore di un Paese più ecologico. Oltre agli argomenti ambientali, è stata dedicata particolare attenzione agli aspetti sociali legati alla relazione e comunicazione con le comunità locali di Cuanza Sul per raggiungere un livello più elevato di consapevolezza e trovare soluzioni innovative alle sfide ambientali.

Come è avvenuto nella Diocesi di Dindigul, in India, dove si è concluso con successo un progetto che ha garantito il sostentamento e la sicurezza alimentare. Nel corso del programma sono state lanciate 75.000 palline di semi (seed balls) e messi a dimora circa 50.000 alberelli. “La nostra terra stava morendo per la siccità, ma queste 75.000 ‘bombe di semi’ e i nuovi sistemi di raccolta dell’acqua piovana hanno letteralmente ridato vita ai nostri campi coinvolgendo 90 comunità”, racconta Meenakshi, una delle coltivatrici locali: “oggi, grazie agli orti comunitari, garantiamo cibo e sicurezza a più di 20.000 persone nella nostra comunità. Abbiamo dimostrato che la terra, se curata, risponde sempre”. La mappa verde della regione si è arricchita con la riforestazione di 30 ecosistemi di biodiversità, l’avvio di 30 orti e 9 vivai comunitari che hanno garantito una risorsa per 1.500 famiglie.

Un progetto di più limitato impatto ma altrettanto importante è stato promosso anche dalle Piccole Suore di Santa Teresa del Bambin Gesù a Fort-Liberté, Haiti, per contribuire alla salute e alla sicurezza alimentare della popolazione. La Congregazione ha messo a disposizione 15 ettari per la formazione pratica. Il progetto ha promosso una serie di attività chiave: dalla piantagione di alberi da frutto alla commercializzazione dei raccolti, fino alla trasformazione di frutta, verdura e legumi. Parallelamente, si è puntato al rilancio del comparto zootecnico attraverso l’allevamento bovino e ovino. È stato coinvolto un gruppo target di 50 agricoltori, 32 uomini e 18 donne. A questo nucleo si è affiancato un secondo gruppo interamente composto da giovani: 50 nuovi produttori con un’età media di soli 22 anni, 35 uomini e 15 donne. “Questo progetto spiega Lovenson, un ventiduenne del secondo gruppo – ci sta dando una ragione concreta per restare nelle nostre campagne, guidando un vero ricambio generazionale. Non ci limitiamo più a coltivare: abbiamo imparato a trasformare frutta e legumi, a gestire l’allevamento ovino e a produrre formaggio locale sotto controllo veterinario”.

Ogni gesto di cura per il Creato diventa così parte di un flusso globale di speranza per dare corpo al “sogno” di Isaia e passare, come sottolinea Papa Leone XIV, “dal deserto al giardino, dalla divisione alla comunione e dalla violenza alla pace”.

Ordinanza Cassazione 8xmille: il commento di Mons. Baturi

Gio, 03/09/2026 - 17:11

“La Corte dei conti non ha giurisdizione nei confronti delle Diocesi e dei Vescovi per le azioni di risarcimento del danno erariale causato dall’appropriazione o distrazione delle somme erogate alla Chiesa cattolica quale quota dell’otto per mille del gettito Irpef ai sensi dell’art. 47 della legge n. 222/1985”. È quanto stabilisce una recente ordinanza, la n. 24778/2026, delle Sezioni Unite Civili della Corte Suprema di Cassazione, decisa nella camera di consiglio dello scorso 26 maggio e pubblicata il 26 agosto. “L’ordinanza – spiega Mons. Giuseppe Baturi, Segretario Generale della CEI, in una comunicazione inviata oggi ai Vescovi italiani – merita di essere segnalata perché affronta per la prima volta, in modo specifico, il tema della disciplina relativa alla gestione della quota dell’otto per mille assegnata alla Chiesa cattolica e derivante dalla ripartizione della somma dell’otto per mille del gettito Irpef, ai sensi degli artt. 47 e 48 della legge di esecuzione del Protocollo sottoscritto dalla Santa Sede e dallo Stato Italiano il 15 novembre 1984”.

A riguardo i Giudici della Suprema Corte chiariscono che “la disciplina sul finanziamento della Chiesa cattolica va […] intesa come un corpo normativo accurato e completo, ispirato alla logica pattizia che informa la disciplina dei rapporti Stato-Chiesa, in cui la formale assenza di disposizioni che prevedano l’applicazione delle norme di contabilità unilateralmente adottate dallo Stato o altri controlli pubblici sull’utilizzo dei finanziamenti non appare superabile in via interpretativa”. In questo modo, sottolinea Mons. Baturi, vengono statuite “sia l’inapplicabilità di norme di contabilità pubblica alla materia della gestione dei fondi otto per mille gestiti dalla Chiesa cattolica sia l’esclusione di un sindacato giurisdizionale per responsabilità erariale da parte della Corte dei conti”.

Nell’ordinanza viene inoltre evidenziato che l’utilizzo delle somme “che entrano a far parte del patrimonio della Chiesa si compie del tutto al di fuori di uno schema procedimentale di tipo contabile”, derivandosi da ciò che la materia della gestione delle somme assegnate alla Chiesa cattolica deve restare confinato nell’ordinamento canonico, poiché “la destinazione e l’impiego delle somme si svolgono […] nel circuito organizzativo e regolatorio dell’ordinamento ecclesiastico”.

Per Mons. Baturi, “trovano così, ora, anche autorevole conferma, nella materia del finanziamento alla Chiesa cattolica, sia il percorso normativo sin qui stabilito e seguito dalla Conferenza Episcopale Italiana sia le soluzioni di prassi istituzionale sin qui adottate e fatte valere nei rapporti con le Istituzioni dello Stato italiano competenti in materia e che in assenza di una specificazione nella legge concordataria avevano portato, nell’ultimo decennio, a tentativi di restringimento degli ambiti di autonomia e indipendenza della Chiesa”.

L’ordinanza, rimarca il Segretario Generale, “conferma, dunque, ora, autorevolmente, che la materia della gestione delle somme assegnate alla Chiesa Cattolica è definita nell’ordinamento canonico secondo le regole e la disciplina stabilite dalla Conferenza Episcopale Italiana, con esclusione di qualunque altra disposizione o normativa statale in materia di contabilità pubblica”.

La decisione, conclude Mons. Baturi, “non cambia e non intacca il sistema normativo della gestione delle somme assegnate alla Chiesa per come definito dai Vescovi in Italia, uniti nella Conferenza Episcopale Italiana, ma avvalora il percorso avviato di continua e costante attenzione e verifica della solidità del regime regolatorio, occorrendo dovere e potere sempre rispondere ‘sul piano della verifica istituzionale del funzionamento del sistema e della trasparenza sull’utilizzazione delle risorse’”.

Legge sul fine vita in Veneto: dichiarazione del Patriarca di Venezia

Mer, 02/09/2026 - 19:11

Condividiamo la dichiarazione del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia circa la nuova legge regionale sul fine vita, approvata oggi (2 settembre) in Veneto:

“A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile.

La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata. C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole, ossia per le persone che affrontano la vecchiaia e il suo epilogo non potendo contare su un effettivo accompagnamento e supporto umano e affettivo.

Quanto alle motivazioni psicologiche – i cui margini di interpretazione soggettiva sono ampi – è evidente che di volta in volta le situazioni in cui sarà consentito intervenire col suicidio assistito tenderanno a moltiplicarsi. In alcuni dei sostenitori della legge in oggetto, essa è intesa come l’inizio di un processo ampliabile. E così si rischia di aprire a un soggettivismo interpretativo per cui è logico domandarsi quali saranno i criteri effettivamente utilizzati per definire e valutare oggettivamente, di volta in volta, una sofferenza come “insopportabile”.

Oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato.

L’impegno ora è di promuovere di più e meglio una cultura di prossimità, specialmente nei momenti in cui la vita diventa difficile e fortemente compromessa.

L’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore.

Infine, l’auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari”.

Venezia, 2 settembre 2026

Aree interne. Incontro dei Vescovi: comunicato finale

Mar, 01/09/2026 - 15:44

Dare continuità a un cammino nato dal basso, rafforzare il confronto tra i Vescovi e mettere a fuoco proposte capaci di incidere concretamente sulla vita dei territori. Sono le prospettive emerse dall’incontro dedicato alle Aree interne, conclusosi oggi, 1° settembre, a Benevento, presso il Centro “La Pace”, con la riflessione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI.

Il tradizionale appuntamento ha permesso di fare un bilancio di quanto fatto a partire dal 2021 e – grazie agli spunti offerti dalla relazione introduttiva di Mons. Mariano Crociata, Vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno – di evidenziare che “non è più tempo di pensare una azione pastorale avulsa dalle dinamiche territoriali, economico-sociali e culturali che interessano i nostri fedeli e le nostre comunità”, facendo eco anche all’espressione, “semplice ed efficace”, di Leone XIV, il quale ha ribadito che “l’annuncio cristiano ha un’intrinseca dimensione sociale” (Magnifica humanitas, n. 42).

A dare concretezza alla riflessione sono state anche le buone prassi condivise durante i lavori. Le esperienze di L’Aquila, Forlì e Cagliari hanno mostrato, da prospettive differenti, come la ricostruzione del tessuto comunitario, la corresponsabilità dei laici, la collaborazione con le istituzioni e la promozione del lavoro possano dare risposte alle fragilità delle Aree interne. Esperienze diverse, accomunate dalla capacità di attivare le risorse locali, creare alleanze e avviare processi in grado di generare fiducia e nuove opportunità.

Nella seconda parte del Convegno, i Presuli si sono confrontati sul modo in cui dare continuità ed efficacia al ricco percorso, che ha assunto, nel corso degli anni, uno spessore nazionale. I Presuli hanno ritenuto utile proseguire il loro impegno: a tal fine è stato designato un gruppo di tre Vescovi (Mons. Felice Accrocca, Vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno; Mons. Benoni Ambarus, Arcivescovo di Matera-Irsina e Vescovo di Tricarico; Mons. Marco Prastaro, Vescovo di Asti), in rappresentanza delle diverse aree geografiche del Paese, col compito di individuare, insieme alla CEI – che in questi anni è stata sempre attenta alla problematica, con la presenza costante e con il progressivo coinvolgimento di alcuni suoi Uffici –, temi, forme e luoghi del prossimo Convegno.

 

 

Aree interne: allargare gli spazi della riflessione e dell’iniziativa pastorale

Lun, 31/08/2026 - 16:40

Non territori marginali, ma luoghi capaci di custodire legami, memoria e fede popolare e di aprire nuove possibilità di futuro. È il volto delle Aree interne delineato nella prima giornata dell’incontro dei Vescovi, che si è aperto oggi, 31 agosto, a Benevento, presso il Centro “La Pace”.

Nel corso dei lavori, ai quali partecipano una trentina di Presuli, è emersa la necessità di abitare questo tempo con speranza, tessendo alleanze tra Chiesa, istituzioni e società civile. Obiettivo dell’appuntamento, promosso a partire dal 2021, è infatti quello di condividere buone prassi e individuare nuove prospettive per quelle comunità chiamate a confrontarsi con trasformazioni pastorali, sociali e demografiche. Il percorso ha portato, nel 2025, alla firma di una “Lettera aperta al Governo e al Parlamento”, con l’invito tra l’altro ad “avviare un percorso plurale e condiviso in cui gli attori contribuiscano a costruire partecipazione e confronto così da generare un ripopolamento delle idee ancor prima di quello demografico”.

Al centro del confronto odierno – introdotto dagli interventi di Mons. Michele Autuoro, Arcivescovo di Benevento, e Mons. Felice Accrocca, Arcivescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e Foligno – anche il ruolo delle comunità cristiane, chiamate a tutelare il patrimonio di relazioni e valori dei territori, contrastando l’individualismo e facendo crescere partecipazione, prossimità e responsabilità condivisa. Una visione che riguarda la stessa “forma di Chiesa” nelle Aree interne, valorizzando il ruolo dei battezzati, di famiglie testimoni e di comunità in grado di assumersi delle responsabilità, anche dove non è possibile garantire stabilmente la presenza di un parroco.

“Abbiamo preso coscienza che l’attenzione alle Aree interne non può essere sviluppata prescindendo da quella che dobbiamo comunque rivolgere a tutti i territori delle nostre Diocesi. Esse vanno piuttosto trattate come un ambito specifico nel quadro della sfida complessiva che oggi la Chiesa si trova ad affrontare nell’adempimento della sua missione di annuncio, servizio e testimonianza”, ha sottolineato Mons. Mariano Crociata, Vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, che ha richiamato l’urgenza di “integrare la dimensione pastorale con uno sguardo guidato dall’insegnamento sociale della Chiesa”.

Da qui alcune piste di impegno che guardano alla formazione, alla partecipazione alla vita pubblica, ai corpi intermedi e al Terzo Settore. “C’è bisogno – ha affermato il Vescovo – di fare rete e creare reti, esaltare la dimensione comunitaria e sostenere ogni forma di prossimità nei confronti del cittadino; c’è bisogno di creare luoghi di confronto e di mediazione, di promuovere responsabilità condivisa”.

L’incontro proseguirà domani con il confronto nei gruppi e in plenaria. Sarà il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, a concludere i lavori con una riflessione sulle “Nuove prospettive per continuare il cammino”.

In allegato il testo integrale dell’intervento di Mons. Crociata.

 

Presidenza CEI: 500mila euro per le emergenze umanitarie in Colombia, Perù, Indonesia e Nepal

Ven, 28/08/2026 - 12:29

Un aiuto concreto alle comunità di Colombia, Perù, Indonesia e Nepal: la Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha deciso uno stanziamento complessivo di 500mila euro dai fondi dell’8xmille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica per rispondere ai bisogni più urgenti.

“Si tratta – spiega il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI – di un segno di vicinanza della Chiesa italiana alle popolazioni che si trovano ad affrontare importanti emergenze umanitarie. La sofferenza di chi vive lontano non può esserci estranea: ci riguarda e ci chiama alla responsabilità. Tendere la mano a chi è in difficoltà significa riconoscere che nessuno può salvarsi da solo e che ciò che ci unisce è più forte delle distanze. Attraverso gesti di fraternità e di cura possiamo ricostruire legami, alimentare la speranza e rendere la pace una possibilità reale, soprattutto in un tempo che continua a essere caratterizzato da tensioni, divisioni e conflitti”.

Le risorse saranno destinate, attraverso Caritas Italiana e la rete delle Caritas locali, ad accompagnare nel tempo i percorsi di ripresa delle comunità colpite.

In Indonesia, il terremoto di magnitudo 7.7 che il 15 agosto ha devastato l’isola di Flores ha provocato oltre 100 vittime, più di 1600 feriti e oltre 180mila sfollati. Un’attenzione specifica – fa sapere Caritas Italiana – sarà riservata alle persone con disabilità e alle loro famiglie, attraverso interventi per l’accesso agli aiuti, ai servizi sanitari e riabilitativi, ai rifugi e al supporto psicosociale.

In Nepal, il violento fenomeno che il 26 agosto ha interessato diverse aree montane del distretto di Rasuwa, al confine con il Tibet (Cina), ha causato morti, feriti e dispersi lasciando migliaia di famiglie senza casa e mezzi di sostentamento. La risposta prevede assistenza immediata, ripari, cibo e sostegno psicosociale, insieme a interventi di ricostruzione e di ripresa delle attività produttive.

Lo stanziamento disposto dalla CEI contribuirà, inoltre, alle iniziative di solidarietà promosse in Colombia e Perù, dove recenti fenomeni sismici hanno messo alla prova comunità già particolarmente vulnerabili.

 

 

Aree interne. A Benevento l’incontro dei Vescovi

Ven, 28/08/2026 - 10:36

Ascoltare i territori, condividere le buone prassi, individuare nuove prospettive per le comunità delle Aree interne. Con questi obiettivi, il 31 agosto e il 1° settembre, a Benevento, presso il Centro “La Pace”, torna il consueto incontro dei Vescovi dei territori interessati, un appuntamento che si inserisce nel percorso avviato dalla Chiesa italiana per ragionare insieme sulle sfide pastorali, sociali e demografiche che attraversano le zone più fragili del Paese.

Saranno una trentina i Presuli chiamati a confrontarsi sulle trasformazioni che riguardano realtà spesso segnate dallo spopolamento e dall’invecchiamento, ma anche ricche di relazioni e risorse umane. “Mossi dalla sollecitudine per le comunità che vivono in questi territori, dal 2021 ogni anno, a Benevento, s’incontrano Vescovi provenienti da tutte le regioni d’Italia per intessere un dialogo capace di delineare alcune linee di pastorale”, ricorda Mons. Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari e Segretario Generale della CEI, sottolineando che “in questo anno, la CEI ha avviato un coordinamento unitario delle diverse iniziative degli uffici e degli organismi nazionali per le Aree interne, fondato sull’ascolto dei bisogni e sulla mappatura partecipata delle risorse locali”.

A Benevento si rinnova così un impegno che nel tempo ha assunto forme sempre più concrete e che, nel 2025, ha portato alla firma di una “Lettera aperta al Governo e al Parlamento”. Nel documento, sottoscritto da 141 tra Cardinali, Arcivescovi, Vescovi e Abati, si chiedeva di esplorare “con realismo e senso del bene comune ogni ipotesi d’invertire l’attuale narrazione delle Aree interne”, sollecitando le forze politiche e i soggetti coinvolti a “incoraggiare e sostenere, responsabilmente e con maggiore ottimismo politico e sociale, le buone prassi e le risorse sul campo”. L’invito era inoltre ad “avviare un percorso plurale e condiviso in cui gli attori contribuiscano a costruire partecipazione e confronto così da generare un ripopolamento delle idee ancor prima di quello demografico”.

L’edizione 2026 prenderà il via lunedì 31 agosto con il saluto di Mons. Michele Autuoro, Arcivescovo di Benevento. La prima sessione, dal titolo “Tra memoria e futuro”, prevede l’intervento di Mons. Felice Accrocca, Arcivescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e Foligno, e la relazione di Mons. Mariano Crociata, Vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno. A seguire, i partecipanti si confronteranno nei gruppi di studio.

Nel pomeriggio, la tavola rotonda “In ascolto dei territori e scambio di buone prassi” permetterà di mettere in comune percorsi maturati nelle diverse realtà locali.

Martedì 1° settembre, dopo la discussione nei gruppi e in plenaria, sarà il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, a concludere i lavori con una riflessione sulle “Nuove prospettive per continuare il cammino”.

 

10° anniversario sisma. Messa ad Amatrice: omelia del Card. Zuppi

Lun, 24/08/2026 - 18:22

Il 24 agosto, il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, celebra la Santa Messa presso il Campo Sportivo di Amatrice (RI) in occasione del 10° anniversario del sisma che colpì il Centro Italia. Di seguito il testo dell’omelia. 

Ricordare fa anche male. Riapre una ferita, suscita le lacrime e queste fanno piangere di nuovo. Ricordare assieme e ricordare accompagnati con il Signore e il suo amore che non dimentica ci fa sperimentare oggi quella beatitudine, altrimenti incomprensibile, che proclama beati coloro che piangono perché saranno consolati. Gesù non dice beata la sofferenza, anzi, ci protegge da questa, ma vuole che chi sperimenta la durezza della vita trovi il suo e il nostro amore, che significa consolazione, speranza, futuro. Per questo Gesù ha pianto: per consolare le nostre lacrime.

L’amore di Dio non è un palliativo, un narcotico per dimenticare e andare avanti, ma è sofferenza con chi soffre, sconfitta del male, ricostruzione di quello che è rovinato. Gesù affronta il male e ci insegna a combatterlo con l’unica forza capace di sconfiggerlo: l’amore. Il ricordo ci rende attenti a coloro che oggi piangono, colpiti dai terremoti ma anche da quella distruzione causata dall’uomo che è la violenza e la guerra. Dio insegna a essere umani. Che umanità c’è nel girarsi dall’altra parte, nel ridurre la persona a numero e la morte a contabilità? Dio ha compassione per la sofferenza e vuole che le lacrime si trasformino in gioia. Per farlo piange con noi, fa sue le nostre lacrime e ci insegna a piangere con chi è nel pianto per trasformarlo in vita, futuro, speranza. Lui si fa comunità con noi perché anche noi impariamo a farla tra di noi facendo come Lui e con Lui. Lo abbiamo vissuto soprattutto all’inizio, sgomenti, quando ognuno ha dato il meglio di sé nelle difficoltà, tutti collaboravano e tutti volevano dare una mano, come i giorni di vita vissuta insieme nelle palestre. Ricordiamo quel dolore immenso. È sempre parziale, ma sappiamo che Dio conserva tutte le lacrime nel suo otre, le scrive nel suo libro (Sal 56,9) e questo ci rassicura.

“È crollato tutto! Vi prego, salvateci…”. La telefonata che nessuno vorrebbe mai ricevere. E ne arrivarono a migliaia, tutte insieme, quella notte, quando i vigili del fuoco e tutte le forze di soccorso si trovarono ad affrontare l’immensa tragedia del terremoto. “Avevo pensato al peggio, ma questo è di più”, commentarono allora. “Era buio pesto. Ci avevano detto che c’erano dei crolli parziali ma abbiamo trovato l’inferno. C’era odore di gas e i sopravvissuti che chiedevano aiuto per tirare fuori le persone da sotto le macerie”. Il frastuono del terremoto, le urla disperate, il buio, l’aria pesantissima, resa irrespirabile da una nube di polvere che entra fino alle ossa. Un sopravvissuto raccontò: “Finalmente vedo come è ridotta la mia povera casa. Non ci credo, mi sembra un incubo, arriviamo con affanno al portone d’ingresso che non si apre, è uscito fuori asse, bloccato. E tutto questo mentre la terra continua a tremare: 142 secondi di distruzione, interminabili, arriva un’altra scossa maledetta e sentiamo attorno a noi case crollare e gente urlare. Sono momenti che cambiano la vita, in cui ci si rende conto di quanto siamo piccoli e fragili di fronte a simili eventi potenti e catastrofici e di come chi esca vivo da un tale inferno debba doverosamente ringraziare il Signore e, nel mio caso, anche i miei genitori che mi hanno protetto dal Cielo”. “Stretti durante la scossa in un abbraccio che poteva essere l’ultimo, la paura si confonde con l’amore, e la storia e la geografia lasciano il tempo che trovano. Come non pensare alla via principale di Amatrice, il corso umbertino, ridotta completamente in macerie, con la torre civica sullo sfondo, unico edificio a rimanere in piedi. Poco più in là, hanno allineato i cadaveri dove nei giorni lieti della villeggiatura si andava a passeggiare o per un aperitivo. Figure la cui scomparsa suscita un senso di sconvolgente incredulità”.

Amatrice significa anche le sue importanti frazioni, tutte importanti, costellazione di comunità e case che forse hanno sofferto ancora di più dell’isolamento, che con dignità seguitarono a contare i morti. In quella frenetica “partita tra la vita e la morte”, ricordo l’emozione del recupero di una bimba sepolta dalle macerie. “Nella confusione si sente una vocina flebile che risponde. Scatta lo scavo a mani nude, nel terrore che un movimento o le scosse continue possano far franare tutto, chiudendo ogni speranza. La lucidità che si scontra con i sentimenti, la necessità di mantenere la calma. Poi, l’ultimo blocco di macerie che spalanca un varco e la vocina flebile della bimba, che fa battere forte il cuore”. Le mani della piccola che cercano le braccia del suo salvatore, che racconta: “Quando finalmente siamo riusciti a liberarla, è stata lei a venire tra le mie braccia e a saltarmi al collo: in quel preciso momento non l’avrei voluta lasciare mai più. In tutto quell’inferno, tirare fuori un angioletto così, per di più vivo, è qualcosa di indescrivibile. Una cosa simile a quando prendi in braccio per la prima volta un figlio”. Sono le parole che avremmo voluto per tutti.

Gesù è il primo soccorritore e anche sempre l’ultimo a restare là sotto. Ecco dove è Dio. Non dimentichiamo l’immagine dei funerali, sotto un tendone, con un Cristo in croce tenuto su con le corde che dava il senso della tragedia. In questa Apocalisse che portiamo nel cuore, la Scrittura ci parla di una città che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Costruiamola. Ci aiuta a non arrenderci, a credere che anche la nostra città, oggi ancora provata da quella desolazione, può trovare nuova vita e speranza.

Oggi celebriamo San Bartolomeo, la tradizione lo identifica con Natanaèle, segnato dallo scetticismo, che all’amico entusiasta e pieno di speranza contrappone l’amarezza. Gesù gli rivolge parole personali, che lo fanno sentire capito da Lui. Il Signore conosce quello che abbiamo nel cuore, il desiderio di futuro per noi e per chi ha perso tutto, specialmente per chi non c’è più. Un amore così ci aiuta a costruire con speranza e passione il futuro, a vedere il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo. “Vedrete!”. Il cielo e la terra possono unirsi, Gesù unisce cielo e terra, ci fa vedere quello che saremo ma anche amare quello che siamo e che vuole diventiamo. Gli angeli sono i riflessi di Dio, coloro che con la loro parola e i loro gesti portano Dio agli uomini, aprono il cielo e così aprono la terra. Anche noi esseri umani dovremmo sempre di nuovo diventare angeli gli uni per gli altri, angeli che ci fanno vedere il riflesso dell’amore di Dio, che è e sarà pieno. Ne abbiamo visti, specie negli infiniti gesti di amore, di gratuità, che furono la pronta risposta a quella tragedia. Papa Francesco fu vicinissimo sin dal primo istante, chiamando e manifestando anche in maniera molto concreta la sua solidarietà, come ricorda monsignor Domenico Pompili. “Alle sette del mattino, cioè poco più di tre ore dopo il terremoto, mi chiamò sul cellulare. Nei giorni e nei mesi successivi si informò continuamente e quando venne disse: ‘Dal primo momento ho sentito che dovevo venire da voi! Semplicemente per dire che vi sono vicino, che vi sono vicino, niente di più, e che prego, prego per voi! Guardare sempre avanti. Avanti, coraggio, e aiutarsi gli uni gli altri. Si cammina meglio insieme, da soli non si va. Avanti! Grazie’”. Sono parole che sentiamo vere ancora oggi! La vita continua, sempre intrecciata con la morte. “Quannu ne la vita va a fenì jo nterra Ha da tenè la forza de rearzatte e inizià la guerra”, dice lo spirito intrepido degli Amatriciani! Dieci anni fa dicevamo che la ricostruzione doveva partire da dentro le persone, non soltanto dai mattoni. I cieli aperti ci aiutano a ritrovare motivazione e slancio per pensarci comunità, per vincere la stanchezza con l’unica forza che ci fa muovere: l’amore, cioè la passione per il futuro, la voglia di donare vita a chi viene dopo. Aiutiamoci tutti a guardare avanti. Le difficoltà e i problemi – che ovviamente ci sono e ci saranno – non ci paralizzino e anzi rafforzino il senso di comunità.

Papa Paolo VI disse che il cuore del Papa è come un sismografo, che registra le sofferenze del prossimo. Proprio questo ci rende umani e ci aiuta a capire l’altro e a fare nostre le sue sofferenze, ma anche le speranze. Sono stati dieci anni duri. Il processo non è compiuto, consapevoli del molto che è stato fatto, siamo ancora sospesi: “Amatrice non c’è più e non c’è ancora”, ma pezzo per pezzo riappare, in uno sforzo che ha delle proporzioni gigantesche e in un’avventura che è fantastica. Quando si rimane distanti gli uni dagli altri o quando non c’è ancora la piazza del paese è difficile, ma siamo sicuri che tornerà a essere piena di persone, perché la comunità si rigenera. Dio è comunità e ci ricorda che saremo una cosa sola, perché l’amore unisce, il male distrugge e divide. E questo dipende anche da ognuno di noi. Non interessano polemiche, ma l’impegno di tutti, a cominciare dallo Stato e dalle sue istituzioni, dalla Chiesa, dalla passione e dalla creatività di ognuno. “C’è molto da fare ma il peggio è alle spalle”. E vogliamo vedere angeli salire e scendere e portare speranza, luce, futuro, consapevoli che l’amore è più forte del dolore e della morte. Lasciamoci aiutare dalla Madonna di Filetta, perché “Soave e benigna e ornata di zelo la strada del cielo al mondo insegnò” e continua a mostrarcela perché la percorriamo insieme, con forza e speranza.

10° anniversario sisma Arquata del Tronto: omelia del Card. Zuppi

Lun, 24/08/2026 - 11:31

Il 24 agosto, il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, celebra la Santa Messa presso l’area Sae di Pescara del Tronto, ad Arquata del Tronto (Ap), in occasione del 10° anniversario del sisma che colpì il Centro Italia. Di seguito il testo dell’omelia.

Rinascere. È la prospettiva, bellissima e impegnativa per tutti, che accompagna questo ricordo doloroso del terremoto, della morte e della distruzione che ha causato. Rinascere: non è un auspicio! Il cristiano spera, non è un ottimista. Crede nella Provvidenza, non è fatalista e quindi lotta con tutto se stesso e combatte la rassegnazione, sottile veleno che rende tutto impossibile, inutile o troppo difficile. Vogliamo rinascere anche per onorare chi non c’è più, perché qui ci sono le radici e conservarle richiede diano nuovi frutti. E quanti germogli che proprio per questo vanno aiutati!

Il Vangelo parla di un uomo, Nicodemo, un fariseo, segnato dalla sua storia, che va a trovare di notte Gesù. Nella notte sentiamo l’angoscia della luce, il buio spinge a cercare quello che non abbiamo, ma sappiamo ci deve essere. Era disilluso, ma non stava bene. Forse portava nel cuore rabbia per la sua esperienza resa ancora più acuta per la convinzione triste che non c’era rinascita, cioè futuro. “Come fa a rinascere un uomo quando è vecchio?” chiese, amaramente, a Gesù. Anche noi, tutti, sentiamo il peso di questi lunghi, lunghissimi anni, portiamo nel cuore le ferite di quella tragedia, le promesse rimaste tali, le attese che si scontrano ancora con difficoltà, i ritardi insopportabili quando si è perso tutto. A questo si aggiunge la condizione delle aree interne di tutto il nostro Paese, che sperimentano il terremoto silenzioso e senza crolli traumatici dello spopolamento e di un invecchiamento che appare senza speranza. Gesù, a lui e a noi, propone di rinascere nello Spirito e ci dona il vento del suo amore, forza che spazza la nebbia della rassegnazione. L’amore non cancella i problemi, anzi, ma ci dona forza nuova per affrontarli e superarli. Che sia così anche questa celebrazione.

Rinascere! Abbiamo ascoltato di Neemia. Al re, proprio come noi, confida il proprio dolore e tristezza “quando la città dove sono i sepolcri dei miei padri è in rovina”. Il profeta, però, chiede al re fiducia perché non si vuole arrendere, non può accettare la rovina. Il ricordo di questi dieci anni ci rende sapienti, non rassegnati, ancora più convinti e uniti nel dire come Neemia: “Venite, ricostruiamo le mura di Gerusalemme e non saremo più insultati!”. E oggi anche noi diciamo: “Su, costruiamo!” e mettiamo anche noi mano “vigorosamente alla buona impresa”. Nel ricordo ci misuriamo con il mistero della terribile, inquietante forza distruttrice del terremoto, le cui conseguenze non finiscono con l’ultima scossa. Anche per questo sentiamo insopportabile la così diffusa cultura della potenza, che rovina la convivenza, le cose, e scatena violenza e guerra che tutto distrugge. Del terremoto conosciamo le conseguenze del male. Della guerra le responsabilità sono chiare, così come le complicità e tutto quello che favorisce quel vortice di violenza e di odio che poi nessuno riesce più a governare. La domanda di rinascere la portiamo nel cuore per le conseguenze di quei minuti drammatici, che sono segnate da queste pietre e che avete ricordato questa notte. Il terremoto ha spento la vita di quelle persone i cui nomi sono stati scanditi questa notte accompagnati dal suono della campana. Partiamo sempre da quel dolore quando il cielo crolla addosso e le fondamenta del mondo sono scosse, quando tutto diventa imprevedibile e si rivolta contro. Non vogliamo dimenticarlo. Non possiamo. Riviverlo ci fa sentire l’urgenza di curare le ferite che ha provocato, perché abbiano la cura necessaria. Quella notte fu un vero spartiacque. Ma la storia continua. Leggo alcuni dei racconti, che faccio miei nella compassione che non è dall’alto in basso, anzi, il contrario: è chinarsi per guardarsi negli occhi, fare dei tuoi i miei sentimenti. Come fece Papa Francesco che, quando visitò queste zone, abbracciò tutti i bambini e guardò in viso, uno per uno. “Ci siamo svegliati nel buio, senza capire cosa stesse succedendo, sentendo voci e rumori che poi abbiamo scoperto essere persone rimaste sotto le macerie. Di fronte casa mia c’era la più giovane vittima del terremoto, la piccola Marisol. Ogni volta che torna quel ricordo, annebbia tutto”. Qui ad Arquata furono cinquanta. “Ci siamo resi conto che la piazza non c’era più. Appena girato l’angolo per salire verso il borgo di Arquata, abbiamo visto i massi delle mura crollate. Non si è capito nulla, finché non si è fatto giorno. Solo allora abbiamo compreso la portata di quello che era successo. Pescara del Tronto? Lì ho visto di tutto: alcuni corpi di persone morte, persone ferite, persone salvate, amici che si stavano rimboccando le mani per salvare altre vite. Non ho capito più niente! Quello che mi sono trovato davanti sembrava uno scenario di guerra: cadaveri, feriti, detriti, urla, terrore negli occhi delle persone. Non era semplice andare sopra le macerie e recuperare le persone intrappolate al di sotto. Il dolore più grande è stato vedere i corpi dei bambini morti. Questo ce lo porteremo dentro per sempre. Nelle frazioni più colpite, come Pescara, Tufo e Capodacqua, di alcune persone non si trovavano neanche i corpi: anche quello dei dispersi è stato un altro grande dolore”. La tragedia è iniziata quella notte ma dura sempre: solitudine, spaesamento, distacco forzato dalla propria comunità. Oggi sappiamo che il percorso è ancora lungo, ma sappiamo anche che c’è futuro.

Rinascere. Papa Leone indica il metodo di Neemia per tutte le sfide che dobbiamo affrontare e per mettere per tutti sempre al centro la nostra magnifica humanitas. È il valore del lavoro condiviso che rende sicura la città di Dio per gli esuli ritornati. Dobbiamo sempre cercare di edificare insieme, trasformando la storia di ognuno in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. È quello che sperimentammo con le migliaia di volontari, associazioni, istituzioni, operatori, uomini e donne comuni che hanno sostenuto queste nostre terre con gesti concreti, vicinanza e condivisione. A dieci anni di distanza vogliamo manifestare un convinto segno di riconoscenza, per il valore di quell’immenso patrimonio umano che ha permesso alle comunità di non sentirsi mai sole e vorremmo che questo stesso spirito permetta di risolvere rapidamente le difficoltà restanti nella ricostruzione. Credo sia vero per tutti davanti a chi non ce l’ha fatta quanto scrisse un vigile del fuoco che confidò il suo dolore lasciando un biglietto sulla bara della bambina Giulia: “Ciao piccola, ho solo dato una mano a tirarti fuori da quella prigione di macerie. Scusa se siamo arrivati tardi”. La memoria di oggi ci spinge a non arrivare tardi.

Rinascere. Non promesse, ma lavoro, di tutti, ciascuno nelle proprie funzioni e responsabilità tutte importanti, con la forza di quella solidarietà che tanto ha consolato in quei giorni terribili, chiamando le difficoltà con il proprio nome, perché solo così si possono risolvere e trasformarle in nuova capacità ed efficacia con la resistenza di cui siete stati capaci. Sappiamo che non sono senza conseguenze il tempo perduto e le risposte non date. Quanti anziani speravano di vedere di nuovo quello che il terremoto aveva distrutto e hanno sperimentato l’amarezza di chiudere gli occhi lontano dalle proprie case? Quanti non hanno la forza per aspettare e sono andati altrove? Ecco perché rinascere. L’amore accende nei cuori quella luce alla fine del tunnel che sembra non arrivare mai. Anche questa celebrazione ci aiuta a tessere di nuovo la comunità e l’unità tra di noi, perché ricostruire non è solo una questione di edifici ma soprattutto di relazioni, comunità, fiducia, solidarietà. La rinascita non nasce soltanto dai cantieri, ma soprattutto dalle persone, dalle relazioni e dalla speranza condivisa. Ci aiuta il Signore che affronta il terremoto terribile del Venerdì Santo, fallimento di tutto, ma sapendo che il tempio del suo corpo sarà ricostruito. Il Signore accenda i nostri cuori di rinnovata speranza e di senso di responsabilità, di attenzione per tutti, a iniziare dai più deboli. La roccia sicura del suo amore ci fa affrontare quello che manca, perché ora sappiamo che lo Spirito, l’amore di Dio che diventa nostro, ci trasforma, ci dona forza, capacità, forza per fare nascere di nuovo quello che sembra perduto. Dio vi benedica e vi doni di rinascere. Come è scritto sull’architrave della porta di Santa Maria in Pantano ci affidiamo a Maria: “Sub tuum praesídium confúgimus, sancta Dei Génetrix”, “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio”.

 

Meeting per l’amicizia fra i popoli: omelia del Card. Zuppi

Dom, 23/08/2026 - 13:31

Domenica 23 agosto, il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, ha presieduto la Santa Messa a Rimini, in occasione del Meeting per l’amicizia fra i popoli 2026. Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia.

Ringraziamo il Signore per questa domenica, per questi giorni, per l’incontro di ieri dove abbiamo accolto il Successore di Pietro che ci ha slegato da ciò che divide per legarci al Signore, alla grande messe di questo mondo e, quindi, tra noi. Questo legame si chiama comunione che è sempre dinamica e inclusiva: “non avete fatto del ‘Meeting’ una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini”. Nel mondo è così facile pensare di essere sicuri e di star bene chiudendosi in enclave! Anzi, il Papa ci ha invitato tutti a usare la comunità come “un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà”, non per perdercisi ma per combattere l’inimicizia con l’amicizia. “Uscite, invece, incontro a tutti!”.

Papa Francesco vi chiese di aiutarlo nella conquista della pace in un mondo sempre più violento, e questo chiede speranza. Chi entra al Meeting esce per amare tutti, a cominciare dai poveri, che richiedono la gratuità dell’amore. Il Signore continua, nelle diverse stagioni della nostra vita, a mostrarsi per essere anche noi, come Dante, percossi da “un fulgore” “in che sua voglia venne”, che risponde al nostro desiderio più personale. È l’amore che “move” il creato e le creature, perché Dio suscita il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore e nella nostra generazione possiamo “risplendere come astri nel mondo tenendo salda la parola di vita” (Fil 2,13). Quante esperienze, quanti fatti rivelano nell’ordinario il mistero che pure è sempre nascosto e ci aiutano a riconoscere nella vita di tutti i giorni questa forza che “move” e sazia la domanda di eterno e di infinito che tutti portiamo scritta nella nostra debolezza e caducità! Quanta gioia nello sperimentare che siamo affidati a questa Chiesa che è Madre, che raduna una famiglia, universale, tanto più preziosa in una stagione dove prevale l’insolente e pericolosa “cultura della potenza”, la Babele di “io” arroganti e imprevedibili ma anche di “noi” chiusi e contrapposti ad altri noi! Lì trova tanto spazio il divisore e quindi la violenza.

“Amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità”. Non offendiamo mai questa Madre e non indeboliamola giudicandola come il mondo, usandole malevolenza, attribuendole categorie mondane. La Chiesa vive nel mondo, ma non è del mondo e, proprio perché non è del mondo, ne sente la responsabilità, decisiva, per aiutarlo a ritrovare se stesso, sciogliendo “la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte”. Non siamo fatti per vivere come bruti! L’humanitas è fatta per essere magnifica! Questa nostra Madre è anche affidata a ciascuno. Come Giovanni, prendiamola con rinnovata passione nella casa del nostro cuore e della nostra vita, con l’originalità e la responsabilità di ciascuno, con l’interiorità indispensabile per arricchire la comunione! La Madre non è divisibile – è nostra – e amarla personalmente ci unisce ancora di più. Gioisco, e gioisce la Chiesa tutta, per questa comunità che ha ricevuto un carisma di amore e che continua, nella ricchezza della sua storia, tutta, a “muovere” tanto amore, che significa incontri, storie, esperienze che generano l’amore di Dio nella storia. La comunione è liberazione dalla tirannia dell’io, che ha secolarizzato e ridotto la persona a individuo, facendogli credere di star bene affermando se stesso, possedendo, consumando, esaltandosi e finendo per distruggersi. Ringraziamo per questa compagnia affidabile, questa carovana che ci fa camminare perché diretta verso la casa del Padre. Possiamo essere tante stelle in un cielo reso troppo buio dal drago, che le stelle le fa cadere e rende deserta di umanità la terra con la cultura della potenza che lega solo alla “aiuola che ci fa tanto feroci” (Par. XXII, 151) se non guardiamo al cielo.

Racconto un esempio, uno degli infiniti miracoli di un amore ordinario ma non per questo scontato, di una vita quotidiana piena di amore che ha mosso e continua a muovere cuori e menti. Nelle settimane scorse una vostra famiglia ha sperimentato la tragedia della morte improvvisa di un figlio di diciannove anni. Che consolazione essere sommersi di tanta amicizia umana insieme a tanta fede: l’una aiuta l’altra, la rende credibile, umana e cristiana, luce che illumina quel buio terribile e definitivo!

“La gente chi dice che io sia?”. Tanti, in tanti modi, cercano Gesù, ne sono attratti. La risposta la troveranno se incontrano un amore. Ma tu, voi, chi dite che io sia? Per guardare gli altri dobbiamo guardarci dentro e, soprattutto, guardare sempre Gesù. E guardare a Gesù ci permette finalmente di guardarci dentro proprio perché scopriamo il Tu che ci libera dallo specchio e dalla vana esaltazione di noi stessi, e non ci espone all’incomprensione, alla delusione di risposte affrettate, impersonali, banali. La domanda ci aiuta a capire, a passare dall’esperienza alla storia.

Non si segue Gesù senza capire, senza conoscere. Pietro ci aiuta e ci conferma, come la visita e le parole di colui che gli succede, pietra sulla quale Gesù edifica la sua famiglia, la sua Chiesa, assicurando peraltro che le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. Poi sta a noi non venire a patti con le potenze degli inferi, allontanare con l’amore per l’unità e con la passione per il Vangelo il fumo di satana, il divisore, che sempre minaccia la Chiesa stessa. Disse San Giovanni Paolo II: “è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna”. Ecco: Sei tu Signore, il mio e nostro Signore, nella quale “la mia voglia” si realizza. Don Giussani commentava: “La domanda che Cristo fa agli apostoli è la domanda della nostra vita. Nessun’altra domanda che l’uomo possa pensare è più grave, più grande e più decisiva di questa; tutta la vita nostra, come valore, dipende dalla risposta a questa domanda: se egli sia esistito come uomo qualsiasi, o se egli esista come uomo-Dio. Ma chi non sa seguirlo, chi non osa lo sforzo di una familiarità, di una consuetudine di vita non arriva ad evidenziare la verità e non troverà risposta vera, personale e matura all’interrogativo fondamentale, definitivo che Gesù gli rivolge: e tu, chi dici che io sia? La familiarità con Lui, da cui nasce l’evidenza della sua Parola come unica che dia senso alla vita, come possiamo viverla? Il modo c’è: la compagnia che da Cristo è nata ha investito la storia, la Chiesa, suo corpo, cioè modalità della sua presenza oggi”. “La legge dell’io è amare. Vuol dire: non esiste l’io, non si attua l’io, se non nell’amore. E infatti se non si attua nell’amore, come amore, l’io è insoddisfatto, rabbioso con sé, ostile agli altri, incapace di bere e di assimilare la bellezza della realtà, annoiato, facilmente urtato. Ma l’amore all’altro non è una cosa generica. […] La dedizione di sé all’altro non è una cosa generica, è una cosa molto concreta. […] darsi all’altro significa muoversi per un altro. […] Voler bene a qualcuno vuol dire muoversi. Per donarsi agli altri bisogna muoversi per gli altri”. È un poco di quell’amore che muove il sol e le altre stelle. Perché “la nostra fede è “favilla, / che si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla” (Par. XXIV, 145-147). Pieni di questo amore camminiamo e cantiamo: “Ma non avere paura, non ti fermare mai, perché il mio amore è fedele e non finisce mai”. La festa sta per cominciare.

Terremoto in Colombia: la vicinanza fraterna della Chiesa italiana

Mar, 11/08/2026 - 14:58

“Vicinanza fraterna e partecipazione commossa” sono state espresse dal Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, al popolo colombiano, colpito da un violento terremoto con epicentro nel municipio di San José del Palmar, nel Chocó, che ha provocato vittime, dispersi, feriti e gravi distruzioni in diverse regioni del Paese.
In una lettera indirizzata a Mons. Francisco Javier Múnera Correa, Arcivescovo di Cartagena e Presidente della Conferenza Episcopale Colombiana, il Card. Zuppi manifesta la solidarietà della Chiesa italiana “in questo momento di grande sofferenza”, con “l’impegno a destinare risorse straordinarie per far fronte a questa prima emergenza”.

“La preghiera ci unisce e ci rende prossimi a chi soffre, soprattutto ai più poveri e fragili, ai familiari delle vittime, a chi è ancora in attesa di notizie dei propri cari”, afferma il Presidente della CEI che affida “al Signore le persone che hanno perso la vita, perché conceda loro la pace eterna”. “Preghiamo – aggiunge – per i feriti, per gli sfollati e per quanti hanno perso la casa e i mezzi necessari alla vita quotidiana. Il Signore sostenga chi è nella prova e dia forza agli organismi di soccorso, al personale sanitario, ai volontari e a quanti, come è scritto nel messaggio della Sua Conferenza Episcopale, con generosità e coraggio si dedicano alla ricerca, al soccorso e all’assistenza dei colpiti dalla tragedia”.

La Colombia, sottolinea il Card. Zuppi, è chiamata “a riconoscersi ancora una volta come un’unica famiglia: anche la Chiesa in Italia desidera essere, in questo momento, parte di quella famiglia, vicina nella preghiera e pronta alla solidarietà concreta”. “Invochiamo l’intercessione materna di Maria, tanto amata dal popolo colombiano, perché lenisca il dolore delle famiglie, protegga i bambini e non lasci smarrire la speranza: quella speranza che nasce dalla fraternità, dalla mano tesa e dalla comunione dei cuori”, è la preghiera del Presidente della CEI che fa giungere “alla Chiesa in Colombia, ai suoi Pastori e a quanti sono impegnati accanto alla popolazione colpita, l’abbraccio fraterno e la vicinanza orante della Chiesa italiana”. “Il Signore – conclude il Cardinale Presidente – doni conforto, forza e speranza a tutto il popolo colombiano”.

Il cordoglio per la morte del Prof. Cavallari

Mar, 04/08/2026 - 17:21

Pubblichiamo di seguito il messaggio di cordoglio che il Presidente e il Segretario Generale della CEI, Card. Matteo Zuppi e Mons. Giuseppe Baturi, hanno inviato all’On. Eugenia Maria Roccella, Ministra della Famiglia, Natalità e Pari Opportunità, per la morte del marito, Prof. Luigi Cavallari. 

L’improvvisa morte di Suo marito, il Professor Luigi Cavallari, suscita sentimenti di profondo dolore e sincera partecipazione. Desideriamo farLe giungere, a nome della Conferenza Episcopale Italiana, l’espressione della nostra più sentita vicinanza in questo momento di grande sofferenza.
Una vita intera vissuta insieme, nella discrezione e nella dedizione allo studio e alla famiglia, è un dono prezioso che nulla può cancellare.
La nostra preghiera accompagna Lei e i Suoi cari, affinché possiate trovare, nel ricordo e nell’affetto di quanti Vi sono vicini, la forza per attraversare questo tempo di lutto.
Affidiamo alla misericordia di Dio l’anima del Professor Cavallari e invochiamo su di Lei, sulla Sua famiglia e su quanti soffrono per questa perdita, il conforto della fede e la consolazione della speranza cristiana.

Verso la GMG di Seul: disponibile il Sussidio

Mar, 04/08/2026 - 09:06

È disponibile il Sussidio “Coraggio, io ho vinto il mondo”, realizzato dal Servizio Nazionale della Pastorale Giovanile (Snpg), in collaborazione con la Diocesi di Bergamo, la Diocesi di Novara e don Antonio Dong-Won Cho, in vista della Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà a Seul dal 3 all’8 agosto 2027.

Nato con l’obiettivo di accompagnare il cammino di tutti verso il prossimo appuntamento mondiale, questo strumento vuole sostenere la preparazione spirituale, pastorale e culturale. Rivolto ai giovani, agli educatori, agli accompagnatori e alle comunità ecclesiali, il volume propone un itinerario che coinvolge non soltanto coloro che prenderanno parte al pellegrinaggio in Corea, ma anche chi vivrà questo tempo restando nella propria realtà ecclesiale.

Il percorso prende avvio dal tema scelto per la GMG di Seul 2027, «Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo» (Gv 16,33), e si sviluppa attraverso quattro parole chiave – verità, amore, pace e coraggio – che guidano la riflessione personale e comunitaria, alla luce della Parola di Dio e della testimonianza della Chiesa.

Accanto agli approfondimenti biblici e spirituali, il sussidio offre uno sguardo sulla storia della Corea e della Chiesa coreana, proponendo inoltre materiali pensati per accompagnatori e gruppi, itinerari di preghiera, spunti per la riflessione e contenuti digitali accessibili tramite QR code, che saranno progressivamente aggiornati durante il cammino di preparazione.

Frutto di un lavoro condiviso, si presenta come uno strumento unitario per accompagnare i giovani verso la GMG di Seul, favorendo un percorso che coniughi formazione, preghiera, conoscenza della Chiesa che ospiterà l’evento e crescita nella fede.

La pubblicazione del sussidio è una delle prime tappe del cammino della Chiesa verso Seul 2027 e si inserisce nel più ampio percorso di preparazione promosso dal Snpg, che nei prossimi mesi continuerà a mettere a disposizione strumenti, materiali e aggiornamenti per aiutare giovani e comunità a vivere pienamente l’esperienza della Giornata Mondiale della Gioventù.

“La fede senza filtri”: online l’ultima puntata

Lun, 03/08/2026 - 15:53

Si conclude con uno sguardo alla GMG di Seul il percorso de “La fede senza filtri”, il podcast del Servizio nazionale per la pastorale giovanile (Snpg), disponibile su Spreaker, Spotify e Amazon Music/Audible. L’ultima puntata è dedicata alla presentazione del sussidio “Coraggio, io ho vinto il mondo”, pensato per accompagnare i giovani italiani e i loro educatori verso l’appuntamento del 2027.

“Non potevamo pensarlo da soli e soprattutto non doveva parlare sopra i giovani, ma con loro”, spiega don Salvatore Corvino, del Snpg. Il sussidio è stato concepito “come una lettera” che guida giovani e accompagnatori attraverso tre parole del Vangelo di Giovanni – verità, amore, pace – che conducono alla quarta – coraggio – e i volti della Samaritana, di Pietro e dei discepoli nel Cenacolo.

A raccontare il lavoro svolto sono anche le équipe di Pastorale giovanile di Bergamo e Novara, coinvolte nella preparazione del sussidio. Da Bergamo arriva l’invito a considerare le schede come strumenti da adattare alle realtà locali: “Non esistono ricette già preparate, ma buoni consigli”. Da Novara, invece, si evidenzia la scelta di un percorso “pensato da giovani per altri giovani”, “essenziale, leggero e flessibile”, capace di accompagnare sia chi si prepara in gruppo sia chi lo fa personalmente.

La puntata si chiude con la testimonianza di don Antonio, sacerdote coreano e membro del Comitato locale della GMG, autore del capitolo dedicato alla Corea. “Scrivere della mia terra per i giovani italiani significava far incontrare i due mondi che porto nel cuore”, racconta, prima dell’invito ai ragazzi: “Venite a incontrare la nostra Chiesa, nata senza missionari, cresciuta nel sangue dei martiri e che oggi vi apre le porte con gioia. Vi aspettiamo a Seul nel 2027 con tutto il cuore”.

 

È morto Mons. Superbo

Dom, 02/08/2026 - 16:44

È morto, all’età di 86 anni, Mons. Agostino Superbo, Arcivescovo emerito di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo. Le esequie saranno celebrate martedì, 4 agosto, alle 10.30 nella cattedrale Santa Maria Assunta di Minervino Murge (Bt).

“Ha servito la Chiesa con intelligenza, mitezza e instancabile dedizione. Nel suo lungo ministero episcopale ha saputo unire la fermezza della fede alla delicatezza dell’ascolto, accompagnando il popolo di Dio con discrezione, equilibrio e profondo senso ecclesiale. La sua parola, sempre radicata nel Vangelo, ha incoraggiato sacerdoti, consacrati e laici a camminare nella speranza e nella comunione”, ha affermato il suo successore, l’Arcivescovo Davide Carbonaro.

Nato a Minervino Murge nel 1940 e ordinato sacerdote nel 1963 per la diocesi di Andria, ha dedicato i primi anni del suo ministero alla formazione delle nuove generazioni: educatore, docente, rettore del Seminario e guida di tanti giovani nell’Azione Cattolica. Nel 1991 san Giovanni Paolo II lo chiamò all’episcopato affidandogli la Diocesi di Sessa Aurunca. Tre anni dopo fu trasferito alla Diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti e, nel 1996, venne scelto come Assistente Ecclesiastico Generale dell’Azione Cattolica Italiana. Il 9 gennaio 2001 fu chiamato alla guida dell’Arcidiocesi di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo. Dal 2007 al 2012 è stato Vice Presidente della CEI per l’area Sud.

Il 12 dicembre Papa Leone XIV incontra il clero italiano

Mer, 29/07/2026 - 21:14

Sabato 12 dicembre, Papa Leone XIV incontrerà il clero italiano. L’udienza sarà preceduta, nel pomeriggio di venerdì 11 da un momento di riflessione e da una Veglia di preghiera. Il doppio appuntamento si terrà nei giorni del primo anniversario della Lettera apostolica “Una fedeltà che genera futuro”, pubblicata in occasione del 60° anniversario dei Decreti conciliari “Optatam totius” e “Presbyterorum Ordinis”. Sarà pertanto, sottolinea il Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI in una prima lettera inviata oggi ai Vescovi italiani, “un’occasione preziosa di comunione, preghiera e fraternità”, per “rinnovare la nostra adesione a Cristo e la disponibilità a servirlo nella Chiesa e nelle persone che ci sono affidate”.

“Il Papa ci ricorda che la fedeltà non è immobilità né ripetizione stanca, ma grazia da accogliere e cammino quotidiano di conversione”, ricorda il Cardinale Presidente evidenziando che i due Decreti conciliari, nel conservare “tutta la loro attualità”, aiutano “a custodire il ministero presbiterale nel legame vivo con Cristo e con la Chiesa, nella comunione con il Vescovo, nella fraternità del presbiterio e nel servizio al Popolo di Dio”. “Non siamo chiamati soltanto a ricordare, ma – rileva – ad accogliere una consegna per il presente e per il futuro”.

Nella lettera, il Card. Zuppi riconosce “la generosità dei nostri sacerdoti e la fedeltà umile con cui, ogni giorno, annunciano la Parola, celebrano l’Eucaristia, accompagnano le persone e custodiscono le comunità”, ma anche “le fatiche, la solitudine, lo scoraggiamento e il peso di responsabilità crescenti”. “Non vogliamo nascondere queste fatiche, ma nemmeno lasciare che abbiano l’ultima parola. Proprio per questo abbiamo bisogno di pregare insieme, di sostenerci e di ritrovare la gioia della chiamata”, osserva il Presidente della CEI, certo che “l’incontro con il Papa ci aiuterà a sentirci confermati nella fede, incoraggiati nella missione e più uniti nella comunione”. “Nessun Pastore – conclude – vive e serve da solo: abbiamo bisogno gli uni degli altri, della preghiera comune, dell’ascolto e di una fraternità concreta che sostenga la fedeltà e generi futuro”.

Online il sito italiano dedicato alla GMG di Seul

Mar, 28/07/2026 - 17:26

A un anno dall’appuntamento che riunirà in Corea del Sud i ragazzi di tutto il mondo con il Papa, è online gmg.chiesacattolica.it, il sito ufficiale italiano dedicato alla GMG di Seul. Si tratta di uno spazio pensato per raccontare il cammino dei giovani verso la prossima Giornata Mondiale della Gioventù, dove trovare aggiornamenti, informazioni e materiali utili.

“Il desiderio è che chi apre questo sito, un giovane, un educatore, un parroco – sottolinea don Riccardo Pincerato, responsabile del Servizio Nazionale per la pastorale giovanile – si accorga di non essere lasciato solo a organizzare tutto. Qui trova materiali, tappe, informazioni, ma soprattutto la conferma di appartenere a un cammino più grande della propria Diocesi o del proprio gruppo. Il percorso verso Seul è lungo e passa dalla vita di ogni giorno: avere un luogo dove ritrovarsi e sentirsi sostenuti fa la differenza tra un viaggio da preparare e una comunità che si prepara insieme”.

Il portale, che oltre alle notizie ospita documenti, sussidi e una gallery foto-video, propone approfondimenti, curiosità sulla città di Seul, schede, news organizzative e numerosi contenuti per accompagnare giovani, educatori e operatori della comunicazione nel percorso verso la GMG 2027. A breve saranno disponibili anche tutte le indicazioni per le iscrizioni.

Formazione estiva per gli under35 sulla Dottrina sociale della Chiesa

Ven, 24/07/2026 - 10:40

Offrire ai giovani strumenti per leggere il presente alla luce della Dottrina sociale della Chiesa e approfondire le questioni relative alla giustizia, alla nonviolenza e alla pace. È questo l’obiettivo del percorso di formazione estiva sulla Dottrina sociale della Chiesa dal titolo “Giustizia e pace si baceranno. Costruttori di pace, operatori di giustizia con la DSC”.

Promossa dall’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro, con il Servizio Nazionale per la pastorale giovanile e Caritas Italiana, l’iniziativa si svolge dal 23 al 26 luglio ad Assisi, presso la Domus Pacis, ed è rivolta agli under 35. “‘Giustizia e pace si baceranno’: questo versetto del Salmo 85 fa da sfondo alle giornate di riflessione di Assisi»”, spiega don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio CEI per i problemi sociali e il lavoro. “I giovani si confrontano sulla Dottrina sociale della Chiesa a partire dai temi della giustizia e della pace. La Magnifica humanitas di Papa Leone e la Nota pastorale della CEI Educare a una pace disarmata e disarmante fanno da guida perché ognuno si senta artigiano di pace. Il futuro passa dalla coscienza di giovani formati alla pace e alla nonviolenza”.

Il percorso ha preso il via con una lectio della biblista Emanuela Buccioni e con un’introduzione alla Dottrina sociale della Chiesa affidata a Caterina Floris, seguita dall’intervento di don Bignami. Venerdì 24 luglio sono previsti la lectio a cura di suor Mariarosaria Imperatore, suora francescana alcantarina, la riflessione del teologo don Sergio Massironi a partire dalla Dilexi te di Papa Leone XIV; nel pomeriggio spazio al docufilm Ho imparato la speranza e a un laboratorio guidato dal regista Giovanni Panozzo.

Il programma prosegue, sabato 25, con la lectio di don Marco Ulto, coordinatore del Progetto Policoro, con un contributo sulla giustizia riparativa affidato a Salvo Leotta, dirigente penitenziario, e con la testimonianza della psicologa Micaela Furiosi sul tavolo lecchese per la giustizia restorativa. A seguire, la teologa Donata Horak proporrà una lettura della Nota pastorale della CEI Educare a una pace disarmata e disarmante, mentre don Fabio Corazzina, di Pax Christi Brescia, guiderà un approfondimento sul passaggio “dalla parola ai fatti”. Il percorso si conclude domenica 26 luglio con la Celebrazione eucaristica e le riflessioni finali.

Reti di solidarietà con gli ultimi

Gio, 23/07/2026 - 12:53

“In questo nostro tempo, vediamo ancora troppa discordia, troppe ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri. E noi vogliamo essere, dentro questa pasta, un piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità”. Con queste parole Papa Leone XIV nell’Omelia per l’inizio del suo ministero il 18 maggio 2025, ha indicato una strada per la Chiesa: camminare insieme, accanto ai più fragili, valorizzando le energie presenti nei territori e costruendo reti capaci di generare speranza là dove i bisogni sono più grandi.

È il filo rosso che accomuna molte delle iniziative sostenute in tutto il mondo dalla solidarietà della Chiesa italiana grazie ai fondi dell’8xmille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica. Nella riunione del 16 e 17 luglio il Comitato per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli ha messo a disposizione quasi 11 milioni di euro (10.995.819). Complessivamente sono stati 67 i progetti approvati: 32 in Africa (€ 5.344.801), 19 in Asia (€ 3.167.167), 12 in America Latina (€ 2.094.078), 2 in Medio Oriente (€ 90.531), 1 in Europa (€ 268.000), 1 in Oceania (€ 31.242).

Progetti diversi per contesto e destinatari, ma uniti dalla convinzione che nessuno si salva da solo e che il cambiamento nasce dall’incontro tra competenze, comunità e responsabilità condivise

In Kenya, il progetto “Sharing Paths and Practices” sceglie di investire non in nuove attività sul campo, ma nella valorizzazione delle esperienze maturate da organizzazioni già impegnate nell’ambito della mobilità umana e dell’inclusione delle persone con disabilità. Una decina di organizzazioni non governative saranno accompagnate in un percorso di conoscenza reciproca, confronto metodologico e sistematizzazione delle buone pratiche, fino alla realizzazione di un vademecum condiviso. L’obiettivo è trasformare un patrimonio disperso di competenze in una rete stabile di apprendimento e collaborazione, capace di migliorare la qualità degli interventi futuri e di mettere a disposizione della Chiesa strumenti replicabili in altri contesti.

In Tripura, nel nord-est dell’India, la Diocesi di Agartala affronta una delle fragilità più insidiose che colpiscono adolescenti e giovani: la dipendenza da alcol, tabacco e sostanze stupefacenti. Il progetto coinvolgerà dieci scuole, oltre 3.000 ragazzi, insegnanti, famiglie e comunità locali in un percorso di prevenzione che unisce formazione, sviluppo delle life skills, educazione tra pari, attività sportive e culturali, accompagnamento psicosociale e sostegno alle situazioni più vulnerabili. La risposta non è affidata a un singolo servizio, ma alla costruzione di una comunità educante capace di riconoscere precocemente il disagio e di accompagnare i giovani verso scelte di vita sane e responsabili.

Sempre in India, nello Stato dell’Uttar Pradesh, il progetto “Inclusive Horizons”, promosso dall’Agra Bishop’s Council, mette al centro bambini, giovani e adulti con disabilità, spesso tra gli ultimi degli ultimi. Attraverso campagne di sensibilizzazione, screening precoci, riabilitazione, terapie specialistiche, formazione di operatori, sostegno alle famiglie e percorsi di inclusione sociale ed economica, l’iniziativa raggiungerà oltre 2.200 beneficiari diretti. Particolare attenzione viene riservata all’identificazione precoce delle disabilità e alla costruzione di percorsi personalizzati che restituiscano dignità, diritti e opportunità a persone frequentemente escluse dall’accesso ai servizi essenziali. Lo racconta anche una madre coinvolta nel progetto: “Per anni mia figlia è rimasta chiusa in casa perché nessuno sapeva come aiutarla. Grazie agli screening, alle terapie e al sostegno ricevuto, oggi frequenta la scuola e ha iniziato a relazionarsi con gli altri bambini. Non è cambiata solo la sua vita: è cambiato il modo in cui tutta la comunità guarda alla disabilità”.

Tre progetti, un unico approccio: partire dai bisogni reali delle persone più fragili e costruire alleanze tra soggetti diversi. È la logica evocata da Papa Leone XIV quando invita la Chiesa a essere un “piccolo lievito” nella società. Proprio i contesti di maggiore vulnerabilità, dove troviamo i più poveri tra i poveri, ci ricordano una verità spesso dimenticata: non tutti i bisogni possono essere affrontati con criteri di sostenibilità economica o di autosufficienza. L’accompagnamento delle persone con disabilità, la prevenzione delle dipendenze tra i giovani, il sostegno ai migranti e alle comunità più fragili richiedono risorse, tempo e una solidarietà che va oltre il beneficio immediatamente misurabile. Per questo tali interventi vivono grazie a una corresponsabilità più ampia, che coinvolge comunità ecclesiali, istituzioni, benefattori e cittadini. È questa rete di fraternità a rendere possibile ciò che da soli i più poveri non potrebbero sostenere. La Chiesa continua così a camminare accanto agli ultimi, seminando relazioni, fiducia e opportunità. Come il granello di senape del Vangelo, anche piccoli interventi possono generare frutti inattesi quando sono sostenuti da una solidarietà condivisa e duratura.

 

 

Un video racconta “La via italiana del dialogo”

Gio, 23/07/2026 - 12:48

“In un mondo sempre più diviso, così poco capace di ascoltarsi e di dialogare, vogliamo dimostrare che l’unica via per abitare la casa comune è imparare a essere fratelli. Oggi abbiamo un metodo, un luogo di incontro, un tavolo e un Patto: le difficoltà e le diverse sollecitazioni che incontreremo potranno trovare una risposta condivisa. È questa la vera importanza del percorso che abbiamo costruito”. Con queste parole del Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, si apre il video che racconta il cammino che ha portato alla sottoscrizione del Patto tra le religioni, firmato il 25 giugno all’Ara Pacis dai rappresentanti delle principali Confessioni religiose presenti in Italia al termine di tre anni di dialogo e confronto. L’obiettivo del Patto è dare continuità e prospettiva al lavoro compiuto, rendendo al contempo ufficiale l’esperienza chiamata “La via italiana del dialogo. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale”.

Il documentario ripercorre un percorso nato “durante il Cammino sinodale delle Chiese in Italia con l’intuizione di ascoltare i rappresentanti delle diverse religioni e, da quell’ascolto, provare a costruire qualcosa insieme”, ricorda mons. Derio Olivero, Vescovo di Pinerolo. “Questo Patto – aggiunge – è una testimonianza concreta del desiderio di vivere insieme, pur nelle differenze, che non ci spaventano, ma che riconosciamo come una grande ricchezza”. Le immagini restituiscono anche il valore della scelta dell’Ara Pacis che, come evidenzia Mustafa Cenap Aydin, direttore dell’Istituto Tevere, “rappresenta simbolicamente ciò che vogliamo annunciare: una pace concreta”.



Il video dà voce alle diverse tradizioni religiose, unite dalla volontà di contribuire al bene comune. Per S.Em. Polykarpos, metropolita della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia, “questo dialogo ha un significato fondamentale soprattutto per la società italiana. Vuole testimoniare che la religione unisce e non divide”. Nader Akkad, delegato della Grande Moschea di Roma, sottolinea che il Patto “è un contributo al modello italiano del dialogo interreligioso, fondato su una fraternità condivisa”. “Firmando questo Patto – osserva Daniele Garrone, presidente della FCEI (Federazione delle Chiese evangeliche in Italia) – affermiamo che, indipendentemente da ciò che può accadere nel resto del mondo, qui in Italia vogliamo impegnarci, liberamente e con convinzione, a percorrere insieme la strada descritta nel Patto”.

Per Rav Giuseppe Momigliano, presidente dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia, “il Patto è anzitutto l’alleanza con il Signore Dio”, da cui “discende anche la responsabilità degli uomini di costruire spazi di condivisione e di impegno”. Per Yassine Baradai, presidente dell’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia), “il Patto è una scelta volontaria” che risponde all’appello del Corano: “Aiutatevi nel fare il bene e non aiutatevi nell’ingiustizia e in ciò che è dannoso”. Filippo Scianna, dell’Unione Buddhista Italiana, richiama il patto che il Buddha stringe con sé stesso: “Non mi alzerò da questo sedile finché non avrò trovato una risposta alla sofferenza”; Franco Di Maria Jayendranatha, presidente dell’Unione Induista Italiana, invita a presentarsi “disarmati davanti alla verità dell’altro, pronti all’ascolto”. Livia Ottolenghi, presidente dell’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), evidenzia “la volontà di lavorare insieme per creare un clima di rispetto, dialogo e ascolto”; Singh Jagjit, della Sikhi Sewa Society, ricorda che “educare significa anche aiutare le persone a riconoscere chi hanno davanti, a conoscere le diverse tradizioni religiose e a rispettarle”; Cristin Cappelletti, dell’Assemblea Spirituale Nazionale dei Bahá’í d’Italia, vede nel Patto “l’opportunità di rinnovare la convinzione che il cambiamento sia sempre possibile”; Alberto Aprea, presidente dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, indica nel “rispetto reciproco tra persone appartenenti a tradizioni differenti” uno dei frutti più significativi del percorso.

Il video si chiude con il saluto del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che definisce la sottoscrizione del Patto “un momento di estrema importanza per il nostro Paese” e ringrazia i rappresentanti delle Confessioni religiose “per averlo studiato, elaborato e sottoscritto insieme”.

 

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